Lettere al direttore

29/06/2011 - Claudio Imprudente

Caro Claudio,
seduzione, allora? Ma certo! Martina ti aveva inoltrato il mio post al forum della Sotis, vero?
Non male l’immagine della frutta. Partecipo anch’io al gioco: per me, scelgo la zucca. È un frutto dal colore caldo, ma non vistoso; apparentemente anonima e un po’ dimessa, ha la proprietà alimentare e culinaria di essere un ingrediente ottimo se abbinato ad altri, dei quali esalta e trasforma il gusto; è multiforme e flessibile, ma la riconosci sempre; rimane inconfondibile, e dà un’impronta speciale ai piatti con cui è preparata. Si sposa ai sapori salati e a quelli dolci, alla cannella come all’alloro, alla noce moscata e all’amaretto. Per palati raffinati... come io mi pregio di essere, modestamente. :-) Ciao, noce! Un saluto dalla zucca Paola

Cara Paola, pochi giorni fa, nel recarmi a Padova per un convegno sui trent’anni dalla Legge 517/77 sulla integrazione scolastica, sono passato da Ferrara. Ferrara, quanti ricordi! Mia mamma, infatti era di questa piccola chicca di città. L’unica città in Italia dove ci sono più biciclette che macchine, la città con più “erre” e meno frenesia. La piazza Estense è dominata da un castello che farebbe invidia anche a quello della Walt Disney. Ma la cosa più affascinante del castello è il fossato d’acqua che pullula di pesci rossi, grazie alle briciole che i bambini si divertono a gettare loro. Quando scende la sera il castello è pervaso da un’atmosfera romantica, e diventa un ottimo scenario per una cenetta a due. Non si può fare a meno di ordinare un piatto tipico ferrarese, i tortelloni di zucca, con il loro gusto dolce misto al sapore speziato di noce moscata. Parafrasando Pupo: “Tortello profumato dolce un po’ speziato, il tortello profumato”. Ma che buoni! È proprio vero che in quel contesto la zucca diventa molto seduttiva. E questo rafforza una riflessione che ho fatto anche nel mio libro C’è ancora inchiostro nel Calamaio! (Edizioni Erickson, 2006): e cioè che la seduzione è una questione di contesto. Mi autocito: “È questo il segreto [della seduzione]: anche nel mondo della disabilità è necessario uno sforzo per modificare i contesti e far emergere quel potenziale seduttivo che in altre circostanze risulta oscurato o inesistente. Uno sforzo che coinvolge non solo i disabili ma anche tutti coloro che convivono con la disabilità e ne sono interessati a livello familiare, lavorativo e di gruppo sociale”. Insomma, a seconda del contesto la zucca può essere sinonimo di poca intelligenza, ma anche di grande seduzione. E che dire, fatti una cenetta al lume di… zucca.

Ciao Claudio, sono una “giovane” lettrice del Messaggero di Sant’Antonio.
Da quando ho cominciato a leggere i tuoi articoli ho assaporato il gusto della riflessione che purtroppo – da tanto tempo – nessuna lettura giornalistica mi dava. Quindi voglio ringraziarti di vero cuore per la tua umiltà e sapienza, qualità che insieme formano la SAGGEZZA. Spero che nel Messaggero del prossimo anno io possa continuare a leggere i tuoi articoli, magari trovandoli prima delle rubriche per la casa!
Buon lavoro, Rosa

Oh Rosa,
come puoi immaginare, nella gestione delle mie rubriche ho bisogno dell’aiuto di un fedele collaboratore che scriva ciò che io detto attraverso la mia lavagnetta. Non appena ho scelto la tua e-mail per la rubrica “Lettere al direttore”, il volto della mia collaboratrice, carino e serio, si è trasformato in un ghigno fantozziano. Il fatto è che dopo quasi un anno di lavoro insieme ha imparato a conoscermi, e sa che prima di giungere alla stesura finale di un articolo, che ai lettori sembrerà piuttosto acuto e intelligente, c’è un retroscena fatto di battute a volte stupide, frasi senza senso, elenchi di sinonimi e contrari, ricerche su internet, barzellette, citazioni da film, comici e canzoni, luoghi comuni... Insomma, dietro a ogni pezzo c’è un cocktail di risate, per lo meno fino a che non sopraggiunge un’illuminazione, e allora l’articolo prende corpo e consistenza. Così le mie “perle di saggezza”, come dici tu, nascono in realtà dal nulla, dalla creatività che si sviluppa dalla interazione con chi sta lavorando con me in quel momento, da notizie che hanno stuzzicato la mia fantasia e, ovviamente, dalle riflessioni che voi lettori scegliete di condividere con me. Dice il saggio: chi è l’ultimo... chiuda la porta.

Caro Claudio
il nuovo anno non è iniziato nel migliore dei modi riguardo alla cultura e alla disabilità, la quale ha subito nel giro di pochi giorni un paio di scosse regressive impressionanti… la prima riguarda la notizia linguistica di una nuova parola, coniata da poco e per fortuna ancora non tanto diffusa… ma il dato è preoccupante perché la lingua, o meglio, il nostro linguaggio rappresenta la nostra visione del mondo, esprime le nostre emozioni i nostri sentimenti le nostre paure… e la parola coniata ha molto a che fare con la paura… il termine è “handifobia” e indica la paura di rapportarsi con la disabilità o anche la paura di essere soggetto a una disabilità (anche solo a livello di pensiero)… dunque il dato certo è che la disabilità fa ancora paura… e questo a dispetto della tanto blaterata e – dico io – immaginifica apertura della cultura alle istanze integrative e di accoglienza... una volta mi è capitato di leggere i risultati di una ricerca sociologica fatta pare nel 2002… i risultati evidenziavano una netta discrepanza tra le posizioni dichiarate, le affermazioni di principio, e le resistenze inconsce che determinano i comportamenti... ecco. questo scarto sta alla base della formazione della parola “handifobia”: a livello formale tutti si conformano al buonismo politicamente corretto, a livello informale però operano quelle resistenze inconsce che sovvertono le posizioni dichiarate… Dunque l’handicap fa ancora paura... questo assunto è alla base della seconda scossa che ha subito la cultura della disabilità che noi tanto faticosamente abbiamo contribuito a diffondere… l’handicap fa così tanto paura da indurre i genitori (?) di una ragazza disabile americana a intraprendere una complicata terapia genetica che inibisce lo sviluppo evolutivo naturale... così grazie a questo trattamento di eugenetica avremmo una “eterna bambina”… ma questo è progresso? ma quando era il nazismo a fare trattamenti scientifici di questo genere sempre sui disabili, la cosa era deprecabile e abominevole... Adesso che è la grande civiltà democratica americana a fare queste cose, si tratta di un progresso scientifico… no, Claudio… questo è il trionfo del nichilismo che porta al regresso affettivo… per me è inconcepibile questo impoverimento affettivo della nostra civiltà… non siamo in grado di provare affetto neanche per un figlio, si ha paura delle conseguenze che la disabilità può comportare e prendiamo la decisione di comodo di eliminare la disabilità, e non affrontare di petto la situazione, chiamare i problemi per nome, diffondere una cultura solidale… questo per me è bieca rinuncia alla vita…
Ciao Claudio e, mai come in questa occasione è valido il tuo saluto: “Buona Vita”

Questa tua lettera mi offre l’occasione di parlare di un argomento che da un lato mi è molto caro mentre dall’altro è davvero “scottante”.
L’handifobia, la paura del diverso, le paure in generale hanno bisogno di essere chiamate per nome: se il nemico è sconosciuto non lo si può combattere, è solo riconoscendolo che ci si può armare per sconfiggerlo. Questa tua lettera mi fa venire in mente un pezzo di un capitolo del mio ultimo libro: C’è ancora inchiostro nel Calamaio!, che fa proprio al caso nostro riguardo a questo argomento. Nel capitolo “Pirati e Corsari” mi sono soffermato sulla differenza fra le due categorie: i pirati sono i predoni del mare, ovvero quelli che operano senza una legge precisa, con il solo scopo di arricchirsi; i corsari invece erano autorizzati a depredare il nemico da uno stato o da un sovrano, potevano quindi considerarsi dei combattenti regolari. Nel nostro viaggio per raggiungere il tesoro nascosto che è l’integrazione dobbiamo affrontare tutte le insidie nascoste del mare: i corsari altro non sono che le nostre sovrastrutture, i preconcetti e i pregiudizi sedimentatisi nella nostra cultura, mentre i pirati rappresentano le nostre chiusure individuali, le nostre paure e il nostro imbarazzo di fronte a realtà che ci spaventano e ci turbano. I corsari e i pirati ci ostacolano nel raggiungimento del tesoro, ci attaccano e ci minacciano, rallentano il nostro cammino in modo spesso subdolo, nascondendo la bandiera nera che li identifica. Sono come le nostre paure che possono paralizzarci improvvisamente o restare latenti dentro di noi. Restare in balia delle paure vuol dire rinnegare la vita, annichilirsi, produrre morte: ecco a cosa fa riferimento il teschio sulla bandiera nera! Ma allora come fare per arrivare indenni al tesoro? Esiste un solo modo: chiamare i pirati con il loro nome, che significa prenderne coscienza e fronteggiarli. Se scopriamo che un pirata si chiama Francis Drake, immediatamente la paura che nutriamo nei suoi confronti inizia a scemare. Se qualcuno mi guarda e prova imbarazzo senza riuscire a dare un nome a questa sensazione il suo disagio diventa invincibile. Se un insegnante non trova il modo di valorizzare le capacità di un alunno la situazione diventa insostenibile per entrambi. L’educatore è colui che chiama e insegna agli altri a chiamare le cose con il loro nome. Navigando nel mare dell’educazione si possono sconfiggere pirati e corsari. Certo, il mare dell’educazione non è sempre calmo, anzi! A volte è agitato da burrasche e venti furiosi, ma non dobbiamo temerlo: un vero educatore si fa cullare dalle onde e non si lascia sopraffare dall’ansia. Solo compiendo questo percorso di riconoscimento delle nostre paure, se impediamo a pirati e corsari di depredarci, possiamo finalmente raggiungere il nostro prezioso scrigno.
Che altro dire… Adesso sta a ognuno di noi aprire questo prezioso scrigno e condividere il tesoro dell’integrazione anche con quelli che non comprendono il senso profondo di questa traversata. Vento in poppa a tutti!