Lettere al direttore

01/01/2005 - Claudio Imprudente

Egr. Claudio Imprudente,
ho avuto il Suo contatto tramite un’amica attiva nel settore del volontariato, che ha già avuto modo di lavorare con Lei.
Sono una studentessa di Scienze della Comunicazione all’ultimo anno e recentemente ho preso la decisione di provare a intraprendere la strada del servizio civile volontario. La mia amica mi ha segnalato che l’associazione di cui Lei è presidente presenta progetti all’ARCI che potrebbero rientrare nei miei interessi.
Prima di presentarmi alla sede bolognese dell’ARCI preferirei avere un primo contatto diretto con l’associazione, per avere maggiori chiarimenti su come procedere e su come potermi inserire nei vostri piani di lavoro.
Fiduciosa in una Sua risposta, Le invio i miei più cordiali saluti.

Flavia Corradetti
La ragazza che ha scritto questa e-mail ora presta servizio presso il Centro Documentazione Handicap di Bologna. Ho deciso di inserirla in questa rubrica perché trovo stimolante il discorso sul Servizio Civile Volontario, ma non solo. Sento parlare spesso in tv e sui giornali delle nuove generazioni, e di solito non ne escono ritratti lusinghieri, tutt’altro. Le nuove ondate di giovani vengono viste con sospetto e sfiducia. Tacciati spesso di menefreghismo e indifferenza, si parla di loro come di una generazione priva di valori. Posso dire, invece, che da loro c’è molto da imparare. Quotidianamente entro in contatto con giovani che di certo non possono essere visti come persone insensibili a temi di una certa rilevanza sociale. Ragazzi che spendono molte delle loro energie per dare una mano a una società che ha bisogno della loro forza e della loro creatività per diventare migliore e più a misura d’uomo, e spesso questo avviene proprio grazie al Servizio Civile Volontario. Sicuramente incentivati dalla possibilità di avere una retribuzione fissa al mese, questi ragazzi hanno forse trovato un metodo congeniale alle proprie esigenze per dimostrare che questo Paese può contare ancora su di loro per non morire lentamente. In questi giorni di tragedie – penso al disastro naturale che ha colpito il sud-est asiatico – sento spesso parlare di solidarietà. Aiutare in queste situazioni è doveroso, ma mi riempie di sconforto vedere che c’è bisogno di una simile catastrofe per dare visibilità a un termine così importante. La vera solidarietà, lo sanno tutti, è quella silenziosa e quotidiana, e molti di questi ragazzi l’hanno già capito da tempo.

Buongiorno Claudio, è con sorpresa che mi ritrovo a risponderti, forse è la musica di Einaudi, forse l’approcciarsi della perturbazione o forse ancora perché non voglio cominciare con la solita routine.
Chi sono? Beh, quasi un tuo compagno di medie, uno comunque che con te si è sempre divertito molto. Divertito in questo caso potrebbe stare anche come formato, cresciuto, vissuto, ecc.
Arrivo al dunque: ho letto le tue ultime riflessioni pizzaiole e condivido molto delle tue riflessioni sui ruoli, ci ho messo un totale di anni per arrivarci (dannati cattolici mi hanno proprio sistemato per benino) ma allora perché chiamarci diversabili, normodotati, ecc., tu non sei Claudio ancorché Imprudente?
A prestissimo

Alberto Manzoni
Noto con piacere che questi splendidi incontri non avvengono solo a “Carramba che sorpresa!”, ma anche su una rivista come “HP-Accaparlante”. Rispondo davvero volentieri alla tua lettera. Ti ricordi quando cantavamo sulle note di Voglio una vita spericolata o quando ci divertivamo al mare di Cattolica un po’ come Boldi e De Sica? La tua lettera apre comunque un sacco di spunti interessanti e mi fa davvero piacere che tu abbia letto il mio articolo sul concetto di categorie. Per chi non lo sapesse, a quell’articolo si riferisce l’amico Alberto quando parla di riflessioni pizzaiole. Senza scendere troppo nei particolari, quando parlo di “categorie” mi riferisco a quella strana patologia, molto diffusa tra gli esseri umani, che spinge a suddividere e classificare tutto e tutti in forme di valori opposti tra di loro. Buoni o cattivi, belli o brutti, normodotati o diversabili, ecc. Questo è alla base di ogni forma di discriminazione. Sarebbe utile concentrare tutta la nostra attenzione sull’importanza dei ruoli che caratterizzano la persona (padre, madre, figlio, ma anche ingegnere, dottoressa, studente, ecc.). Ma il discorso qui si allarga, perché Alberto parla chiaramente dell’importanza dell’identità del soggetto. Tu non sei Claudio ancorché Imprudente, dice. A questo proposito cito con piacere il concorso “Chiamatemi per nome” indetto nel 2004 dagli amici dell’Associazione Integrazione Onlus di Villaverla. In particolare, propongo la poesia introduttiva al bando, perché mi sembra la miglior risposta alla lettera di Alberto. Non ci sarà bisogno di aggiungere altro.
Chiamatemi per nome.
Non voglio più essere conosciuto per ciò che non ho
Ma per quello che sono: una persona come tante altre.
Chiamatemi per nome.
Anch’io ho un volto, un sorriso, un pianto,
una gioia da condividere.
Anch’io ho pensieri, fantasia, voglia di volare.
Chiamatemi per nome.
Non più portatore di Handicap, disabile, handicappato, diversabile, cieco sordo, cerebroleso, spastico, tetraplegico.
Forse usate chiamare gli altri:
“portatori di occhi castani” oppure “inabile a cantare”?
o ancora: “miope e presbite”?
Per favore. Abbiate il coraggio della novità.
Abbiate occhi nuovi per scoprire che, prima di tutto,
io “sono”
Chiamatemi per nome.
(poesia scritta da Gianni, papà di Benedetta, Associazione Sesto Senso di Siena)

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Testimonianze-Esperienze