Lettere al direttore

01/01/2005 - Claudio Imprudente

Risponde Claudio Imprudente
claudio@accaparlante.it

La primavera del 2005 vedrà fiorire un geranio in meno. Il geranio Terri è morto, l'hanno lasciata morire, ma vivrà nei cuori degli uomini di buona volontà, quelli per cui Lui è morto e risorto. La passione e l'agonia di Terri e Gesù ci diano la forza di combattere, di innaffiare con un sorriso e tanta tenerezza tutti i gerani del mondo. Il pensiero va alle persone cui, materialmente o metaforicamente, ogni giorno viene staccata la spina.
Un abbraccio
M. Alessandra Congiatu
Porto Torres
Alla fine Terri Schiavo è morta. Dopo tante parole e dopo tanta spiacevole propaganda, il triste finale preannunciato è stato portato a compimento. La toccante lettera di Alessandra è spunto per affrontare nuovamente le problematiche sollevate dal dramma che, negli Stati uniti come nel resto del mondo, ha scatenato molti dibattiti. Non è la prima volta, quindi, che mi confronto con questo problema, e le mie perplessità sono sempre le stesse. Per la nostra scienza una persona è da definirsi “cerebralmente morta” quando un macchinario sintonizzato su una determinata frequenza cerebrale non riceve più segnale. Un riverbero che si ferma, un suono che si annulla. La vita diventa un’intonazione che finisce di esistere quando non risuona più. Ma come stabilire quale sia il suono della vita? Come fare a scegliere tra il riverbero di un’onda cerebrale e i suoni caldi e ritmati del nostro cuore? Se la vita è un suono, quale di questi due è il suo “la”? La mia posizione è scontata, io pendo dalla parte del cuore. Mi rifiuto di credere che il cervello sia tutto, che il corpo e la corporeità abbiano un ruolo secondario, strumentale e accessorio nell’essere umano. Il nostro suono vitale è il cuore, muscolo involontario che ci tiene in vita. Come far dipendere tutto dal riverbero del cervello? Il “caso Terri” è stato caso emblematico di uno sbilanciamento eccessivo verso una concezione “cerebrocentrica” della vita umana.
Ma il “caso Terri” è stato anche lo scontro tra suo marito, deciso a farla morire, e i suoi genitori, disposti a lottare fino alla fine per tenerla in vita. Un giudice ha deciso per loro di porre fine a una faccenda dai contorni troppo sfumati, troppo complessi per farla scivolare in una scelta così netta e ineluttabile. Un cavillo legale ha stabilito che era ora di morire, di non fornire più l’innaffiamento necessario per un geranio come lei. E, come spesso accade, la stampa non ha perso tempo per approfittare della situazione, trasformando Terri Schiavo in oggetto mediatico, nuovo accattivante show da prima serata disponibile per il popolo americano. Vita e morte diventano ospiti di un tribunale televisivo, ma anche facile strumento per una indegna campagna elettorale a reti unificate. Il presidente Bush ha deciso di assumere un ruolo da protagonista, trovando forse un’occasione troppo ghiotta per consolidare il suo elettorato, ma continuando a palesare la confusione che attraversa i suoi pensieri quando si parla di temi fondamentali come la dialettica vita-morte. Come può un presidente fautore di guerre, primo difensore della pena di morte, dichiararsi con questa semplicità appartenente al “partito della vita”? Questa è la vera violenza, un insulso ballo di potere, una squallida partita tra due facce della stessa medaglia. Il potere politico e quello giuridico che si affrontano in un campo che non gli appartiene.
Tutto questo non era necessario e Terri non lo meritava. Se per lei, nonostante l’opposizione dei genitori, era stata scelta la morte, forse sarebbe stato meglio allora lasciarla spegnere in silenzio, permettendole di ascoltare, solo per quegli ultimi giorni che le restavano, l’unica musica vitale che le era rimasta: quella del cuore.
Ciao Claudio Mi chiamo Patricia Pompa sono dall Mexico, faccio la professoresa di sostegno. Ha arrivato a me un libro belissimo “Il principe del lago” adesso ho cominciato a leggere e mi ha colpito. Penso di leggeró ai miei ragazzini a scuola. Sono Molto interesata in il “Progetto Calamaio”. Qui a Messico lavoramo con la “intrgrazione educativa” del ragazzi “discapacitado”. Mi piacerebbe essere in contato con voi e fare scambio di esperienza, conoscere come si lavora la in Italia. Scusa per che no so tanto italiano! Arrivederci!
Patricia
Arriba arriba arriba arriba! Quando mi è arrivata questa e-mail, era proprio un brutto periodo. Da tempo mi scervellavo, senza venirne però a capo, su un atroce dubbio: ma i topi possono sgattaiolare? Ora che però mi ha scritto Spidey Gonzales, ho risolto il mio problema, posso chiedere direttamente a lui. Scherzi a parte, non ho scelto a caso di inserire proprio questa e-mail nella mia rubrica. Fa sempre piacere avere dei fan anche all’estero, e non per una semplice questione di autogratificazione (che comunque non guasta mai). Una lettera come questa è segnale delle potenzialità di un lavoro come quello del Progetto Calamaio. L’educazione alla diversità è punto fondamentale per ogni società civile e per una corretta cultura dell’integrazione. Ma la lettera di Patricia mi serve anche per sottolineare la necessità di volgere il proprio sguardo oltre i nostri confini, non solo per ampliare i nostri orizzonti culturali, ma anche per capire veramente come la diversità sia un bene da difendere con tutte le forze. Quindi, ringrazio Patricia per l’interesse dimostrato verso il mio lavoro, nella speranza di poter presto apprendere molto anche dagli amici messicani.