Lettere al direttore

01/01/2005 - Claudio Imprudente

Ciao Claudio,
mi chiamo Luca e ci siamo conosciuti ieri sera, martedì 24 a Guastalla (RE)  in occasione della serata organizzata per il tuo intervento. Sono quello che hai invitato a provare la tabella all’inizio della serata per provare a tutti che poi la cosa tanto difficile non è: l’importante è
farla.
Non voglio comunque star qui a disquisire sulle cose di cui tra l’altro hai ampiamente parlato ieri sera e passo direttamente al motivo della mail che è di carattere tecnico/pratico. Probabilmente è una grossa cavolata o forse addirittura ci hai o ci hanno già pensato e non funziona, ma a me è venuto un pensiero.
Quando ho parlato direttamente con te tramite la tabella, mi è subito venuto in mente il T9 del telefonino. Se ci pensi, per comporre le parole tu guardi le 20 e passa lettere della tabella che corrispondono ad altrettante posizioni e la maggior parte delle volte non c’è bisogno che tu finisca di vedere l’intera parola perchè il tuo interlocutore, in base all’inizio della parola o al contesto della frase, la finisce in anticipo.
Quindi ho pensato:
1) facendo una tabella tipo la tastiera numerica del telefono avrebbe la metà dei tasti che comunque contengono tutte le lettere, quindi sarebbe più piccola e forse più facilmente raggiungibile anche da persone che hanno problemi di mobilità con gli arti;
2) utilizzando un sistema come il T9 del telefonino le parole e le frasi vengono automaticamente composte.
Il tutto andrebbe secondo me elettronicizzato (e penso che tu stia già pensando che così si perde il gusto di guardarsi negli occhi), ma comunque lascio a te e al tuo staff il compito di vagliare l’idea o semplicemente di cestinarla.
Un saluto speciale da un fiero juventino e felice papà di una meravigliosa bimba RETT.

Io un cellulare? E che modello potrei essere? Con la fotocamera o senza? Videofonino o uno di quei bei vecchi citofononi tascabili (si fa per dire) che quasi avevi bisogno dei gettoni per utilizzarli? Di sicuro voglio avere una soneria decente (magari “Voglio una vita spericolata” di Vasco Rossi) e mi piacerebbe essere predisposto di cover intercambiabile con colori sempre vari.
Veniamo ora alle proposte di Luca, tentiamo di analizzarle seriamente. Ha ragione lui, io ritengo che guardarsi negli occhi sia ancora importante, perché permette di rapportarsi a livello di comunicazione fisica e passionale con il mondo della disabilità. La forma più importante di comunicazione. Il contatto diretto (anche dello sguardo) è una via che secondo me può dare ancora molto. Ma questo non significa che io sia contro l’uso degli ausili tecnologici, tutt’altro. La mia campagna in questo direzione è costante, la tecnologia creata ad hoc per persone disabili permette alle scienze applicate di potenziare le loro ricerche per migliorare la qualità della vita di tutti.
Ma nel caso della tavoletta trasparente con su incise le lettere che uso per comunicare, penso che la  tecnologia vada incontro a poche esigenze reali. Un di più non richiesto. Certo se incontrassi una persona con difficoltà agli arti superiori, per lei sarebbe difficile reggere e leggere la mia tavoletta e parlare con me, ma a una persona come me non capita mai di essere sprovvisto di accompagnatore normodotato (non avrei bisogno di tavoletta, altrimenti). Inoltre, quando si parla di comunicazione verbale, credo che un’ottima conoscenza della lingua italiana sia necessaria, e, si sa, sistemi come il T9 spesso fomentano l’ignoranza. Affidarsi troppo alla tecnologia può essere rischioso quindi, anche perché non c’è bisogno di un database elettronico per sapere come finisce la parola. Quindi, senza cestinare l’idea di Luca, dico che fornisce i suoi spunti ma per avallare la mia posizione.
PS: Ho naturalmente volutamente ignorato la sua juventinità per riuscire a trovare la forza per rispondere.
Caro Claudio, ho letto con attenzione il tuo commento al pezzo su Pistorius che ho scritto per il Corriere della Sera. Sinceramente, condivido poco o nulla di quello che hai scritto. Non ho usato nessun tono trionfalistico. Ho solo scritto ciò che accade, ciò che mi ha detto Oscar (che conosco dalla Paralimpiade di Atene), ciò che conosco. Se Oscar va così forte allenandosi solo da un anno non è colpa mia. Perché ti fa male sentir parlare di un disabile che può ottenere risultati straordinari? Se fossero risultati normali, non avrebbe avuto uno spazio di tre quarti di pagina sul maggior quotidiano politico italiano. Fra l’altro, ti è sfuggita una parte non pubblicata sul sito, ma solo sul giornale, dove è spiegato che Gennaro Verni, uno dei maggiori esperti italiani di protesi, ritiene che nel giro al massimo di una decina d’anni, le gare di velocità degli amputati alla Paralimpiade saranno più veloci di quelle dell’Olimpiade. C’è trionfalismo nello  scrivere tutto ciò? Non credo. Solo constatazione di ciò che è e, forse, sarà. Faccio il giornalista, non il sociologo. E, da giornalista, ho seguito sul posto 5 edizioni della Paralimpiade oltre a svariati Mondiali ed Europei. Da Direttore di Tele+ ho dato vita al primo programma settimanale di sport per disabili. Attualmente collaboro, oltre che con Il corriere, con la Gazzetta dello Sport, con SportItalia e con Eurosport proprio riguardo a questo settore. Chiaro: non lo scrivo per vanto, ma solo per tua conoscenza. Ho sempre cercato di fare attenzione al linguaggio e, anche grazie a critiche come le tue, ci farò sempre più attenzione. Ma continuerò a fare il giornalista. E a raccontare storie che credo interessanti. Come quella di Oscar.
Con stima
Claudio Arrigoni

Questa e-mail ha aperto un brevissimo carteggio tra me e il giornalista del Corriere della Sera sul problema (solito) della comunicazione e la disabilità. Nello specifico, la comunicazione riguardo allo sport.
Al di là dell’articolo preso in esame da Arrigoni, la mia attenzione ora vuole concentrarsi proprio direttamente sul problema della comunicazione a riguardo della disabilità, non solo quella riferita al mondo dello sport, anche se questo micro-contenitore si presta sicuramente meglio ad analizzare la problematica.
La mia posizione a riguardo è nota, forse anche troppo. Sono da sempre convinto che il mondo dei media gioca un ruolo fondamentale per la diffusione di un messaggio “corretto” e normalizzante sul mondo della disabilità. È necessario che la stampa (cartacea e non) inizi a prendere coscienza piena del fatto che parlare di disabili in termini straordinari, pietistici o drammatici (nel senso teatrale del termine) nuoce gravemente alla salute della nostra cultura. E non esistono istruzioni o avvertenze che tengano.
Quante volte abbiamo assistito a servizi giornalistici con punte drammatiche degne del miglior cinema hollywoodiano anni ‘50? Quanti amori, tragedie o imprese miracolose ci hanno mostrato? Assistendo a questi nuovi spettacoli mi rendo conto di come cambiano le cose in trent’anni. Sentire parlare di disabilità negli anni ‘70 era pressoché impossibile, ora accede con una certa frequenza, ed esistono anche testate appositamente dedicate all’argomento. Ma i toni ancora non sono quelli più funzionali. È noto, il linguaggio che preferisco è quello ironico, sarcastico, tagliente. Può dare un’immagine più viva e gioiosa delle persone disabili. Ma se non si percorre questa strada, credo che a questo punto sia più conveniente quella della comunicazione asciutta, informativa, senza giudizi o accenti particolari.
Prendendo in esame il mondo dello sport, ad esempio, spesso è solo la forza, l’impresa eroica a uscire fuori (come nel caso dell’articolo di Arrigono, a mio avviso). Ma lo sport non è solo un canale di agonismo esasperato, ma uno dei più utili strumenti di integrazione che abbiamo a disposizione. Molti atleti disabili non risultano in imprese particolari perché semplicemente non hanno interesse ad apparire. La loro vuole essere semplicemente una vita normale, come quelli di qualsiasi normodotato. Nello sport come nella vita.
Vedere i media parlare di disabilità è sempre una conquista, ma se i toni rimarranno sempre quelli del dramma (tragico o eroico) allora ho paura che dovrò ritenermi soddisfatto quando la disabilità non farà più notizia.
Scherzo, naturalmente…