Lettere al direttore

14/07/2011

Carissimo Claudio,
ho pensato di comunicarti in breve la mia esperienza relativa al primo incontro con l’handicap.
Ero giovane, sui 19-20 anni, e a me e ad altri ragazzi della mia parrocchia di Torino era stato chiesto di fare servizio presso una casa di spiritualità per aiutare dei giovani con problemi di handicap. Ci siamo quindi recati presso questa casa e all’inizio l’impatto non è stato facile, soprattutto con qualche persona che parlava in modo per me incomprensibile. Mi pareva di essere piombata in un mondo difficile da affrontare e, non riuscendo a dialogare con alcune persone, mi era quasi venuta la tentazione di rinunciarvi. Tuttavia la tenacia e la forza di volontà di M., una ragazza spastica che faceva ogni sforzo per comunicare con me, hanno avuto la meglio e tra noi è nata una bellissima amicizia, fatta di complicità, battute di spirito, ecc., tant’è che negli anni successivi, durante l’estate, ho partecipato a dei soggiorni a Rimini in compagnia di persone con problemi di handicap e M. era in camera con me. Erano gli anni ’70 e la presenza di persone con problemi non era ancora ben accetta in tutti gli alberghi, per cui a volte ci sono state delle difficoltà, ma M., forte della sua convinzione, che occorresse “farsi vedere” e conoscere dai “cosiddetti” sani in ogni luogo da essi frequentato, ha insistito per andare col gruppo anche in discoteca e per ballare con alcuni di noi. Voglio precisare che M. si è poi laureata e sposata e ha fondato un’associazione per aiutare i suoi amici. Questa esperienza per me è stata veramente di stimolo e di arricchimento e mi ha fatto pensare che a volte l’handicap è più nella mente dei normodotati che in coloro che hanno qualche problema in più, ma una forza di volontà, una grinta e un’energia da vendere…
Complimenti e grazie per i tuoi articoli e un caro saluto!
Anna Antoniono in Tomatis

Cara Anna,
la tua lettera è stata per me come la madeleine per Proust: c’è una sorta di aderenza totale tra la vicenda tua e di M. e la vicenda mia e di persone che nel tempo mi sono state vicine; una somiglianza tale che a ogni rigo che scorrevo mi tornavano in mente momenti della mia vita passata (a parte il matrimonio della tua amica… io sono ancora orgogliosamente “solo”… fidanzato): piaceri e difficoltà, delusioni e tentativi riusciti, rapporti più o meno intensi, ecc.
Però il fatto che mi ha colpito di più è che, come spesso capita, raccontando l’esperienza di ogni persona con disabilità, per quanto diversa una dall’altra, è come se raccontassimo qualcosa della società in cui viviamo: non perché la persona disabile sia un soggetto esemplare del mondo, ma perché spesso la sua presenza e la sua biografia ne fanno emergere le contraddizioni, le difficoltà, le “anormalità”. Ne svelano i pregiudizi, le insensibilità, i rapporti di forza asimmetrici. Le persone disabili portano inscritti nelle loro vite i segni del loro passaggio nel mondo con una evidenza maggiore: ecco perché possono essere testimoni privilegiati e credibili della storia del mondo stesso. Una volta mi è stato chiesto quale fosse il ruolo del disabile nella società. Mi è stato difficile scegliere, ma, dovendolo fare, risposi che era quello dell’evidenziatore. Ma qual è il compito dell’evidenziatore? Sottolineare le cose più importanti e i punti più critici, così da ricordarseli e da farne oggetto di riflessione approfondita.
Ai tempi in cui studiavo non esistevano ancora gli evidenziatori, in ogni senso: né come oggetto di cancelleria né come soggetti in grado di svolgere quel compito sociale. Col tempo io sono diventato un evidenziatore di colore azzurro: sì, hai capito bene, azzurro come i campioni del mondo. Vedi che anche l’azzurro sa incidere sulla storia?


Ciao Claudio! Sono Donatella, ti scrivo perché penso tu possa aiutarmi. Sono la madre di una bimba di quasi due anni (Margherita) con quel qualcosa di speciale che fa sempre pensare. Margherita è strabica e per questo motivo dovrà portare per non so quanto tempo una benda ortottica (è previsto un intervento dopo i tre anni), che si fa mettere costantemente e pazientemente da quando aveva sei mesi. Io sono un’illustratrice di libri didattici per l’insegnamento dell’italiano a stranieri ma il mio sogno è quello di illustrare libri per bambini e perché no... scriverli!
Questa “banale diversità” di Margherita mi ha portato a pensare di scrivere e illustrare un libricino che abbia come protagonista una bimba con una benda (un regalo per Margherita dalla sua mamma). Sai! Spesso penso a quando sarà più grande e alle domande alle quali non so se saprò rispondere; io in famiglia ho avuto due nonni non vedenti e avendoli amati tanto non ho mai visto la loro “diversità” e li ho sempre ammirati per quel qualcosa in più di speciale che avevano.
Ora non voglio annoiarti ulteriormente e quindi ti chiedo se puoi consigliarmi sulla direzione da prendere; non sono una pedagoga, non ho alcuna esperienza in merito e non so da dove iniziare. Se non ti chiedo troppo e questo sarai tu a dirmelo, avrei pensato di buttar giù qualcosa, una traccia, da farti leggere per sapere cosa ne pensi, altrimenti attendo tuoi suggerimenti, piccoli input; chi meglio di te.
Ah! Se hai da suggerirmi qualche lettura per Margherita (sai adora i libri e penso sia un ottimo strumento per far passare certi messaggi). Ti ringrazio già da ora per tutto quello che vorrai e potrai fare per noi due; anche se l’importante è sapere che ci sono persone belle come te.
Ciao, un abbraccio.
Donatella da Perugina

Cara Donatella,
la tua lettera ha stimolato in me ricordi letterari: il primo è una filastrocca con testo di Gianni Rodari, e recita così: “Un signore di nome Stanislao,/ incontrò un gatto e gli disse ciao./ Il gatto tra sé pensò/ “Che ignorante però! /Non sa nemmeno dire bene MIAO”. Che, secondo me, descrive bene (e in modo sintetico) due aspetti imprescindibili: il riconoscimento reciproco dell’esistenza di codici molteplici, diversi, e la necessaria bidirezionalità di ogni processo di integrazione e di comunicazione. In quella filastrocca, sbaglia Stanislao a dire “Ciao” a un gatto, ma sbaglia anche il gatto a pensare che il “Ciao” sia un “Miao” mal riuscito o mai imparato.
Nel secondo ricordo, una fiaba di M. A. Pacheco e J. L. Garcia Sanchez, si racconta di un pianeta i cui abitanti hanno un solo occhio dotato di determinate caratteristiche visive. In questo pianeta un giorno nasce un bambino che di occhi ne ha due e con qualità diverse. Questa nascita comporta un’iniziale diffidenza e un disagio diffuso nella comunità, ma poi il bambino stesso e i suoi concittadini capiscono il valore della sua differenza sensoriale nell’“allargare” il campo del visibile e i parametri del giudizio che diamo di quanto esiste al mondo.
Vedi, Donatella, come tu sai il mondo dipende da come lo guardiamo, e questo non significa che vi sia un modo univoco o più giusto, tutt’altro, ma solo che il mondo vive e respira della pluralità degli occhi di chi lo guarda. E che tutti possono trovare spazio, ragione, cittadinanza, a patto che si riconoscano reciprocamente come legittimi, che uno integri se stesso con l’altro e non che lo includa cancellandone le qualità. È bellissimo quello che mi scrivi riguardo al rapporto con la diversità dei tuoi nonni, perché sei stata in grado di cogliere la ricchezza insita nella loro “differenza”. Spesso il distacco e la difficoltà nascono quando ciò che è diverso lo viviamo come estraneo, strano e incomprensibile. Quando facciamo della “diversità” di un deficit la ragione della “stranezza”, dell’“estraneità” di una persona.
Insomma, non è importante se diciamo “Miao” o “Ciao”, “Bau” o “Tau”, ma il fatto che sia il “Miao” che il “Ciao” possano coesistere e restituirsi a vicenda una parte del mondo che singolarmente ognuno dei due ignorava e non comprendeva.
Che aggiungere, cara Donatella? Tanti Miao Miao con fusa a te.