Lettere al direttore - Risponde Claudio Imprudente

12/07/2011 - Claudio Imprudente

Gent.mo Claudio Imprudente, buongiorno!
Ho appena terminato di leggere il suo libro sulla “vita imprudente”. Volevo solo dirle grazie per le provocazioni che ha saputo lanciare che hanno “colpito e affondato” il disagio e il senso di impotenza che a volte mi attanagliano nel mio lavoro di insegnante e che mi hanno sorprendentemente rilanciata a orientare lo sguardo partendo proprio dai miei “prediletti” cercando una professionalità che mostri una positività in tutto quel che accade.
Io, per il mondo normodotata, mi sono tanto sentita diversamente abile leggendo il suo libro e questa “imprudenza” mi ha molto stimolata!
Grazie ancora! Donata

Che bello tornare ai tempi in cui giocavo a battaglia navale!
Buongiorno, mia cara! Mi fai ricordare le strategie che usavo al liceo, quando giocavo con i miei compagni… li ho colpiti e affondati tutti.
A parte gli scherzi, per me un insegnante deve studiare delle strategie, delle modalità di azione, per colpire e affondare, nel senso buono del termine, ogni alunno. “Colpirlo” nella sua fantasia, nei suoi sentimenti, nel suo linguaggio e nella sua capacità comunicativa e “affondarne” il disagio e l’impotenza, proprio come è successo a te. Un insegnante deve saper giocare a battaglia navale: solo così può imparare diversi stratagemmi e percorsi per entrare meglio in relazione con ogni alunno. Ovviamente, ogni ragazzo ha le navi posizionate diversamente; sta proprio lì la bravura dell’insegnante. Se un docente spara troppi colpi a vuoto è bene che cambi un po’e riadatti ogni volta la sua strategia. Ma a me sembra che tu conosca molto bene le regole del gioco.
Chissà se tutti gli altri insegnanti le conoscono? Se no, sono disponibile a fare un corso di formazione in tecniche di guerriglia navale… intitolato “Stratagemmi Imprudenti”!
Che dire, oggi ci sei e domani… F8.

Carissimo Claudio,
siamo gli alunni della classe 2 D, della Scuola Secondaria di 1° grado “Galileo Galilei” di Pesaro e ti scriviamo con molta emozione.
Anche se non ci siamo ancora visti, grazie al tuo libro
Il Principe del lago e alla lettura dei tuoi vari articoli e racconti, ci sembra di conoscerti da sempre.
Per ragazzi come noi, che in questo momento della loro crescita, vivono tante difficoltà e paure, tu sei stato un amico che ha ascoltato, una persona con cui non ci si vergogna del proprio aspetto esteriore e non si teme di sbagliare.
Ci piace il tuo grande ottimismo e la forza con cui affronti i problemi e quelle situazioni che a volte ti fanno soffrire.
A scuola si corre il rischio di parlare solo di integrazione o di “diversabilità”, ma con noi non succede questo…
Infatti è ormai il secondo anno che condividiamo con dei ragazzi “speciali” un laboratorio espressivo e creativo.
All’inizio la cosa ci lasciava perplessi, dubbiosi, imbarazzati…
Invece col tempo, ascoltandoci, osservandoci, divertendoci, siamo andati aldilà di ciò che vedevano i nostri occhi e, come Giangi, abbiamo visto “anche col cuore” e giocato con la fantasia e la creatività.
Oggi possiamo dire di aver scoperto che uno degli aspetti veri dell’amicizia è quello di non etichettare subito le persone, ma cercare in ognuna la parte migliore.
Tutti fanno i conti con le difficoltà e i limiti e non ci si deve vergognare per questo.
Grazie dell’ottimismo e del coraggio che finora ci hai trasmesso.
Siamo ansiosi di incontrarti e ti aspettiamo anche per condividere insieme un po’ dei dubbi e delle nostre insicurezze, fiduciosi nel tuo ottimismo.
Affettuosi saluti, gli alunni della 2D

Aloha ragazzi! Che piacere sentirvi! Stamattina ho aperto la mia e-mail e ho trovato la vostra lettera. Qui è Claudio Imprudente che, assieme a Volaquà e Giangi, vi risponde. Mi sembra che vi stia piacendo il mio libro… e bravi! Ma sapete cosa faccio nella vita? Il cantastorie! E chi è un cantastorie? È una persona affascinante che racconta, cantandole e recitandole, varie vicende. Aiuta le persone, ma soprattutto i bambini, a sognare. Cari bambini, sognare è un’arte che va appresa. E voi che sogni fate più spesso? Vi rivelo un segreto: voi piccoli dovete aiutare gli adulti a riprendere a sognare. Loro sono concentrati sui loro bisogni, non sui loro sogni. C’è una bella differenza tra bisogni e sogni, anche se i due termini si assomigliano… non vi pare? Giangi mi ha aiutato a sognare. Solo chi ha imparato a farlo può costruire un mondo accogliente e a colori. Spesso, infatti, il mondo viene colorato di grigio o, al massimo, di bianco sporco. E questo, come dice il termine stesso, è un colore non proprio candido! E forse puzza anche… come i vostri piedini se non li lavate. E poi il bianco sporco lo distinguete a malapena dal bianco, ma sempre bianco è… solo che è sporco e puzzolente. E in un mondo di tali colori come fareste a distinguere gli occhi di vostro padre da quelli di vostra madre? Come fareste a distinguere i capelli di vostro fratello da quelli del vostro migliore amico? E soprattutto… come fareste a distinguere i gusti del gelato? Il mare dal cielo? Vedete quanto sono necessari i colori? Senza i colori ogni cosa sarebbe uguale alle altre, irriconoscibile. Come i colori, così i cantastorie sono necessari. Infatti, ognuno di essi ha sempre in tasca una tavolozza di colori. Anch’io ne porto sempre una dietro. I miei sono le lettere dell’alfabeto con le quali dipingo il mondo. Per non imbrattare troppo il posto in cui vivo, però, costruisco i miei colori al CDH di Bologna. Lì scrivo i miei libri. Ne ho scritti otto. E a Natale uscirà un altro personaggio… lo sto dipingendo in questi giorni, si chiama Omino Macchìno. Ma di questo non posso anticiparvi niente. Se però volete sapere qualcosa in più sui libri che ho già scritto, e sul luogo in cui costruisco i miei colori, visitate il sito internet www.accaparlante.it. A proposito, sul sito c’è anche un blog. Sapete cos’è? Non è altro che uno spazio, in internet, dove ognuno può inserire le proprie idee e i propri pensieri. Insomma, se volete cominciare a dipingere un po’, quello potrebbe essere il posto giusto per iniziare a farlo. Senza pericolo di imbrattare… il blog è fatto apposta. Ora vi devo lasciare. Vado a pranzo con Giangi e Volaquà… ve li saluto. Ciao, alla prossima. Claudio Imprudente e compagni d’avventura.

Ciao Claudio, sono Alessia, una ragazza di 16 anni che non comunica con la voce, ma con ausili come il computer, una tastiera di plastica che mi porto in giro. Anch'io, come te, ho bisogno di una persona che mi aiuti a comunicare tenendomi una mano sulla spalla. Insieme al mio facilitatore della comunicazione esprimo il mio pensiero. Conosco come te la lentezza della comunicazione, la limitazione di dover dipendere dagli altri mi fa sentire ingabbiata.
Sono contenta di leggere i tuoi articoli, mi piace il tuo pensiero, è ricco di positività.
Io non mi sento positiva, non voglio più umiliarmi perché le cose che ho dentro mi appartengono e non fa niente se non sono capita dagli altri.
Io posso comunicare soltanto se sento la fiducia e la disponibilità. In questo sono molto fragile soprattutto a scuola. Ciao Claudio.

Ciao bella Alessia,
rispondo con piacere alla tua lettera, perché credo che, scrivendo a te, potrò rispondere contemporaneamente a molte altre persone.
Proprio stasera vado a sentire il concerto di Jovanotti e una delle canzoni che amo di più dice: “Io penso positivo perché son vivo…”.
Ma cosa significa essere vivi? Per me, essere vivi vuol dire, innanzitutto, sfatare il mito dell’autonomia. Nessuno è completamente autonomo: vivendo in società, in pubblico, ognuno è condizionato dall’altro. Da una parte soddisfa alcune necessità altrui, dall’altra riceve beneficio dall’attività degli altri, in relazione a tutte quelle cose di cui ha bisogno e che non potrebbe procurarsi da solo. Ti faccio un esempio: la mattina fai colazione con latte, zucchero e biscotti. Di sicuro, la mucca non ce l’hai in casa; come tutti, vai a comperare il latte. Anche il lattaio non ha la mucca; si rivolge a un allevatore. Tu mi dirai: “Ecco, l’allevatore può fare da sé!”. Ma… non di solo latte vive l’uomo. L’allevatore, come ogni altra persona, deve guadagnare per comperare tutto quello di cui ha bisogno e che non riesce a procurarsi in autonomia. Allora deve vendere il latte delle sue mucche e, per trasportarlo, ha bisogno di un camion. Il camion è costruito in una fabbrica e, nella fabbrica, lavorano molte persone… Magari queste persone non sono su una carrozzina e parlano senza un computer, ma, come vedi, hanno avuto e hanno ognuna bisogno dell’altra.
Come vedi, cara Alessia, siamo tutti inseriti in una rete di relazioni quasi inestricabile, alla quale troppo spesso non pensiamo nemmeno. E, nel mio esempio, mi sono limitato a parlare di rapporti di bisogno e necessità: figuriamoci se volessimo affrontare l’argomento dal punto di vista emotivo e più strettamente relazionale.
Questo significa che si deve avere fiducia nell’altro e questo sarà tanto più semplice quanto prima ci liberiamo da un’idea di autonomia che in realtà è solo apparente.
A presto, Alessia, e ti prego, fidati delle mie parole: non procurarti una mucca… soprattutto se vivi in città…