Lettere al direttore

07/07/2011 - Claudio Imprudente

Ciao Claudio,
ti scrivo per salutarti. Sono stata a un incontro organizzato da te e dai tuoi colleghi, i primi dello scorso novembre, vicino Vicenza. Volevo avvicinarmi e salutarti, ma già eri sufficientemente preso da altre persone.
Io conosco te, ma tu non conosci me... questa non è una bella cosa. Mi chiamo Roberta, ho 29 anni e vivo a Catania. Mi trovavo a Vicenza perché sto frequentando il corso di abilitazione per il sostegno alla Ca’ Foscari a Venezia.
Come 2° lavoro insegno, già da due anni, Italiano e Latino nei licei; come primo lavoro sono imprenditrice... di una società di formazione post-laurea. Non l’ho fondata io, ma ci lavoro da 4 anni, e pochi mesi fa ne sono diventata socia (eh eh che soddisfazione.. :-)
Prima ti dico il secondo lavoro e dopo il primo... che cosa strana... forse perché te li ho detti nell’ordine di importanza che questi mestieri hanno per me.
Ti scrivo perché per me è stato un piacere conoscerti, e dato che Tutto, proprio Tutto, secondo me parte dalla Comunicazione, avevo il piacere di dirtelo (poi mi è tornato in mente di salutarti perché poco fa stavo sbirciando sul sito di accaparlante..!)
A te come va?
Immagino sempre impegnato tra le varie cose che segui.
Ti mando un caro saluto. Buon lavoro... e spero che tu mi risponda.
Roberta

Cara Roberta,
nelle notti tempestose, quando la pioggia si mischia alla grandine e picchia sulle mie finestre, faccio sempre lo stesso incubo: mi trovo tra i banchi della scuola superiore, ed entra l’arcigna professoressa di latino, coi suoi occhiali simil-tartaruga al collo. Si siede alla cattedra, e senza nemmeno guardare la classe, scorre col dito artritico il registro. Sto in apnea per non farmi notare, ma non funziona, perché lei a un certo punto dice: “Imprudente! Mi declini il verbo legĕre al tempo perfetto”. Sono atterrito, ma ho passato tutta la Domenica a studiare, non ho nemmeno sentito “Tutto il calcio minuto per minuto”, e quindi sono preparato. Faccio per rispondere, e guardo verso la mia lavagnetta trasparente, ma lei nemmeno mi guarda. Dice: “Allora? Vedo che non si è preparato…”. Mi agito nel banco, vorrei che si alzasse per venire a leggere la mia risposta, ma lei niente. A questo punto del sogno mi sveglio sempre, in un bagno di sudore, mentre la grandine continua a battere sulla mia finestra. Ho soprannominato questo incubo ricorrente “L’incomunicabilità nella comunicazione”. La questione è: la comunicazione a senso unico, è vera comunicazione? Quella professoressa stava realmente comunicando con me? Per farlo avrebbe quanto meno dovuto guardarmi, avvicinarsi, leggere la mia lavagna. Invece lei pretendeva che io comunicassi con lei sullo stesso piano, senza tener conto di quello che era il mio modo di comunicare. Questo per dire che il comunicare cambia a seconda dei mezzi che ciascuno ha a disposizione. Un bravo comunicatore è colui che sa spostarsi su piani di comunicazione sempre differenti, ricordandosi sempre che la comunicazione è biunivoca.
E che dire… bevete tanto lattino, che vi fa bene.
Claudio Imprudente

Carissimo Claudio,
prendo spunto dalla conferenza che abbiamo tenuto insieme a Cuneo per riflettere sul ruolo che hanno i genitori per promuovere l’integrazione dei figli diversabili nella collettività.
I genitori sono coloro che meglio di qualsiasi altra persona conoscono la loro prole. Studiamo e scriviamo proprio per validare scientificamente le narrazioni dei percorsi educativi dei genitori. Facciamo in modo che vengano chiamati nelle scuole, nelle ASL come formatori. Prima una presentazione scientifica in modo che le narrazioni vengano ascoltate con lo stesso rispetto con il quale vengono ascoltati gli esperti (non sono sfoghi o testimonianze ma percorsi scientifici) e poi i genitori narrano. Come Centro Nazionale raccogliamo le narrazioni, le facciamo pubblicare dalla rivista “Handicap&Scuola” e poi organizziamo Corsi di aggiornamento e Convegni in modo che le scuole e le ASL e i Comuni imparino dalle narrazioni dei genitori.
In Toscana il Centro Servizi per il volontariato (CESVOT) ha appena pubblicato tramite l’Associazione Sesto Senso di Siena con Gianni Scopelliti una raccolta di percorsi educativi dei genitori che speriamo vengano utilizzati come formazione dei volontari che si occuperanno dei nostri ragazzi. Così anche L’AIPD di Pisa Livorno con Enrico Barone ha pubblicato nel 2004 una raccolta di narrazioni. Nel 2001 qui a Torino, dove è nata la Pedagogia dei Genitori, è stata pubblicata una raccolta di narrazioni. Tra poco ne uscirà un’altra con esperienze italiane e straniere.
Augusta e Riziero Zucchi

Cari Augusta e Riziero,
che piacere risentirvi! A proposito dei racconti dei genitori, lo sapete che cosa mi diceva sempre mio padre? “Valà Claudio che hai visto un bel mondo!”. Questa frase di mio padre è stata un ritornello per la mia adolescenza: me la ripeteva almeno due volte al giorno. Forse lui non conosceva il vero significato di quello che diceva, o forse vedeva oltre… Ma proviamo a esaminare la frase: “Valà Claudio” è una tipica espressione di sdrammatizzazione della situazione (può essere applicata alle più varie…) quindi sono stato educato a sdrammatizzare. Sdrammatizzare a mio avviso è il sale di una relazione fra genitori e figli, specialmente se il figlio è diversamente abile. Mio padre non era né pedagogista né psicologo, ma ogni volta che pronunciava quella frase mi iniettava ironia pura a piccole dosi. Ma continuiamo l’analisi. “Che hai visto”: qui è chiaro come mio padre mi faceva vedere, fare esperienza, mi portava dappertutto: mare, montagna, città… Con lui ho viaggiato moltissimo, insomma ho percepito che non si vergognava di me, e questo mi ha educato a non avere io stesso vergogna. Altro che pillole di autostima! Ci tengo a sottolineare che tutto questo non è per nulla scontato: ho tanti esempi davanti agli occhi di padri che causa la difficoltà hanno delegato alla madre il rapporto con il figlio. Io ho quindi avuto il grosso vantaggio rispetto ad altri di respirare aria di alleanza fra mio padre e mia madre: un’alleanza che non è altro che la “pedagogia della fiducia”, teoria che il professor Riziero Zucchi porta avanti da molti anni.
“Un bel mondo”: qui sembra esserci l’intoppo: ma come fa un disabile a vedere un bel mondo? È un paradosso! L’educazione al paradosso è una carta vincente perché è un continuo uscire fuori dagli schemi, dai preconcetti e dai pregiudizi. Devo confessarvi che mio padre, assieme a mia madre, mi hanno un po’ “drogato” nel senso che oltre alle iniezioni di ironia, ricevevo anche dosi di positività: tutti questi ingredienti sono racchiusi in una ricetta chiamata “Valà Claudio che hai visto un bel mondo” che mi ha permesso di vedere le mie prospettive non più in bianco e nero ma finalmente a colori! Questa è una ricetta che vale per tutti: basta cambiare nome; perciò tirate fuori il ricettario (non le ricette di Suor Germana) e appuntatevi questa frase: “Valà nomedichivolete che hai visto un bel mondo!”. Ma voi, lo fate vedere un bel mondo ai vostri figli?
Con affetto,
Claudio.

Ciao Claudio carissimo,
ti segnaliamo un’iniziativa che ti vede coinvolto (seppur come citazione!): stanno organizzando Comune di Cagliari “una giornata per i disabili” la terrificante festa al luna park (così almeno un giorno le persone con disabilità possono divertirsi!): tu ci ricameresti su uno dei tuoi teatrini o meglio qualche barzelletta!
Insomma, c’è di mezzo nell’organizzazione anche la consulta comunale delle associazioni di cui facciamo parte (ahinoi, è tutta da costruire perché non funziona per niente), siamo gli unici a esserci opposti con fermezza, come facciamo ormai tutti gli anni (si, sono recidivi) per tutti i motivi che conosci e che condividiamo
Sai quale è lo slogan del volantino? una tua frase!!!! te la riporto integralmente (poi ti faccio scannerizzare l’invito così lo vedi con i tuoi occhi).
Chi ha detto che sono disabile?
Ci sono ricchezze intatte e potenzialità infinite dentro noi cosidetti "handy”.
Voi "normali" non le potete capire e nemmeno lontanamente intuire
Claudio Imprudente
Ma l’ultima frase l’hai mai detta???????
Mah, facci sapere.
Un abbraccio e a prestissimo
Francesca per l’Abc
P.s. w la zuppa gallurese!

Aloa Francesca,
che bello il Luna Park! Chissà poi perché si chiama “Luna” Park? Si potrebbe chiamare anche Sole Park, Fiore Park… ma questo mi sa tanto di Disabile Park. Ho sempre desiderato di sparare ai barattoli di latta, vincere i pesciolini rossi e strafogarmi di zucchero filato. Ma ci saranno tutte queste cose in un parco di divertimenti per disabili? Come sarà fatto? Proviamo a immaginarlo!
Fra i vari stand non potrà assolutamente mancare lo “scaccia la talpa col martello”, ma la testa non sarà di talpa… bensì di bambini Down che sbucano all’improvviso e fanno delle belle pernacchione rumorose! Per le montagne russe il risparmio sarà evidente: non c’è alcun bisogno di vagoni: si mettono i disabili in fila e si attaccano le carrozzelle direttamente alla rotaia! Almeno che servano a qualcosa queste ruote! Peccato che non tutti abbiano una cintura… beh, pazienza! Non si può mica pensare a tutto! Ma il gioco che preferisco in assoluto è “sparare al disabile che sfreccia in carrozzina”: da dietro al bancone devi prendere bene la mira… la parte più divertente è quando riesci a forargli le ruote: se riescono a non cadere rovinosamente, perdono velocità e bloccano la fila con una serie di tamponamenti a catena, poi una volta fermi hai tutto il tempo di stenderli con calma! E la casa degli orrori? Carrozzine indemoniate che investono gli educatori, un enorme disabile tipo Polifemo (dopotutto aveva un occhio solo…) che si dimena e urla, oppure disabili di cera che si animano improvvisamente e ti alitano in faccia, cani per ciechi che diventano mannari e si mangiano il disabile! Sarebbe davvero un’idea originale, non trovi?
In ogni caso io non ho mai detto quella frase che compare sul volantino. Mi spendo a parlare di integrazione e ti pare che possa fare una distinzione fra noi “gli handy pieni di ricchezza” e voi “i normali che non capite”? Devo confessare che leggendo questa frase mi sono sentito un po’ una specie di fenomeno da baraccone… ma questa è un’altra storia! A proposito, quanto facciamo pagare il biglietto d’ingresso?
Aloa!
 

Parole chiave:
Testimonianze-Esperienze