01/01/1999 - Enrico Mercandalli

La rivista nasce nell’aprile del ’96; un’esperienza particolare, unica nel suo genere; una voce autorevole del sud del mondo, scritta da giornalisti locali.
L’importanza di dare alla gente del luogo le competenze necessarie per produrre informazioneAttraverso contatti con persone che vivono in paesi africani sono nate delle proposte, delle idee, una delle quali era la realizzazione di un bollettino, scritto da giornalisti africani e fatto circolare in tutto il mondo in due versioni: una versione cartacea e una versione elettronica, un’esperienza abbastanza unica nel suo genere. Bisogna rammentare che stiamo parlando di un settore, quello delle riviste italiane missionarie, in cui nel 95’, non c’era nessuno che facesse editoria elettronica. Le riviste specializzate sull’Africa erano su carta, sarebbero entrate in rete negli anni successivi, per cui la nascita di questa rivista a Nairobi, in due formati, cartaceo ed elettronico, era una cosa abbastanza rivoluzionaria. Per sostenere questa iniziativa è partita la campagna “Peacelink for Africa". L’ azione pratica volte a sostenere questo progetto si è concretizzata in un viaggio nell’ottobre del 95’ che ho fatto a Nairobi per aiutare la redazione composta da otto giornalisti kenioti, nell’uso del computer, dei programmi e degli strumenti telematici (quest’ultimi, allora, abbastanza pionieristici in Kenya). Nel ‘95 non c’era nemmeno un provider in Kenya, c’erano solo alcuni provider statali dell’università; il full internet, cioè la connessione diretta ad internet non c’era, esisteva solo la connessione fidonet, cioè quella delle bbs, per cui ci si collegava con un computer e un telefono alla linea telefonica di un bbs centrale. Pur avendo queste risorse limitate abbiamo fatto partire l’iniziativa.

Una redazione keniota

La rivista nasce nell’aprile del ‘96 continua tutt’oggi. E’ un’esperienza particolare, unica nel suo genere, perché è una voce del sud del mondo, scritta da giornalisti del sud del mondo, per cui non sono i solitiarticoli o dispacci di agenzia scritti da missionari o da giornalisti del nord che traggono le loro informazioni dalle varie agenzie sparse per il mondo, ma sono testi realizzati da giovani giornalisti locali che riguardano gli argomenti più disparati; non sono articoli su argomenti scottanti, su novità, su notizie che passano e il giorno dopo sono già vecchie, ma sono articoli e approfondimenti sulla vita, sul costume, su come vivono e come sentono, loro, i problemi dell’Africa. Queste informazioni sono molto interessanti per chi vive là, perché la rivista gira per tutta l’Africa, ma lo sono soprattutto per noi, perché abbiamo unostrumento genuino per capire che cosa pensano gli africani dell’Africa, cioè quello che non siamo mai riusciti a leggere nemmeno nelle riviste specializzate. Questa esperienza ha coinvolto me, come membro dell’associazione Peacelink e un gruppo di giornalisti kenioti in due momenti, nel viaggio del ‘95 e in quello del Natale ‘97, dove abbiamo tenuto un corso sulla realizzazione e sulla pubblicazione di un bollettino sul Web. Fino al dicembre ‘97 la redazione di Africa News non faceva altro che prenderei testi normali, spedirli in Italia, dove c’era uno staff che prendeva i testi, li impaginava in HTLM e li metteva su internet. Dal dicembre 97’ questa operazione viene fatta direttamente a Nairobi, questo dà a loro ilvantaggio di gestire meglio non solo i contenuti ma anche la forma grafica e la struttura della rivista, connotandola con la loro cultura e il loro gusto anche sotto questo aspetto. Nel 95’ non c’era nemmeno un provider in Kenya, ora ce ne sono otto che forniscono l’accesso full internet però ad un prezzo proibitivo. Più o meno il costo dell’accesso ad internet si aggira intorno a 150/200 dollari al mese, stiamo parlando di un paese in cui uno stipendio medio di uno statale (un privilegiato insomma) è sui 70 dollari al mese. Prezzi così alti sono il frutto di scelta politica, non economica, di discriminazione di chi gestisce gli accessi internet in Africa. Purtroppo sembra che l’Africa sia il nuovo terreno vergine di conquista e si sta praticando una seconda colonizzazione che è quella tecnologica e telematica. I grossi provider che aprono in Kenya, in Ghana, in Costa d’Avorio, in Senegal, sono grandi società con sede a Boston, o in California, o comunque negli Stati Uniti e che sono controllate dai figli, dai nipoti o direttamente dagli uomini politici potenti che governano questi paesi. Perchè potenti aziende hanno interessi ad aprire service-provider in un paese dove la corrente elettrica c’è solo nel 5% delle area urbana? Perché Nairobi è il quarto centro mondiale delle Nazioni Unite, e questo significa che ci sono almeno 10/20 agenzie con migliaia di persone; ha sede l’Uniceff, la Fao, altre agenzie per i diritti umani; Nairobi è situata proprio al centro della zona dei grandi laghi, Uganda, Sudan, in una zona strategica quindi. Di fatto solo i ricchi (che lavorano nelle agenzie sopracitate) e gli appartenenti alle grandi famiglie possono permettersi l’accesso ad internet. Ecco che allora diventa importante per un piccolo gruppo di giornalisti del Kenya, che vivono nella periferia della capitale, al limitare delle baraccopoli, acquisire conoscenze tecniche per la pubblicazione di pagine Web su internet e la loro diffusione in rete.

La colonizzazione tecnologica

E’ importante perché innanzitutto possono superare questo collo di bottiglia creato dalle multinazionali delle comunicazioni che tende a escludere tutta una serie di gruppi giornalistici ma anche le ONG e le organizzazioni locali. Questa agenzia di informazioni può anche diventare un servizio per tutte quelle organizzazioni non governative locali, ce ne sono moltissime in tutta l’Africa; in generale i piccoli bollettini, i notiziari, possono diventare una agenzia di servizio per quelli che non possono permettersi di far pubblicare le loro pagine a prezzi esorbitanti. Io mi ricordo di aver parlato a Nairobi con il direttore di New People, che voleva pubblicare l’intera rivista su internet e mi disse che in Kenya per pubblicare una rivista normalissima come quella, che aveva più o meno 30/40 pagine, costava 8000 dollari all’anno, una cifra esorbitante e non sostenibile. E’ importante allora dare la possibilità, la formazione, gli strumenti a gruppi di base. Io mi sono reso conto da queste esperienze che la cosa più importante ora è, si diffondere le informazioni, fare in modo che circolino più informazioni dal sud delmondo verso il nord e dal nord verso il sud, ma ancora più importante di questo è dare la possibilità, gli strumenti, la formazione alle persone che vivono sul territorio perché altrimenti saremo sempre noi a prendere i testi, a manipolarli, a usarli ecc.., mentre è giusto che siano loro a farne poi quello che vogliono dei testi, dell’informazione e della tecnologia.