L'esilio del disabile

01/01/1998 - Roberto Ghezzo

La seconda parte dell’estetica dell’handicap. Analizziamo l’immagine della persona disabile utilizzando alcune categorie dell’estetica occidentale. La comunicazione e la creatività, ovvero il sentiero del ritorno dall’esilio. Le donne brutte di Picasso, la casualità di John Cage

Rosenkranz nella sua Estetica del brutto (1850), opera che d’ora in poi terremo sempre presente, notava che più cresce la complessità della forma organica e più un organismo può apparire brutto o bello. Ad esempio, una pietra può essere brutta ma non può diventare brutta quanto lo possono diventare un animale o una pianta, essendo la pietra più semplice, meno complessa e differenziata. L'uomo, che è al top della complessità organica, è l'essere più bello della creazione ma può diventare, per lo stesso motivo, il più brutto. Teniamo sullo sfondo questa considerazione e proviamo ad indagare le ragioni per cui un uomo può diventare brutto, a partire magari dal suo stesso stato esistenziale cioè quello di essere umano. In relazione alla disabilità questa analisi può rivelare qualche sorpresa.

Animale o dio?

Innanzitutto una persona con deficit ha una grande difficoltà ad essere accettata come persona in quanto tale, sia perché è "nascosta dal suo deficit", cioè identificata con il suo deficit, sia perché la sua condizione appare sorprendente per un che di contraddittorio, di paradossale. Per i greci chi non è nella pòlis, chi non appartiene alla città, chi non ne parla il linguaggio, chi ne sta fuori, o è un animale o è un dio. La condizione umana dell'handicappato è un dato in teoria condiviso e accettato da tutti, ma nel concreto, nel quotidiano non è così. Per l'immaginario collettivo l'handicappato stenta a rimanere sul piano umano e slitta ora verso il piano animale ora verso il piano divino. Vediamo perché. Generalmente si considera il disabile come più sofferente, anzi per certi versi il simbolo della sofferenza, che come sappiamo è un concetto che gioca un ruolo molto importante nella dottrina cristiana. Purtroppo è ancora molto diffusa la concezione che individua il disabile come colui che espia i peccati dell'umanità (e nella concezione più arcaica le colpe della famiglia), del disabile che una volta lasciata questa valle di lacrime se ne va dritto in Paradiso. Quindi se la via della sofferenza è una via che porta a Dio, naturalmente un handicappato più che col piano temporale ha a che fare col mondo a venire, più che con il qui ed ora la percezione dell'handicappato rimanda all'al di là. Ecco un primo paradosso: a che mondo appartiene il disabile?
Come se non bastasse, accanto a questa spinta diciamo ascendente, c'è una spinta discendente che schiaccia il disabile, lo appiattisce sui dati "terreni". La sua corporeità, infatti, risalta molto di più che nei normodotati (basti pensare alle funzioni primarie, ad esempio mangiare o bere, che spesso sono problematiche e saltano subito all'occhio); la sua animalità, ma forse sarebbe meglio parlare di corporeità (l'animalità ha a che fare con l'anima, mentre il corpo disabile può essere sentito come ottuso, opaco, privo di strade interne di energia) viene in primo piano. L'animalità, pur presente in ogni uomo ma che dall'educazione-galateo viene addomesticata, valorizzata e sublimata, nel disabile diventa un ospite scomodo perché troppo spesso subita e incompresa. Torniamo al detto greco: chi non sta nella pòlis o è un animale o un dio. Abbiamo visto che l'handicappato è sottoposto a due spinte compresenti che negano comunque la sua dimensione umana. L'uomo è un essere dove si armonizzano sia il dato animale sia la componente razionale-divina. L'uomo è nella natura, appartiene alla natura, ma nello stesso tempo è come se la guardasse dall'esterno proprio grazie alla facoltà-dimensione umana per eccellenza: l'autocoscienza. L'uomo è a metà strada tra l'animale e il divino e su questo territorio di mezzo ha costruito la sua città, la sua comunità, in cui è essenziale condividere il lògos, il linguaggio, per poterne far parte. Se questa condivisione per il disabile è problematica, è inevitabile, come si è visto, l'esilio fuori dalla città.

Altri paradossi

Per Rosenkranz la contraddizione data dalla compresenza tra stati esistenziali diversi non può che urtare e risultare brutta. Ma ci sono anche i mondi vegetale e minerale con cui il disabile si trova ad intrattenere rapporti di somiglianza ed analogia. Pensiamo ad un disabile indurito sulla sua carrozzina, un uomo-pietra, o ad un handicappato passivo che subisce tutto come un uomo-vegetale. La presenza nello stesso corpo di mondi diversi, l'umano, l'animale, il vegetale, il minerale, non può che scatenare avversione, senso di bruttezza. I medievali, tanto per fare un esempio, raffiguravano il diavolo come un uomo con le zampe di capra.
Ma le apparenti contraddizioni si moltiplicano: la vita dell'handicappato a molti sembra non-vita, una vita priva delle caratteristiche tipiche della vita (il movimento, la trasformazione, le situazioni sempre nuove, una storia con passato, presente e futuro). Una vita che stenta ad affermarsi in un corpo che ha parti che sembrano morte: il cervello, le braccia o le gambe già consegnate a quella specie di bara mobile che è la carrozzina. Consideriamo ancora la contraddizione che rende questa persona un fantasma, un essere che è e non è insieme. E dei tanti mostri, creature diverse (ne abbiamo passati in rassegna alcuni nei numeri passati di HP), vorrei ricordare la creatura del dottor Frankenstein, l'essere che la scienza riesce a tenere in vita (come avviene per tanti neonati che solo pochi anni fa sarebbero morti) anzi riesce a far risorgere, per poi consegnarlo ad un'esistenza che non trova accoglienza nella comunità umana.

Ritorno dall'esilio

Chi non è nella pòlis o è un animale o è un dio. Chi non parla il linguaggio, il lògos, della città, chi non dialoga, non confronta scambia e commercia idee con gli altri suoi simili, non è umano, non è della pòlis, non fa politica.
Il nodo della comunicazione tra un normodotato e un disabile è il nodo più importante. Proprio a causa del deficit un disabile mette in crisi il sistema convenzionale del linguaggio e se non troviamo, immaginiamo, creiamo, un codice linguistico che ci permetta di comunicare, il destino di un disabile è segnato. La sua diversità diventa estraneità, non c'è dialogo, non c'è riconoscimento. La paradossalità dell'apparire del disabile, le apparenti compresenze di stati esistenziali così contraddittori che prima abbiamo passato in rassegna, scaturiscono proprio da questo mancato riconoscimento, da una mancata comunicazione. La logica dell'esilio è la logica che relega il disabile in una dimensione eterna e senza storia, ora quella naturale dei bisogni animali ora quella divina di un mondo a venire. In entrambi i casi al disabile viene negata una storia, una dimensione temporale umana in cui passato-presente-futuro sono tre stadi collegati ma anche molto diversi tra loro.
Gli unici antidoti possibili a questa patologia sociale e culturale rimangono la conoscenza e la comunicazione. La carrozzina potrà sempre apparire una sedia elettrica per chi non ne conosce l'utilizzo, ad esempio, nello sport. La conoscenza (potenziata magari dai mass-media) e la creatività sempre più collegano il mondo del disabile al Mondo, sempre più ci allontanano da quell'immagine stereotipata e brutta che abbiamo illustrato prima. Mai come oggi si sente l'esigenza di immaginare e di creare un mondo a misura d'uomo, forse perché con la creatività e gli strumenti che abbiamo adesso sappiamo che è possibile, che è un traguardo raggiungibile. Chi avrebbe parlato solo poco tempo fa di sport per disabili?
E' fondamentale capire però che questo ritorno dall'esilio non è una operazione di bontà da parte del mondo dei normodotati, da parte dei cittadini della pòlis. Fuori della pòlis, come ho detto, il destino di un disabile è segnato ma anche la pòlis avrà vita breve. Quella comunità che non riesce a integrare le persone, che non ha un lògos-linguaggio in grado di trasformarsi, di adattarsi in modo tale da sfruttare tutte le potenzialità è destinata alla rovina. L'esilio del disabile testimonia una patologia della città che, non curata, può diventare mortale.

Etica ed estetica

La corrente principale della nostra tradizione culturale ci porta a considerare la bellezza un aspetto della bontà ed il bene come connaturato al bello. Espressioni come "il vizio rende brutti e la virtù rende belli" oppure "non c'è vera bellezza senza libertà e non c'è vera bruttezza senza illibertà", sottendono una connessione profonda tra etica ed estetica, tra valori morali ed estetici. Rosenkranz enumera una serie di caratteristiche, suddivise da buon hegeliano in tre triadi, tipiche dell'essere brutto che qui riportiamo:

Volgare

meschinità: esistenza condotta sotto i propri limiti
debolezza: esistenza condotta al di sotto della forza che le spetterebbe
bassezza: quando la libertà è subordinata alla illibertà

Vile

quotidiano: abituale e triviale
casuale: arbitrario e mutevole
rozzo: svilimento dell'essere

Ripugnante

goffo: negazione del grazioso
morto: negazione del giocoso
orrido: negazione dell'attraente e quindi insulso e malefico.

Naturalmente non ci interessa qui stabilire l'esattezza di questa tabella nè prendere in considerazione la teoria che l'ha determinata ma certamente essa è molto stimolante e suggestiva. La prima cosa che si nota è il fatto che molte categorie hanno a che fare con l'aspetto etico dell'individuo e in particolare sottolineo la debolezza, che connota una esistenza condotta senza la forza e dignità che le spetterebbe. E' evidente che una persona con deficit psichico o fisico più facilmente di un normodotato potrebbe essere definita con alcune delle categorie della tabella. Ma la cosa forse più importante da notare e di cui Rosenkranz non s'avvede (anche perché non dimentichiamo che è un autore del secolo scorso e indubbiamente il nostro gusto estetico è mutato) è che non necessariamente tutte le categorie della tabella prese in sè sono negative. Quotidiano e casuale, ad esempio, non significano necessariamente trivialità o arbitrarietà (termini questi che invece hanno una connotazione negativa). Nell’arte contemporanea si è esplorato molto il terreno della casualità con dei risultati straordinari. Esiste ad esempio una composizione di John Cage ottenuta sovrapponendo un pentagramma su una mappa del cielo stellato le stelle diventavano così, arbitrariamente, delle note, e il risultato casuale una musica che definirei cosmica.

Handicap e arte contemporanea

C'è un certo elemento di casualità anche nella improvvisazione: nel mondo occidentale il jazz ci ha familiarizzato con questa modalità di fare musica, soprattutto il free jazz, che ha portato alle estreme conseguenze l'improvvisazione (perché qui i musicisti hanno una libertà totale) e dove l’effetto complessivo è casuale. Certo alla maggior parte delle persone potrà apparire brutta questa musica, inascoltabile, eppure è espressione di una ricerca artistica, di un senso del bello che non è magari condiviso da tutti. Se l'arte non diventa comunicazione, se quel quadro, quella musica non mi dicono niente, non mi parlano, forse mi potranno apparire brutti, tutt’al più mi lasciano indifferente. L’handicap deve diventare comunicazione.

Secondo me una estetica dell’handicap esiste già, una risposta alla domanda sulla bellezza delle persone disabili già è stata data dall'arte contemporanea. A ben vedere la tabella di uno studioso di estetica del secolo scorso, come Rosenkranz , ha offerto agli artisti e di conseguenza al senso della bellezza, più di uno spunto di ispirazione. Quando Picasso raffigura una donna con un occhio di fronte e l'altro occhio di profilo, forse potrà apparire un quadro brutto, la negazione del grazioso. Picasso in quel quadro ha invece rappresentato il tempo, il movimento. Quel quadro che ha un deficit di realismo, ha invece un surplus di realtà, perché rappresenta il tempo, il reale in un altro modo. Quel viso di donna, la composizione cosmica di Cage, il free jazz e la sua casualità, forse sarebbero apparsi brutti a Rosenkranz, ma per noi contemporanei esaltano l'essenza stessa dell'arte, l'essenza del nostro essere ricercatori e scopritori. Nella comunicazione con una persona con deficit, pensiamo ad esempio a deficit psichici, l'errore, la casualità, l'improvvisazione diventano parte integrante, anzi punti di forza di un rapporto. Ogni educatore sa che è importante valorizzare questi momenti, sa che è importante non lasciarsi sopraffarre dall'ansia della programmazione, dei risultati ed avere il coraggio di seguire qualche volta l'ispirazione. Con l'aumentare della conoscenza reciproca si scopre una logica nelle cose che prima apparivano illogiche e frutto del caso, si scopre che un errore può essere più significativo di una azione che raggiunge l'obbiettivo (in fin dei conti sbagliando Colombo ha scoperto un nuovo continente!).

Mistica e quotidiano

Man mano che cresce la comunicazione si affianca un senso di bellezza, alcune volte tanto più affascinante quanto più si è fatto fatica per trovarlo, altre volte improvviso, che colpisce come il satori, l'illuminazione che è il punto di arrivo della pratica zen.
Il maestro zen dà al discepolo un raccontino (koan) da meditare come pratica per raggiungere il satori, l'illuminazione. Generalmente questi koan colpiscono per la loro paradossalità e vogliono mettere in crisi il pensiero logico, sequenziale di cui il discepolo è prigioniero. Il seguente racconto si intitola "Joshu e la ciotola" ed è tratto da un testo classico dello Zen, La porta senza porta, di Mumon (1183-1260):

Joshu lava la ciotola

Un monaco disse a Joshu: " Sono nuovo del monastero. Ti prego di insegnarmi ". Joshu domandò: " Hai mangiato la tua zuppa di riso? ".

Il monaco rispose: " L'ho mangiata ".

Joshu disse: "Allora faresti bene a lavare la tua ciotola ".

In quel momento il monaco fu illuminato.

Commento di Mumon: Joshu è l'uomo che apre la bocca e mostra il proprio cuore. Non so se quel monaco abbia visto davvero il cuore di Joshu. Spero che non abbia scambiato la campana per una brocca.
E’ troppo chiaro e perciò è difficile vederlo.
Uno sciocco una volta cercava un fuoco con una lanterna accesa.
Se avesse saputo che cos'era il fuoco avrebbe potuto cuocere il suo riso molto prima.

Credo che per noi occidentali faccia molto bene ossigenare il cervello con testi come questo, o riscoprire il pensiero dei mistici nostrani come San Francesco. Penso che possano aiutarci a riscoprire un senso dell'esistenza non appiattito sulle categorie dell'efficienza, del tempo lineare, del possesso, del dominio, del consumo. Una rivalutazione del quotidiano (come la ciotola del monaco) della semplicità delle azioni quotidiane che tanto spazio hanno nella vita non solo di un disabile, è un passo che si accompagna anche alla bellezza.

Essere e dover essere

Torniamo alla tabella di Rosenkranz e alla commistione di valori etici ed estetici. L'handicappato potrà apparire un essere vile, volgare o ripugnante ma in sè un disabile non è altro che una persona più debole perché ha dei deficit. Il suo apparire goffo, rozzo o insulso molto spesso siamo tenuti a considerarli anche come aspetti morali. Ad esempio ogni educatore sa perfettamente quanto sia difficile distinguere il bambino, disabile o non, che volontariamente "fa il cattivo" dal bambino che ai nostri occhi diventa cattivo perché le cose non vanno come dovrebbero, cioè come noi vorremmo che andassero. Le cose per una persona con deficit non sono andate come dovevano andare, mentre per un normodotato le cose vanno e sono andate come dovevano andare. Ma dove sta la bruttezza? Nel non esser adeguati ad un supposto dover essere o nel non saper far fronte all'inaspettato? C'è più creatività quando le situazioni stesse ci spingono a rimetterci in discussione o nella abitudinarietà tranquilla, nella banalità normale di un giorno che è come doveva essere? E' più goffo, morto, orrido, e questo sì ripugnante, un pensiero che non sa stupirsi del nuovo, che non sa accettare nuove sfide e difficoltà e che nelle difficoltà vede solo negatività e ne ha paura.

Parole chiave:
Creatività