L'emozione giusta

01/01/1991 - (a cura di) Nicola Rabbi

"Nel 1976, anno in cui la RAI fu divisa, fui diviso anch'io dalle mie mani e dalle mie gambe per il morbo di Burger…". Così si presenta Enzo Aprea in un suo libro di qualche anno fa. In questa frase è già raccolto tutto il personaggio: il giornalista, la malattia, l'ironia, il segno di un'accettazione mai completa del suo stato che lo porterà ad impegnarsi totalmente per una maggiore solidarietà tra gli uomini.

Enzo Aprea è morto lo scorso 28 luglio. Quest'intervista inedita è stata raccolta in occasione del suo licenziamento dalla RAI avvenuto nell'87, dove tira un bilancio negativo sul modo in cui l'informazione televisiva parla dell'handicap e dell'emarginazione.
La testimonianza di Aprea va collocata all'interno di un ciclo di trasmissioni radiofoniche dedicate al tema dell'informazione e l'handicap.
Decidemmo di intervistare Aprea proprio perché era giornalista alla RAI da molti anni e nella sua condizione, poi, di handicappato doveva aver sviluppato un'analisi precisa dei vizi dell'informazione televisiva riguardo a questo.
II suo intervento fu quello emotivamente più incisivo come risultò poi dalle telefonate degli ascoltatori che ricevemmo a fine trasmissione.
La passione che è facile sentire nelle sue risposte è dovuta alle contemporanee dimissioni dalla RAI, dimissioni forzate visto che diventava di giorno in giorno sempre più difficile per un giornalista disabile lavorare in quell'ambiente.
D. Secondo te come affrontano la televisione e i mass media in generale il tema dell'handicap?
R. Per affrontare ogni discorso sull'handicap bisogna partire dai pregiudizi, da come siamo noi gente italiana; noi quando incontriamo l'handicap l'incontriamo come se fosse una colpa. Quello è diverso perché è stato punito, Dio lo ha punito. Già questo preclude ogni possibilità di comunicazione.
Questo vale anche per la gente di cultura.
La tendenza a mettere in cornice il programma sull'handicap , a mettere l'handicap nella
rubrica, come accade per i giornali, è un modo per fare dell'emarginazione, di metter nell'angolo i problemi, di trattarli a parte. Invece i problemi dell'handicap sono problemi di tutti e dovrebbero essere collocati in un ambito generale.
D. E il mondo dell'informazione?
R. Per quanto riguarda il mondo dell'informazione si occupa di queste notizie il giornalista che ha una grande sensibilità personale o ha avuto contatti con l'handicap o che lo vive sulla propria pelle.
lo fino a 46 anni ero un uomo alto un metro e 87, saltavo, gioivo, andavo a ballare, guidavo, non avevo certi problemi. Avevo una certa sensibilità che mi accostava a certi problemi, ma non li approfondivo, per questo non faccio colpa alla gente indifferente perché anch'io ero cosi. Poi mi hanno tagliato le gambe e le braccia e ho dovuto occuparmi di me stesso e poi anche degli altri, degli altri tipi di handicap, di emarginazione, di solitudine.
D. Queste tematiche allora vengono trattate solo per il personale interesse del giornalista?
R. Un giornalista normale, un direttore di giornale che non abbia il problema accanto, non ha la sensibilità per occuparsene. Quando io proponevo questo genere di articoli la risposta era sempre: "Eh, ma Aprea, sempre con questi problemi, la gente a quell'ora mangia e non si può disturbare la gente".
D: La gente, appunto, è interessata a questo genere di argomenti?
R. Si la gente è interessata, la gente è molto più intelligente di quel che si pensi.
La mia inchiesta televisiva intitolata "Una protesi non basta" venne mandata in onda il 14 agosto alle 11 di sera, proprio per non farlo vedere e invece abbiamo avuto quasi 7 milioni di spettatori. Questi problemi interessano alla gente, non è che piacciano, ma però interessano. Per cambiare la mentalità delle persone nei riguardi degli handicappati bisogna incominciare a lavorare nelle scuole a far vedere le protesi, a far vedere l'handicappato perché ogni handicappato è un uomo.
D. All'interno della RAI esiste una strategia per l'informazione sul disagio?
R. La radiotelevisione italiana
non ha una strategia per affrontare questo genere di problemi, non ha un ufficio che si occupi dell'informazione dei vari tipi di emarginazione. Ci sono le idee dei singoli, se hanno la sensibilità di occuparsi del problema.
D. Ma quando si occupa dei disabili e dell'emarginazione, con quale stile lo fa e tu che consigli daresti per affrontare con correttezza questi argomenti?
R. In genere l'handicap è presentato dalla televisione con commenti, musiche e montaggi tali da suscitare non la solidarietà ma la pietà, se non addirittura il sorriso o la risata; noi viviamo in una cultura che ha bisogno, nel teatro, nel cinema, nella televisione di fare della parodia sull'handicappato: ma c'è bisogno per forza del sordomuto, del cieco, dello zoppo per far ridere gli italiani? Per questo l'immagine dell'handicap è distorta ed è sempre stata distorta. Per quanto mi riguarda preferisco l'approccio razionale a quello pietistico e sentimentale, però per informare so benissimo che bisogna anche emozionare.
Se non dai un'emozione alla persona la notizia non la captano, passa via. Certo non deve essere per forza un'emozione che provochi pietà o paura, basta che provochi solidarietà.