Leggere la speranza

01/01/2002 - Pio Campo

Ci muoviamo persi nei sentieri di un mondo poco comprensibile. Mi guardo intorno e vedo i giochi di potere, le guerre, la distanza fra gli uomini, l’incomprensione, il dolore. I miei passi ogni tanto si appesantiscono e mi viene la tentazione di pensare che questo mondo, quello “ufficiale”, non cambierà mai. Sono passati 13 anni dal giorno in cui mi sono avventurato in questa terra del sud. Mi riconosco ancora nell’ansia di cambiamento che dava un impulso forte ai miei passi, nel des/Fr [CENTER][FONT=Microsoft Sans Serif][SIZE=4][COLOR=deepskyblue][/COLOR][/SIZE][/FONT]
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89.148.25.221193.188.105.227on sono bravo abbastanza da spiegare con parole cosa sento quando li vedo scambiarsi dei baci. In quei momenti avverto che è vero che il mondo non cambia, ma mi pare che nel sorriso di questi bambini risiede il segreto per continuare a sperare.
Mi ritorna in mente una immagine veloce che deve risalire ai miei primi anni di vita perché mi rivedo, forse a tre o a quattro anni, appena sveglio e col volto di mia madre che mi sorride. Durante l’infanzia e anche dopo, mi si stampava negli occhi quando avevo paura ma allora tutto sembrava più facile: mi ricordavo semplicemente che qualcuno mi amava. Credo che se possiamo seminare anche nei nostri piccoli ospiti, immagini come la mia che, nei momenti difficili, diffondono un sapore di sicurezza, qualcosa che sa di casa, allora la nostra azione avrà avuto senso.
E in questo seminare senza certezze colgo la sfida contro l’inerzia, contro il male che ci affligge e ci porta a pessimistiche considerazioni piuttosto che ad attive azioni o reazioni.
Nell’ospizio dove lavoro da cinque anni con la danza di Maria Fux, è arrivata Aparecida. Rispetto agli altri ospiti riconosco che è stata più fortunata perché è approdata a questo porto dopo una esistenza agiata, con marito e figli, come si dice, ben sistemati. Ma ne' il denaro ne' i figli le hanno evitato il morbo di Alzheimer e la tristezza di essere internata in un istituto. Di discendenza araba, Aparecida si esprime in una lingua di “taratatà”, qualche parola araba e un po’ di portoghese, di tanto in tanto. La sua realtà è altra. I cieli che la sua mente percorre farebbero desistere da qualsiasi tentativo di comunicazione. Eppure nei nostri incontri di danza mi riconosce a fiuto, già che la vista se n’è andata. Insieme balliamo e ci scambiamo i nostri “taratatà” interminabili. Leggo in quei momenti una eterna felicità che la scuote. So che esprimersi con “taratatà” o in un buon portoghese non fa molta differenza. La differenza sta nel nostro stare insieme, nel concederci un piacere reciproco, che apparentemente è un perdita di tempo, e nel lasciarsi trasportare dalla danza che è la danza della vita.

Produrre incanto

Mai come oggi comprendo le parole di Robson che in questi anni mi ha instancabilmente trasmesso l’importanza di PRODURRE INCANTO. Incanto che lotta contro la miseria, la tristezza, l’ignoranza. E così mi ripeto che se nel nonsenso di tutta questa confusione che viviamo oggi troviamo ancora la forza di incantare gli altri, allora sì, il mondo potrà cambiare.
Vedo la mia maestra di danza e di vita, Maria Fux, che oggi, a ottanta anni, propone seminari di danza in una Argentina sconvolta da un processo di degrado terribile. “Danzare per lottare, per resistere, per scuotersi di dosso il dolore, il nonsenso, la paura”. Così mi dice Maria. E così incanta.
Nelle sue parole, nell’azione testarda e quotidiana dei miei compagni, nelle ore coi bambini, nella danza con Aparecida e i suoi colleghi un po’ folli, mi ricarico di speranza e me ne rivesto perché i miei occhi sappiano leggere. Mi dico che va bene così, nonostante tutti gli errori che commetto, la stanchezza e le disillusioni, so e sento col cuore di avere ancora la capacità di leggere la Speranza.
E leggerla mi permette di vivere, di continuare il cammino anche quando sento che ci muoviamo persi in questo mondo poco comprensibile.