Leggere la speranza

01/01/2002 - Pio Campo

Ci muoviamo persi nei sentieri di un mondo poco comprensibile. Mi guardo intorno e vedo i giochi di potere, le guerre, la distanza fra gli uomini, l’incomprensione, il dolore. I miei passi ogni tanto si appesantiscono e mi viene la tentazione di pensare che questo mondo, quello “ufficiale”, non cambierà mai. Sono passati 13 anni dal giorno in cui mi sono avventurato in questa terra del sud. Mi riconosco ancora nell’ansia di cambiamento che dava un impulso forte ai miei passi, nel desiderio di una umanità umana, per me, per gli altri. Ma scopro nel mio volto un’espressione più dura o forse più realista, un’espressione che l’esperienza mi ha imposto, potandomi di eccessi sentimentali, di illusioni, di sogni infiniti. Oggi a 45 anni, a metà almeno del mio cammino, non ho ancora smesso di sognare. Ma lo sfondo alle mie speranze oniriche è dipinto con le tinte fosche di un mondo che non sembra disposto a cambiare. Abitare e lavorare e costruire Vila Esperança mi obbliga all’esercizio permanente della speranza. Mantenere viva la fiamma che ci fa osare, seminare, andare aldilà dell’ovvio di alcune certezze, non è semplice. Ma sarei ingiusto se non riconoscessi che qualcuno ci circonda di piccoli, a volte piccolissimi, altre volte grandi, segni di una vita che resiste. Di questo vorrei parlare oggi, perché, se la coscienza di un mondo sottosopra l’abbiamo tutti ben impressa nel corpo, leggere la speranza invece è compito ben più arduo.

Arduo, ma non impossibile

Ieri guardavo davanti alla porta di casa alcuni operai dell’impresa telefonica che aggiustavano dei fili strappati da un enorme camion. Uno degli uomini mi spiava sorridendo e guardandolo meglio ho fatto un capitombolo indietro di dodici anni ritrovando gli occhi furbi di Paolo, uno dei gemelli. Era fra i pionieri bambini che hanno avuto la sorte di iniziare con noi il Sogno. Si trattava allora di strappare erbacce alte come una casa, raccattare ciabatte di plastica spaiate e tonnellate di spazzatura di ogni genere. Paolo, insieme a un gruppetto di una decina di bambini ci accompagnava con una euforia che, ora, interpreto come la speranza di avere un posto tutto per loro. Mi dice di suo figlio che ha tre anni. Vuole che frequenti la Vila per ricevere quello che ha ricevuto lui.
“Che cosa hai ricevuto?” gli chiedo un po’ titubante.
Pensa un istante, ma proprio solo un istante e poi: “Quello che sono oggi, di buono”.
E così ritorna ai suoi fili del telefono.
Lo guardo e mi accorgo che anche a lui la vita ha dato un volto più duro. Ma mi fa bene sapere che desideri per il suo bambino qualcosa di buono, quel buono che ha fatto star meglio anche lui. E’ un tesoro impalpabile, come un privilegio, un regalo inaspettato. Ed è per lui e per noi.
Tante volte mi chiedo, ci chiediamo, che cosa sarà successo a tanti bambini che sono passati fra noi. Alcuni, come Paolo, sono già genitori, altri lavorano in altre città, di altri ancora non sappiamo più niente. Cosa significherà questo eterno seminare, questo eterno piantare, senza quasi mai sapere se i frutti sono maturati, se è rimasto qualcosa del cantare insieme, del danzare, dell’imparare...
Sento che le parole di Paolo sono la risposta, la sua emozione nel pronunciarle con quell’incendio in fondo agli occhi...

Seminare senza certezze

Mi pare straordinario poter celebrare i dieci anni di esistenza formale di Vila Esperança con un asilo nido che ci pone proprio all’inizio della vita di nuovi bambini. Mi ritengo fortunato per il tempo che posso passare nello spazio ancora provvisorio destinato a loro. Sono in tre per ora, con tre storie diverse, tutte marcate da un unico denominatore comune che è la povertà. Il primo mese piangevano quasi in continuazione. Era, direi, un pianto ancestrale, perché, per almeno due di loro, faceva parte della loro vita sin dalla nascita. Oggi, dopo così poco tempo di permanenza in questo luogo in cui li accogliamo, senza dubbio con un fortissimo desiderio di amarli e aiutarli a crescere come se fossero i nostri stessi figli, ridono fino alle lacrime. Hanno imparato i primi passi, stendono le mani e ci riconoscono, giocano, mangiano e fanno la cacca tutti insieme. E soprattutto hanno cambiato espressione. Non sono bravo abbastanza da spiegare con parole cosa sento quando li vedo scambiarsi dei baci. In quei momenti avverto che è vero che il mondo non cambia, ma mi pare che nel sorriso di questi bambini risiede il segreto per continuare a sperare.
Mi ritorna in mente una immagine veloce che deve risalire ai miei primi anni di vita perché mi rivedo, forse a tre o a quattro anni, appena sveglio e col volto di mia madre che mi sorride. Durante l’infanzia e anche dopo, mi si stampava negli occhi quando avevo paura ma allora tutto sembrava più facile: mi ricordavo semplicemente che qualcuno mi amava. Credo che se possiamo seminare anche nei nostri piccoli ospiti, immagini come la mia che, nei momenti difficili, diffondono un sapore di sicurezza, qualcosa che sa di casa, allora la nostra azione avrà avuto senso.
E in questo seminare senza certezze colgo la sfida contro l’inerzia, contro il male che ci affligge e ci porta a pessimistiche considerazioni piuttosto che ad attive azioni o reazioni.
Nell’ospizio dove lavoro da cinque anni con la danza di Maria Fux, è arrivata Aparecida. Rispetto agli altri ospiti riconosco che è stata più fortunata perché è approdata a questo porto dopo una esistenza agiata, con marito e figli, come si dice, ben sistemati. Ma ne' il denaro ne' i figli le hanno evitato il morbo di Alzheimer e la tristezza di essere internata in un istituto. Di discendenza araba, Aparecida si esprime in una lingua di “taratatà”, qualche parola araba e un po’ di portoghese, di tanto in tanto. La sua realtà è altra. I cieli che la sua mente percorre farebbero desistere da qualsiasi tentativo di comunicazione. Eppure nei nostri incontri di danza mi riconosce a fiuto, già che la vista se n’è andata. Insieme balliamo e ci scambiamo i nostri “taratatà” interminabili. Leggo in quei momenti una eterna felicità che la scuote. So che esprimersi con “taratatà” o in un buon portoghese non fa molta differenza. La differenza sta nel nostro stare insieme, nel concederci un piacere reciproco, che apparentemente è un perdita di tempo, e nel lasciarsi trasportare dalla danza che è la danza della vita.

Produrre incanto

Mai come oggi comprendo le parole di Robson che in questi anni mi ha instancabilmente trasmesso l’importanza di PRODURRE INCANTO. Incanto che lotta contro la miseria, la tristezza, l’ignoranza. E così mi ripeto che se nel nonsenso di tutta questa confusione che viviamo oggi troviamo ancora la forza di incantare gli altri, allora sì, il mondo potrà cambiare.
Vedo la mia maestra di danza e di vita, Maria Fux, che oggi, a ottanta anni, propone seminari di danza in una Argentina sconvolta da un processo di degrado terribile. “Danzare per lottare, per resistere, per scuotersi di dosso il dolore, il nonsenso, la paura”. Così mi dice Maria. E così incanta.
Nelle sue parole, nell’azione testarda e quotidiana dei miei compagni, nelle ore coi bambini, nella danza con Aparecida e i suoi colleghi un po’ folli, mi ricarico di speranza e me ne rivesto perché i miei occhi sappiano leggere. Mi dico che va bene così, nonostante tutti gli errori che commetto, la stanchezza e le disillusioni, so e sento col cuore di avere ancora la capacità di leggere la Speranza.
E leggerla mi permette di vivere, di continuare il cammino anche quando sento che ci muoviamo persi in questo mondo poco comprensibile.