L'educatore disabile

01/01/1997 - Roberto Ghezzo

Riportiamo di seguito un capitolo tratto da Progetto Calamaio, la cultura della diversità a scuola, a cura di Sonia Pergolesi e Claudio Imprudente, UTET Editore, TO, 1997.

Non è facile trovare persone disabili che desiderino essere educatori ed animatori e che abbiano un grado di maturità tale da mettersi in gioco, trasformando il proprio deficit in un arma educativa in più. Veramente questa non è una cosa semplice: pensate solo al fatto che la prima impressione che dà una coppia di operatori del Calamaio, uno normodotato l'altro disabile, non è quella di due colleghi al lavoro ma di un operatore e di un utente, uno che è aiutato e l'altro che aiuta. Si trovano delle resistenze solo ad immaginare di diventare educatore disabile, figuriamoci il diventarlo. Per spiegare meglio: una persona con deficit è sottoposta a due spinte che la portano in direzioni diverse. La prima spinta va verso l'emancipazione dal proprio deficit per liberare la propria persona dall'immediata identificazione con esso. Ciò significa in altri termini voler affermarsi e confrontarsi con il "modello forte" di uomo, volere ad esempio che il proprio lavoro venga riconosciuto per quello che vale e non tanto perché è stato fatto da un disabile. L'altra spinta porta invece un disabile non a negare o peggio a rimuovere il deficit ma a riappropriarsi del deficit in termini positivi. Lo sport per disabili ad esempio porta l'individuo a confrontarsi con il proprio deficit non nei termini di un improbabile superamento ma nell'ottica di mettere in gioco le potenzialità residue. Nell'attività sportiva il limite e la difficoltà non consistono tanto nell'avere un deficit, ma costituiscono un aspetto fondamentale della competizione agonistica. L'essenziale nello sport è la sfida con noi stessi e con gli altri per il raggiungimento di un obiettivo. Diminuire il tempo che impieghiamo per percorrere cento metri, vincere contro un'altra squadra, migliorare la nostra comprensione del gioco, imparare a dominare alcune emozioni: sono tutti obiettivi che ogni atleta, disabile o non, uomo o donna, anziano o giovane, possono proporsi. Il deficit qui non viene rimosso, né viene annullato: semplicemente rende speciale una disciplina sportiva. Il calcio in carrozzina dieci anni fa è nato in seguito a una esigenza, a un richiamo che le mature condizioni culturali e di conseguenza l'autoconsapevolezza delle persone, hanno permesso di ascoltare. E l'unico sport al mondo in cui hanno un ruolo parimenti attivo sia atleti disabili sia atleti normodotati e ne possono nascere molte altre di queste discipline miste... Un educatore disabile del Calamaio se da un lato deve necessariamente acquisire competenze per poter fare bene l'animatore e l'educatore, dall'altro gli sono necessarie anche una maturità e gli strumenti che lo portino a vivere il suo deficit non più come un limite ma anzi come risorsa per il lavoro educativo. La "forza" del Progetto Calamaio sta proprio nella debolezza dei suoi educatori, o meglio nel processo che trasforma questa debolezza in qualcosa di positivo. Ad esempio Alberto, un educatore del Progetto, non riesce ad articolare chiaramente i suoni che compongono le parole. Se riusciamo a creare nei ragazzi una giusta aspettativa, se il capire Alberto oltre ad essere faticoso diventa una scommessa, se Alberto riesce ad affascinarli con le sue parole allora otteniamo dei grossi risultati che probabilmente non sarebbe stato possibile ottenere senza quel deficit. Infatti sappiamo bene che le parole di un educatore disabile e quelle di un normodotato possono avere un peso ben diverso. Consideriamo ad esempio Alice, una delle nostre educatrici più valide: lei, che è non vedente, riesce ad affascinare moltissimo bambini e ragazzi. La scoperta di come riesce a scrivere, a leggere l'orologio, a camminare da sola per strada, fa veramente luce sul come, con creatività ed intelligenza, si possono superare ostacoli apparentemente insormontabili. Ecco perché il deficit, o meglio, un modo appropriato di vivere e considerare il deficit può essere sfruttato in termini positivi, diventa per chi lo sa usare uno strumento in più nel bagaglio dell'educatore. Naturalmente ciò non è facile: la bravura di Alice non è una cosa improvvisata, ha richiesto anni di preparazione e di lavoro. L'esperienza ci insegna che aiuta moltissimo la dimensione del gruppo, il costante dialogo tra gli educatori del Progetto, il sapere affrontare insieme le grandi e piccole difficoltà che si presentano ogni giorno, il lavorare in squadra raggiungendo così l'affiatamento giusto che permette di creare e programmare i percorsi educativi.

"Abbiamo fatto il gioco di essere handicappato"

Spesso mi viene in mente questa bellissima frase, scritta in un tema da un bambino di una scuola elementare. In questa frase, che si riferiva al gioco di ruolo in cui un giocatore si immedesima in un disabile e l'altro giocatore in una persona qualsiasi che presta il suo aiuto, c'è veramente tutto il significato del Calamaio. Ludwig Wittgenstein, il grande filosofo austriaco, afferma che non esiste un'unica logica sottesa al reale, ma una pluralità di logiche, che lui chiama giochi linguistici, imparentate tra loro ma mai riducibili a principi primi. In altre parole non esistono significati astratti dai contesti ma giochi linguistici con regole più o meno precise e codificate. L'essere handicappato determina un gioco particolare, speciale, le cui regole linguistiche non sono trasferibili meccanicamente in ogni situazione ma anzi vanno di volta in volta adattate ed interpretate. Nell'interazione tra i due comunicanti, il giocatore con deficit e il giocatore normodotato, viene elaborato un linguaggio che tiene conto, mediante tentativi ed errori, del vissuto di ognuno dei giocatori e che mette da parte per un momento lo stereotipato e abitudinario sistema di regole linguistiche che invece si ripropone automaticamente fra due parlanti normodotati. Si scopre che giocare ad essere handicappato non è per niente facile e non richiede solo emotività ma mette in moto tutte le intelligenze, dalla corporea alla logico?matematica. Non basta mettersi in gioco, non basta, diremmo, partecipare. Nel "gioco di essere handicappato" però se uno dei giocatori vince, vince anche l'altro, se uno perde, perde anche l'altro. La comunicazione avviene se entrambi le sorgenti?riceventi funzionano. Questo non è facile e semplice: bisogna battere molte strade e creativamente affrontare le varie difficoltà che insorgono. Anni fa in una scuola materna di Bologna, durante un incontro con i genitori, il Prof. Canevaro ha esplicitato un concetto che sulle prime ci ha stupito, e che in sostanza è il seguente: se un bambino, incontrando un altro bambino disabile, viene allenato a reagire creativamente a situazioni in cui bisogna elevarsi sopra l'abitudine, può diventare più intelligente, non solo da un punto di vista emotivo. Generalmente si pensa che l'integrazione di un bambino disabile in una classe possa maturare socialmente gli alunni, innescare una prassi di solidarietà. Certo, anche. Ma soprattutto può alimentare un approccio creativo alle difficoltà che è un ottima scuola per l'intelligenza. Avere una mente aperta, non dogmatica, libera, non è qualcosa di innato, ma si impara con più facilità se aiutati da persone ed ambienti liberi ed aperti, capaci di lasciarsi mettere in discussione ed in crisi da una persona con deficit, la quale, volente o no, mette in crisi pressoché ogni struttura sociale in cui si inserisce. Quando nasce mette in crisi la famiglia, quando va a scuola mette in crisi la scuola, quando va a lavorare mette in crisi l'azienda, e così via. La crisi è un dato di fatto e può trasformarsi in momento di sviluppo, non va necessariamente connotata come qualcosa di negativo (come una certa accezione di crisi vorrebbe suggerirci).

La "necessaria leggerezza" del Calamaio: la diversità e il divertimento

"Abbiamo fatto il gioco di essere handicappato". La parola gioco richiama le parole coinvolgimento e divertimento. Direi che un incontro del Progetto Calamaio non possa prescindere da queste due parole. Nel Calamaio si impara giocando e divertendosi. Certo si può essere seri anche nel divertimento ma mai seriosi e soprattutto mai noiosi.
Credo che sotto sotto la maggior parte dei ragazzi e degli insegnanti che incontriamo si aspettino un incontro di una pesantezza unica. Non si parla forse di handicap? Mammamia che tristezza! Fa sinceramente piacere a noi educatori assaporare il momento in cui le resistenze si allentano, si trova una posizione più comoda e rilassata sulla sedia, si incomincia veramente a dialogare. Certo un incontro del Calamaio mette in crisi, eccome. Però fallisce se assieme alla riflessione non associamo anche il divertimento, se non diamo la possibilità di divertere, di guardare altrove, di girare un po' intorno, di lasciare anche vie di fuga. Educare ed educarsi, come tutte le arti, è saper dosare i pieni ed i vuoti, i silenzi e le parole, l'azione e l'ozio (che sono i due momenti dell'atto creativo). Accennavo prima al fatto che il Calamaio non obbliga a dare risposta alle domande che suscita. Certo di risposte prefabbricate ce ne sono a bizzeffe ma non ci interessano perché banalizzano, fan contenti quelli che vogliono a tutti i costi verificare. L'accettazione di sé e degli altri, il valore della diversità, l'autoconoscenza, migliorare la propria vita: queste sono un po' le finalità del Progetto Calamaio e di tanti altri percorsi educativi. Come si vede sono temi grandi, universali e quindi c'è tempo, non abbiamo fretta, tanto non basta una vita. Una insegnante una volta ci ha detto: "Anche fra molto tempo i bambini ricorderanno l'atmosfera di gioia che si respirava durante gli incontri...". Certo se non c'è anche un po' di gioia di incontrarsi, di conoscersi, di vivere insieme qualche ora, come educatori ed animatori abbiamo fallito. Il Progetto Calamaio vuole comunicare un'immagine del disabile diversa dall'immagine cupa e triste. Se non si concretizza anche questa gioia, questo ben?essere, possiamo aver affrontato (a parole) i problemi più profondi dell'essenza umana ma abbiamo fallito, abbiamo tradito lo spirito del Progetto. Attenzione però. Non stiamo in questo modo dicendo che il mondo del disabile è tutto rose e fiori, che siamo tutti felici o cose del genere. Vogliamo comunicare un'immagine di disabilità il più possibile realistica, per come la stiamo vivendo: un grave errore risulterebbe rimuovere la sofferenza, i momenti difficili che si presentano anche nella vita di una persona con deficit. L'importante è non fermarsi solo a questo: l'incontro diretto con un educatore disabile aiuta i bambini, i ragazzi e gli insegnanti ad arricchire la propria immagine della disabilità. Scoprire che esiste ad esempio il calcio in carrozzina non è una scoperta da poco. Giocare un po' con Alberto e divertirsi tra un tiro di pallone e l'altro, approfondire i concetti del poter o del non poter fare alla luce della distinzione deficit-handicap, illumina di una luce nuova una realtà poco conosciuta e misconosciuta come quella della disabilità. Infine, diversità e divertimento sono parole che nascono da una stessa parola latina: divertere, volgere in opposta direzione. Qualsiasi sia questa direzione il Calamaio è già per strada, a braccetto di queste due parole, e in buona compagnia. Chissà dove se ne andrà...

Le tante facce dell'handicap

"Abbiamo fatto il gioco di essere handicappato". Uno degli obiettivi del gioco di ruolo proposto è quello di scoprire che, pur se in effetti solo uno dei due giocatori ha un deficit mentre l'altro è normodotato, entrambi vivono degli handicap, delle difficoltà, degli ostacoli. Generalmente la parola difficoltà richiama negatività: viene da pensare alla fatica, a emozioni come il disagio, l'angoscia, la tristezza. In realtà, a guardar bene, non esiste un gioco senza una qualche difficoltà?handicap, che se non fosse presente penalizzerebbe enormemente il gioco. Non varrebbe più la pena di giocare a quel gioco se non ci fosse una qualche difficoltà intrinseca. Ogni gioco presenta dunque un certo grado di difficoltà ma, mentre nella maggior parte dei giochi essa consiste nel rispettarne le regole e finalità, ci sono alcuni giochi in cui la difficoltà sta proprio nel trovare le regole del gioco. Tra un disabile e un normodotato il momento critico è l'entrare in comunicazione, perché il deficit del disabile non permette di far riferimento a codici preconfezionati. La categoria della difficoltà acquisisce un significato esistenziale con due accezioni ben diverse e che danno origine a sentieri diversi. Da un lato la difficoltà come sfida, motore dell'azione, momento essenziale del gioco; dall'altro un accezione negativa per cui delle difficoltà faremmo volentieri a meno. Cos'è che ci fa propendere verso l'una o l'altra delle due accezioni? Che cosa ci fa vedere ora l'una ora l'altra delle facce di questa difficoltà?Giano bifronte? Uno dei motivi per cui il gioco viene a noia è l'essere costretti a giocare quando non se ne ha più voglia. Quando l'individuo sente che non può incidere sullo sfondo in cui si colloca, non può determinarlo ma esserne solo determinato, la frustrazione e l'angoscia diventano il pane quotidiano. Essere determinati da un contesto, l'essere obbligati a recitare volenti o nolenti una parte, sentirsi tutt'uno col proprio deficit, sentire la propria persona appiattita sul proprio deficit, è una tragedia insopportabile, e a questo punto ogni difficoltà non può che diventare smisuratamente grande e crudele. Ma se ci si dà la possibilità di giocare più ruoli in più giochi diversi, di affrontare continuamente difficoltà nuove e nuove avventure diverse e tutto questo lo riconduciamo al grande gioco?spettacolo dell'esistenza (in cui siamo insieme attori e spettatori), allora le cose cambiano. Il trucco sta nel come maneggiamo la parola difficoltà, così vitale e così mortale, così crudele e così meravigliosa, a seconda dei punti di vista.
"Superare l'handicap" (il motto che dà il titolo al progetto più ampio, realizzato a Parma, in cui si è inserito anche il Calamaio) va letto dunque nei termini hegeliani come il movimento che supera la contraddizione ma che insieme la conserva, la invera, non l'annienta. Senza l'handicap?difficoltà non c'è storia, non c'è sviluppo perché la contraddizione alimenta il tempo, il divenire, il reale. L'obiettivo del Progetto Calamaio è certamente il cercare il più possibile di diminuire l'handicap (perché ciò è possibile) ma riconoscendo alla categoria della difficoltà il suo giusto valore, la giusta "necessità" in un processo di sviluppo e maturazione non solo individuali ma anche collettivi, sociali.

Pubblicato su HP:
1997/58