Le stelle rare

01/01/1997 - Milena Bernardi

E' opportuno lasciarsi andare a qualche riflessione intorno alla funzione dell'insegnante di sostegno ed al suo ruolo educativo? Può essere utile tentare di farlo in rapporto al processo di integrazione?
Mi piace pensare che di tanto in tanto si possa promuovere una discussione dedicata a questi temi a partire dal sentire e dall'essere degli insegnanti

Incertezza, dubbio, esitazione, atteggiamento di ricerca, disponibilità al sogno professionale, non sono che alcune delle utopiche stelle che raramente risplendono sul cielo spesso rannuvolato delle nostre scuole.
Esitare per un istante prima di rimettere in moto sempre la stessa antiquata macchina, dubitare della fondatezza di convinzioni fin troppo cementate e sorrette dall'esile impalcatura dell'abitudine, ascoltare la salutare musica dell'incertezza, sostare, fermarsi per un attimo a pensare, ripensare, rivedere, fantasticare.
Giocare con i punti di vista, condurre lo sguardo oltre il confine della punta delle proprie scarpe. So bene di essere un poco provocatoria, ma fare scuola è un'avventura carica di imprevisti che finiscono spesso per essere negati e spenti, in favore del rassicurante circuito del già noto, del prevedibile.
Fare scuola è un privilegio. Suppongo che sia scandaloso affermarlo, ma azzardo ancora di più: le professioni che, come la nostra si stringono intorno ai rapporti umani sono un privilegio, far corona con l'infanzia e l'adolescenza ne aumenta la posta in gioco.
Fare scuola, dunque, scotta, brucia, provoca conflitti, sommuove emozioni, anche di segno negativo: non c'è molto di facile nel nostro mestiere, due più due non fa quasi mai quattro, le buone occasioni perdute si sprecano, eppure, incredibile ma vero, spesso la scuola riesce a diventare noiosa.

I ramificati destini dell'integrazione

La questione si fa ancor più delicata se ci inoltriamo nel territorio delle differenze.
I destini dell'integrazione si stanno facendo sempre più ramificati ed articolati in molteplici direzioni: ci cimentiamo quotidianamente con partite assai difficili da giocare e davvero diverse fra di loro: le esigenze dei bambini stranieri sono altre rispetto a quelle dei ragazzini con difficoltà di apprendimento, ed altri ancora sono i bisogni di chi è disabile.
Il clima in cui la scuola opera tende prevalentemente ad una sorta di stato di emergenza continuo, alimentato dall'ansia di fornire risposte immediate e lineari, -vale a dire ben incasellate nel sistema dell'esistente-, a situazioni altrimenti complesse, variegate e per noi sovente nuove e sconosciute.
Ma per quanto possa apparire limitante, e senza dubbio lo è, dedicherò prevalentemente lo spazio di questo contributo ad interrogarmi intorno alla funzione degli insegnanti si sostegno, figure tendenti all'indefinitezza e contemporaneamente alla tuttologia.
Chi opera in ambito educativo sa bene che vi sono tanti modi di vestire il ruolo professionale dell'insegnante quanti sono gli insegnanti stessi, e ciò vale egualmente per chi "fa sostegno".
Tuttavia, perché negarlo, perché non dichiararlo, "fare sostegno" è tutta un'altra cosa!
Il punto di vista di questi insoliti adulti che dedicano più tempo e più energie ad alcuni allievi piuttosto che ad altri è spostato al di qua della cattedra, non al di là.
O almeno così dovrebbe essere, a mio parere.

Che cos'è il "sostegno"?

Ma il "sostegno" è una materia? E se non è una materia, cos'è? Forse un incarico istituzionale? Visto che non sembra questa la risposta, bisogna cambiare strada.
Ed è una strada che, come per qualunque altro docente, conduce diritta alla percezione di se. Penso, sostanzialmente, che il modo di vestire un ruolo professionale e di svolgere le funzioni legate a quel ruolo, dipenda in gran parte dall'immagine di sé, dal proprio percepirsi in rapporto al contesto in cui si opera.
Aggiungo ancora un ingrediente che considero determinante: è importante credere nel senso, nella problematicità, nella versatilità ed anche nella gratuità del proprio mestiere.
Lo sguardo di chi sta a volte al di qua della cattedra e si muove ad altezza di scolaro assomiglia a quello di un regista che cerca il particolare, il dettaglio, il non visto dal passante frettoloso: si tratta di uno sguardo che, se allenato, può cogliere tanto di ciò che va purtroppo perduto nel tran tran scolastico.
L'integrazione degli sguardi e delle capacità di ascolto può costituire un prezioso contributo all'integrazione dei saperi e delle competenze: non sarà isolandosi fuori dalle classi, seppur armati delle migliori intenzioni, che si realizzerà l'incontro, lo scambio, non solo fra gli allievi, ma anche fra questi ultimi ed i docenti; non sarà certo con la tuttologia che si riaprirà il dialogo riguardo all'apporto educativo e conoscitivo.
Il ruolo del docente che "fa" sostegno sembrerebbe pertanto delinearsi attraverso competenze soprattutto relazionali da un lato e poi metodologiche dall'altro, senza mai dimenticare che c'è anche la formazione disciplinare!
Ma se l'insegnante di sostegno lavora principalmente in un certo ambito disciplinare, offrendo le proprie competenze-passioni-conoscenze, si rende riconoscibile e maggiormente decifrabile come figura educativa, definisce uno spazio relazionale meno ambiguo per tutti gli allievi ed in primo luogo per coloro che segue più da vicino.
Sapere con chi si ha a che fare è importante in ogni relazione, a maggior ragione in quella educativa.
Ma chi sono gli insegnanti di sostegno?
In quanti se lo chiedono? In quanti poi attribuiscono alla scuola il compito di dire loro chi sono, sempre nel senso specifico del ruolo educativo? Quanti, invece trovano in se stessi, nel proprio percorso formativo, nelle motivazioni personali, le risposte, seppure non definitive, a tali domande?
Ritorniamo allora a quelle stelle rare cui ho già accennato: incertezza, dubbio, esitazione, ricerca, sogno professionale!

Incertezza, dubbio, esitazione...

Incertezza: contrapporre l'incertezza alla certezza è pressoché indispensabile per chi opera con bambini e ragazzi in situazione di disabilità fisica e psichica, ed anche per chi incontra altre condizioni culturali e sociali connotate dalla differenza e dalla diversità, mai assimilabili a modelli confusi e livellanti: visto che le specificità sono esemplari, le storie cariche di unicità, l'incertezza si fa accezione positiva poiché donatrice di dubbio.
Il dubbio costringe ad osservazioni più attente, a rivisitazioni di precedenti punti di vista, ad atteggiamenti di prudente esitazione.
Esitare, per chi sta nel bel mezzo di relazioni così complesse, non significa fare il re Tentenna, bensì suggerisce forse nuovi approcci alla realtà: esitare relativamente a propri comportamenti può servire a chiedersi dove si stia andando...
E andando si cerca.
Reintroduco così la componente della gratuità del mestiere dell'insegnante e a maggior ragione del far sostegno: non vi è nulla di garantito, non vi sono risultati sicuri, non sono previste ricompense, non c'è premio, bensì ricerca di intrecci nuovi di emozioni, la scoperta di altri modi di esistere e sentire, sconcertanti e sommersi. Compaiono sorprese, quelle sì!
Vorrei sfruttare un gioco di parole, cercando si impara. Si impara a dirsi chi si è con l'aiuto degli allievi e delle loro richieste.
I bambini ed i ragazzi imparano a saper chiedere certe cose a certe persone, sta a noi insegnanti aiutarli anche in questo. E' indispensabili giocare in prima persona e farsi riconoscere. Dalla richiesta al sogno, il passo è breve.

Il sogno professionale

Di quest'ultima stella dirò brevemente. Il sogno professionale rappresenta, a mio parere, il collante che tutto tiene. Se si parte pensando amaramente che la partita è persa in partenza si gioca malissimo, si sta chiusi in difesa, ci si annoia, si perde, appunto.
Per quanto sia indispensabile compiere un attento e puntuale esame di realtà, esso risulterà la base di partenza per tenere un palloncino appeso al filo, e i palloncini volano, volano e conducono verso lo sconosciuto, verso l'imprevedibile, verso un ignoto che spesso si rivela inaspettatamente ricco e colorato!
Il sogno è una risorsa indispensabile ad affrontare le spaventose difficoltà del nostro lavoro (quello che tutti gli insegnanti svolgono ogni giorno in una scuola che ricorda un pianeta in costante metamorfosi, pur sforzandosi assurdamente, di non mutare i propri contorni); il sogno aiuta gli adulti a mantenere in vita quel pizzico di entusiasmo che li tiene svegli e pronti a carpire i suggerimenti che provengono dai bambini e dai ragazzi.
Infine, non bisogna dimenticare che non si vive di solo pane. Per quanto possa apparire ancora utopico, credo vada considerato il grado di interesse, di piacere e di divertimento che ogni insegnante trae dal proprio operare.
Integrazione è parole grande. Se ne parla da anni. La si vive, forse. La si costruisce un po' per giorno, e anche la si disfa. Tutti gli educatori, gli insegnanti vi sono implicati.
Di tanto in tanto fa bene chiedersi a quale gioco si stia giocando e chissà, divertirsi a ridefinirne i contorni e le regole.

Pubblicato su HP:
1997/59