Le professioni di cura e la sessualità all'interno di una relazione

01/01/2001

La sessualità spesso irrompe dentro ai progetti educativi o nell'ordinamento della vita quotidiana di una struttura; si presenta come qualcosa di inatteso, che sorprende e scombina i piani e che provoca negli operatori (e nei familiari) un forte senso di disagio e timore di essere inadeguati.
Credo che in entrambi i casi, attesa o dimenticata, la sessualità getta molto spesso scompiglio, disordine, manda all'aria il modo concreto e quotidiano del "prendersi cura", fa sentire impotenti le più avanzate strutturazioni e conoscenze tecniche e i più rigorosi ordinamenti (gerarchie, il chi si prende cura di chi, il sapere della cura quotidiana dell'operatore, i progetti educativi e i percorsi individuali...)
Le strutture che, per paradosso, si dotano dei più elaborati ordinamenti e divieti in ordine alla sessualità e alla sua più rigorosa esclusione dalle attività e dagli argomenti di cui gli operatori si possono occupare, sono la concreta dimostrazione dell'impotenza e della forza dirompente che accompagna questo tema, negato o annunciato che sia.
In questo senso la sessualità porta comunque con sé numerose prospettive di cambiamento e viceversa la disponibilità nella cura all'altro ad avere antenne ricettive e in sintonia rispetto ai cambiamenti dell'utente, promuove facilmente l'incontro con il tema della sessualità, con la sessualità dell'utente e inevitabilmente con la propria sessualità in qualità di operatori e persone.
Alcuni significati che la sessualità racchiude, alcuni piaceri rappresentati dalla sessualità, hanno sorprendentemente grandi territori di comunicazione e spazi emotivi in comune con la professione di cura, con il senso di prendersi cura di.... e con l'esistenza del piacere collegato ad esso cioè con il piacere di prendersi cura.
Per fare esempi, se pure schematici, possiamo considerare il piacere della sensorietà e motricità che la sessualità racchiude come occasione di numerosissime azioni, gesti, attenzioni che l'operatore compie nell'occuparsi di una persona con deficit (motori, mentali ed emotivi, psichici).
Il piacere che può venire dal corpo, dalle sue sensazioni (essere toccato, contenuto, spostato, pulito, nutrito, cambiato...) fa parte di quei piaceri primari che costruiscono, nello sviluppo di ciascuno l'essenza di sentirsi vivi, dell'esserci, del benessere; i primi pilastri del senso della propria identità separata ed egualmente in comunicazione con il mondo, con l'altro.
Quanta parte del lavoro di cura con persone con deficit è attraversato da questa dimensione primaria di contatto e comunicazione!
Questa dimensione della sessualità, simile per ogni individuo, parte fondante della propria storia e del senso di sé, è, di fatto, uno spazio comune tra due persone che si trovano a contatto e che quindi inevitabilmente mettono in comunicazione aspetti tanto profondi ed emotivamente significativi.
La sessualità quindi impone, anche nell'operare quotidiano, e per quelle funzioni che possono più facilmente richiamare alla mente "il fare" un'area di contatto con il piacere e con la sua mancanza, evocata dalla presenza del deficit e quindi dalla permanenza indefinita del bisogno di essere oggetto della cura dell'altro.
La sessualità produce identificazioni rapide, inconsapevoli, spesso turbolenti a questo livello di vicinanza.
Da questo punto di vista essa offre aperture verso il centro profondo di sentirsi soggetto-individuo, ma contemporaneamente può provocare oscure ribellioni rispetto alla percezione di sentirsi limitati, dipendenti, bisognosi, in balia dell'altro.
Cosa succede nell'operatore che si trova, più o meno consapevolmente, a contatto con quest'aspetto della sessualità, con il piacere e il disagio che, di fatto, scaturisce dal contatto dei corpi di chi cura e di chi è oggetto di cura?
Sotto questa visione il piacere/disagio che può venire dal corpo e dal prendersi cura sono un terreno conosciuto e praticato ogni giorno nella relazione operatore/utente di fatto già impegnati su un territorio che appartiene anche alla sessualità.
Un esempio di quanto affermato si ritrova nei percorsi di autonomia rispetto alla cura di sé, del proprio corpo e dei rapporti con gli altri (vestirsi, tenersi puliti, scegliere i propri abiti, farsi belli, conoscere nomi e funzioni del corpo, le sue parti pubbliche e quelle più intime e private...) che sono in fondo un ambito in cui è comunque inclusa una parte della sessualità e può aprire molte altre strade di contatto o distanziamento.
La sessualità può, per contro, produrre e mettere in atto atteggiamenti di rifiuti all'interno della relazione operatori-utenti, di negazione delle somiglianze nonostante le differenze, di vere e proprie segregazioni dei corpi, delle loro espressioni, dei loro bisogni: una riesumata segregazione di chi è diverso, meno autonomo, con minori opportunità.
La paura delle espressioni della sessualità e del suo "coinvolgere" può disorientare l'operatore che si sente oggetto privilegiato d'amore, di attenzioni, di richieste da parte della persona di cui è chiamato a prendersi cura. Nella stessa misura può essere conflittuale e destabilizzante "assistere" e cogliere il desiderio, il piacere, gli affetti che possono coinvolgere gli utenti nelle più disparate combinazioni.
Questi aspetti problematici possono provocare una specie di svilimento dei sentimenti delle persone coinvolte e ridurre le dinamiche emotive al puro istinto; provocare nuove giustificazioni al controllo inteso come prevaricazione sull'altro dotato di meno potere.
Di fatto molte richieste di consulenza, supervisione e formazione sul tema della sessualità includono al loro interno, spesso ben nascoste agli stessi richiedenti il bisogno di neutralizzare, deviare o sedare le espressioni in ordine ai temi dell'affettività, dell'erotismo e di ogni altra componente.

Parole chiave:
Sessualità