Le politiche socio-sanitarie alla luce della recessione economica

01/01/2006 - Giovanna Di Pasquale, Nicola Rabbi

Inizio con questo pensiero: quando si studia economia si studia che quando c’è una situazione di difficoltà economica lo stato inizia a finanziare i servizi pubblici andando in deficit ma continuando ad alimentare il mercato. Tutti i nostri servizi sono, da un certo punto di vista, la trasformazione della disabilità in denaro. Una persona disabile mi ha detto: “Se sono a casa e mia madre mi assiste la cosa finisce lì, se viene un’assistente a domicilio il mio bisogno di assistenza diventa un fattore di sviluppo economico. La mia dipendenza da una persona si trasforma in reddito, in denaro, in sviluppo economico”. L’impressione è che lo sfondo mai detto di molte discussioni e trattative è che sia introiettata un’immagine del servizio socio-sanitario come esclusivamente una spesa che viene fatta per dovere comunitario nei confronti dei cittadini bisognosi, non tenendo conto che il bisogno di alcune persone fa lavorare altre persone e rimette in circolo il denaro.

L’economia non è solo un fatto monetario, per me è importante l’idea che soggiace dietro all’utilizzo delle risorse monetarie, perché credo che il primo sforzo da fare, anche in un periodo come questo, sia di tipo culturale. Occorre cominciare a pensare all’economia in modo molto più complesso come qualcosa che ha a che fare con gli scambi in genere, relazionali, di conoscenza compresi quelli monetari. C’è un dibattito in corso che riflette su che cosa è la crescita economica, se sia soltanto quella del PIL oppure se si deve tener conto di altri indici, oltre a quelli monetari, per parlare di crescita di un paese. Accanto alla ricchezza monetaria c’è anche la ricchezza relazionale che a noi dà da vivere. Noi viviamo dal punto vista monetario perché siamo pagati per creare ricchezza relazionale. In un momento di recessione è ancora più indispensabile fare una riflessione di ordine culturale che riguarda la possibilità di dar valore a qualcosa che è un problema all’interno di un contesto di normalità. È lo stesso di quando si dice che i servizi sociali sono un valore, un investimento non solo una spesa. La sfida è di rendere questo valore evidente e concreto non solo nelle dichiarazioni. Spendere nei servizi è un investimento: come rendiamo evidente questa considerazione per chi non è abituato a pensarlo? È nostra la capacità di rispondere ed elaborare una cultura in grado di dimostrare questo. Se non riusciamo a farlo rischiamo di rimanere marginali e quindi deboli. Qual è l’impegno che mettiamo in campo? Solo il tempo buono dell’impegno o anche cultura, metodo, strumenti?
C’è un paradosso in economia che serve a spiegare che cosa è fare dei servizi: un quartetto d’archi suonava un pezzo di Mozart nel ’700 e poi lo risuona nel 2000 mettendoci lo stesso tempo di esecuzione, il fatto che in 300 anni siano evolute le tecniche organizzative non comporta una riduzione dei tempi per suonare un pezzo per quartetto d’archi mentre tutti gli altri ambiti economici possono avere un aumento di produttività. Ci sono campi dove la produttività non può aumentare più di tanto, uno di questi è il sociale. I servizi sociali non possono essere compressi con le tecniche, non si può pensare che i servizi sociali possano costare di meno perché ci sono tecniche che permettono di ridurre i tempi del rapporto operatore-utente, no! i tempi sono quelli, il rapporto è quello. Questo significa che i servizi sociali costeranno in rapporto al PIL sempre di più, non è possibile comprimere i costi dei servizi né di quelli sociali né di quelli sanitari. Questo significa che una società come quella attuale si troverà a dover spendere, anche a parità di servizi, sempre di più. Con l’aumento dei bisogni aumenterà anche la spesa.

C’è un fraintendimento dell’idea di creare una rete di supporto alle famiglie e alle persone in difficoltà. Viene equiparata la possibilità di dare un servizio svolto da persone che hanno una professionalità e una preparazione con l’assistenza che può dare ad esempio il vicino di casa nella prospettiva dell’azione volontaria. Questo può succedere se prende piede un’ottica di puro risparmio economico. Questo aspetto riguarda ancora una volta il nostro mandato, cosa facciamo nei nostri servizi.

Quando c’è una fase di riduzione dell’afflusso economico in un determinato campo, la prima cosa che succede è che la politica rimette in discussione dei diritti, diritti delle persone. Ad esempio la persona disabile ha diritto ad avere un centro diurno? Fino a un certo punto, fino a che ci sono le risorse economiche e questo è una cosa che sta accadendo. Le politiche socio-sanitarie non stanno più partendo dal fatto che sia un diritto che questi servizi esistano; prima viene l’elemento dato dal quadro economico; prima viene la mancanza di economie e dopo i diritti. Qualsiasi cosa si sovrapponga su questi due dati è, a mio avviso, una giustificazione perché si negano diritti a persone. Chi ha la responsabilità politica di questo deve trovare anche delle giustificazioni. Noi come cooperative sociali possiamo orientare, partecipare ma non decidere. Sarebbe importante che i politici dicessero con chiarezza se è un diritto della persona disabile avere un servizio pubblico che si chiama centro diurno o comunità alloggio oppure no. Se non è un diritto allora gli utenti o le persone che dovrebbero frequentarli possono anche prendere posizione. A volte mi sembra che la politica un po’ si nasconda, che voglia coinvolgere la cooperazione sociale e il privato come se questo garantisse un diritto che invece è messo in dubbio proprio da scelte di fondo. Per questo si va sempre più verso servizi a pagamento, con l’aumento delle tariffe. Se c’è scarsità di risorse qualcuno deve pagare: o i lavoratori o gli utenti.
Comunque qualcuno paga…

L’aspetto culturale delle politiche sociali è importante perché di fronte a un bisogno si può rispondere in molti modi. Posso dare un assegno alla famiglia e con questo affermare di fare una politica di sostegno. Il problema è proprio quello di capire che cosa si intende per fare politica sociale nel territorio. Non si troverà mai nessuno che neghi che la risposta a un bisogno sia un diritto ma cambia il modo con cui dare questa risposta.

La sfida di tutte le sfide è l’entrata dei soggetti economici che gestiscono la “solidarietà” da una ventina d’anni. Lo stato sociale riguardava la sanità, la pensione e se volete in parte anche la scuola. L’idea che ci fosse qualcuno che agisse con una logica da impresa, seppur sociale, imprenditoriale è stata un’innovazione. Oggi siamo ancora in mezzo a due concezioni che ci stringono: o siamo visti come bravi ragazzi che lavorano facendo bene e guadagnando poco, o come soggetti imprenditoriali che non si sa bene come controllare.

È legittimo protestare contro i tagli ma non basta, è un’operazione che ha da sola il respiro corto, al massimo serve a tamponare una situazione difficile per la vita di tante persone. Questa è un’azione contingente che va fatta; quello che serve è riuscire a svolgere l’azione culturale continua di ricerca di alleati nella rete sociale. Dobbiamo cercare di costruire una rete di alleanze con soggetti che tengono come noi a ogni singolo servizio perché sappiamo quanto ci è costato in termini di impegni.

Secondo me, un aspetto che manca nella conoscenza comune è che a noi i servizi non sono stati dati semplicemente in gestione, ma anche noi abbiamo contribuito a crearli. L’affidamento a noi non è quindi solo una questione di esternalizzazione e riduzione costi ma è stato possibile per il riconoscimento di competenze. Chi arriva adesso spesso non conosce questo pezzo di storia e noi non siamo riusciti a passarlo ai nuovi.

La cosa da chiederci è: quanto ci interessa rimanere nell’ambito del sociale sapendo mantenere vivi almeno alcuni dei nostri valori legati alla solidarietà in un contesto generale che si sta trasformando?

I servizi privati, come le scuole, vivono grazie alle rette della famiglie che di solito sono benestanti, ma se anche per i centri educativi dovesse prevalere una logica di questo tipo penso a quante famiglie che conosciamo potrebbero sopportare il pagamento della frequenza al centro del figlio.
Il nostro non è un settore che si può autosostenere perché spesso la disabilità è associata a condizioni socio-economiche non buone.

Un sistema di questo tipo più che sulle famiglie, che dovrebbero continuare a essere supportate in un qualche modo dal sostegno pubblico, amplifica molto il rischio di impresa per chi, come noi, gestisce i servizi perché per esempio lega il dato economico alla presenza giornaliera, mentre per la cooperativa i costi di gestione rimangono comunque fissi.

Vorrei che noi come elemento che fa politica e fa cultura, che ha avuto e ha un determinato percorso, potessimo trovare le energie non solo per adattarci al cambiamento che ci arriva da fuori ma anche per dare un contributo grazie alla nostra esperienza di condivisione dei problemi legati alla disabilità.

Il nostro modo di “produrre” è fatto di progettazione insieme all’ente pubblico, di coinvolgimento dei lavoratori nella gestione dei servizi, di costruzione di progetti personalizzati. Questo nostro modo di produrre non sempre interessa; noi teniamo molto a come produciamo le relazioni, mi chiedo se questo interessa alla famiglia o se invece non basti soddisfare il bisogno, non importa più di tanto il modo. Questo modo di lavorare, che cerca di essere attento al come e non solo al cosa si fa, ci rende fragili.

Io penso che anche noi abbiamo una responsabilità politica; oggi credo che la nostra capacità di pensare che come operatori abbiamo una responsabilità politica è molto bassa. In più anche rispetto alle questioni economiche abbiamo una sorta di repulsione; la formazione umanistica da cui tutti proveniamo origina una difficoltà di avvicinamento a tutto ciò che sta intorno al discorso economico di cui, però, poi paghiamo le conseguenze.

Credo che quello che noi dobbiamo ricordarci nella sfida che ci pone il mercato è che quello che ci differenzia dall’impresa profit è la natura cooperativa della nostra organizzazione, cioè che tutti siamo soci e concorriamo tutti al funzionamento. Se questa è la vera risorsa allora sopravviveremo, se invece è stato fatto ricorso a noi solo perché costavamo meno, allora le cose diventano molto più complicate. Credo che la cooperazione, in nome della sua storia di solidarietà, dovrebbe fare tutto il possibile perché siano evitate certe scelte come la privatizzazione selvaggia facendo proposte.

La fragilità oggi di tutte le imprese è molto elevata indipendentemente dalla forma. Essere una cooperativa ha un valore per noi, per la possibilità di incidere su un progetto che costruiamo, ma se non ci sono le risorse economiche questo ha ben poca importanza all’esterno. Il rischio di stare sul mercato è quello di vedere azzerati i margini economici che fino a ora c’erano, e non per gli utili ma per la gestione della cooperativa stessa. Fare la cooperativa per me è un valore, accettare la logica di essere un’impresa è un’altra cosa. Se non riusciremo a far sì che tutti i soci sentano sulle proprie spalle questo cambiamento, essere cooperativa non ci servirà a niente.
L’economia non è solo un fattore monetario, c’è un capitale sociale, relazione, professionale; diventa importante allora fare un bilancio della qualità delle relazioni che ogni servizio ha costruito negli anni, ogni esperienza serve solo se è tematizzata, resa comunicabile, esportabile. Queste sono le nostre forze e dobbiamo riuscire a trasformarle in conoscenza che esce dai nostri servizi per rispondere a un bisogno che c’è fuori. Noi tutti i giorni lavoriamo con le persone, con le relazioni, e oggi di questo c’è un gran bisogno.