Le forme della bellezza

01/01/1998 - Roberto Ghezzo

Il brutto è un concetto estetico che è entrato a pieno titolo nella riflessione filosofica solo a metà del '700 con Edmund Burke. Nell'antichità il brutto viene considerato la negazione del bello-vero-buono e come tale mero non-essere. Non vale la pena occuparsene: il brutto non ha dignità, è pronto per la rupe Tarpeia.
Ma Burke scopre che esistono molteplici valori estetici che non è possibile racchiudere in una categoria estetica onnicomprensiva, il Bello appunto, e così teorizza il Sublime come categoria e a se stante (nell'antichità il sublime era invece un grado del bello, il grado più alto).

Burke connota in questo modo le due categorie:
- il bello: caratteristica di oggetti che ispirano amore (ad esempio i bambini,le cose piccole e graziose, la donna: ricordarsi che il nostro scrive nel 1756!)
- il sublime: caratteristico di oggetti che ispirano terrore (ecco che il Bruttoper la prima volta fa la sua comparsa nella riflessione estetica) e timore,rispetto ed ammirazione (Dio, ma anche Satana, un deserto, il mare in tempesta,eccetera).
Gli oggetti belli sono anche deboli, fragili come ad esempio i fiori; glioggetti sublimi sono paurosi, connotati da una forza sovrumana che può porci inpericolo, che può disporre della nostra vita. E' una distinzione per noiinteressante: un disabile è un essere debole e come tale può facilmenteispirare sentimenti di amore, di protezione. Acutamente Burke nota che l'amoresi avvicina al disprezzo più di quanto non si creda. Ad esempio il cane è ilmigliore amico dell'uomo, il più amato degli animali ma nello stesso tempo perbestemmiare si usa la parola cane e non ad esempio la parola leone. Del leoneinvece si ha una paura che incute rispetto, ammirazione, non certo amore. Ladebolezza, immediata conseguenza del deficit, porta il disabile a rientrarenella classe degli oggetti belli (non a caso bambino ed handicappato sonotermini spesso associati per caratteristiche ritenute comuni: la tenerezza, lasensibilità, l'aver bisogno d'aiuto, l'innocenza) .Nello stesso tempo, e saltafuori di nuovo l'aspetto paradossale e contraddittorio dell'essere handicappato(ne abbiamo parlato a lungo in HP 63), una persona con deficit per la suadiversità incute paura. La condizione dell'handicappato richiama ai più ideequali morte, sofferenza, limite, realtà che non vorremmo vedere e checontinuamente rimuoviamo dalla nostra coscienza. Da un lato i sorrisi, lestrette di mano, i palloncini e i fiori, le torte delle feste (immagini tipichedi molte riviste che si occupano di handicap); dall'altro la diversità cometragicità, il dolore del mostro, la tempesta delle difficoltà di un disabile.Da un lato i colori tenui dell'amicizia,
dall'altro i colori foschi della non integrazione. Da un lato il bello,dall'altro il sublime. Ovvero il perturbante.

Casa dolce (?) casa

In un saggio del 1919 ("Das Unheimlich"), Freud analizza ilconcetto di perturbante e scopre una cosa apparentemente molto strana: la parolatedesca unheimlich (perturbante, inquietante) ha moltissimi significati, alcunidei quali la portano a coincidere con i significati della parola heimlich(nascosto, familiare, intimo, segreto). La radice delle parole è Heim, casa, eFreud nota che solo ciò che in qualche modo ha a che fare con la nostra casa èperturbante. In altri termini non tutte le diversità ci fanno paura e sonoperturbanti, ma solo la diversità che ci riguarda da vicino, che riguardaprofondamente il nostro essere al mondo. Nel disabile sono compresenti questidue aspetti: l'essere debole, l'essere sotto il nostro controllo, l'essere menopotente dei normodotati, da una parte; dall'altra l'essere manifestazione di undestino di morte, sofferenza e limite che sfugge al nostro potere e che subiamoin quanto uomini. La diversità del disabile è perturbante perché ha a chefare con la nostra casa, con il nostro abitare il mondo.
Per uscire da questa dicotomia che rischia di stritolare un rapporto autenticocon un disabile, suggerisco (e mi ripeto) di avviare un incontro che possaandare oltre la constatazione della disabilità e ci faccia assaporare lapersona che sta davanti a noi. La conoscenza diretta di una persona disabilepuò aiutarci ad andare oltre la stereotipia esplicitata dalla coppiabello-sublime. Se ho la possibilità di vedere un disabile che gioca a calcio incarrozzina scopro molto cose. Innanzitutto che la sua debolezza non significadisabilità, nel senso di non abilità, ma determina un fare sport che èspeciale, particolare. In questo caso la persona disabile è un atleta: la suadebolezza non necessariamente richiama idee di protezione ed amore (nello sportdel calcio in carrozzina l'agonismo è presente quanto in altri sport e vi sfidoa provare simpatia per un atleta della squadra avversaria che vi elimina con unsuo gol da una competizione importante: a me è successo).
D'altra parte la disabilità di un atleta non necessariamente lo inquadra nelsublime (nel significato cui Burke dà a questa parola). Bisogna come già hodetto più volte, collegare la parola handicap a parole vitali, significative,come ad esempio lo sport. Anche gli aspetti più perturbanti e inquietantiespressi dal deficit, in un contesto di gioco, di sport, sono messi in secondopiano dalla bellezza del gesto atletico.
Solo in questo modo il disabile non sarà per definizione bello come un bambinoo sublime come un eroe tragico.

Originale o Imitazione?

Forse potrà apparire una cosa scontata ricordare che esistono molti tipi dibellezza accanto ai quali la diversità dì un disabile può inserirsibrillantemente. Tanto per fare un esempio la bellezza di una ventenne comeClaudia Schiffer non fa sfigurare affatto la bellezza di una cinquantenne comela Deneuve. Ma anche i visi delle persone più anziane esprimono esteticamentedi più o meglio altre cose rispetto al bel viso di un bambino. Ogni età ha lasua bellezza, ogni razza umana ha la sua peculiarità in fatto estetico e nonc'è una ragione teorica per lasciare fuori le persone con deficit da questavarietà e ricchezza di forme. Casomai è brutto perché ridicolo un anziano chepretende di avere la bellezza di un ventenne o un ventenne che si atteggia comequalcuno più anziano di lui. Si determina un effetto di bruttezza quando ingenerale una bellezza cerca di snaturarsi ed omologarsi in favore di un altra,di una bellezza ritenuta più vincente. Questo è un pericolo molto presenteanche per un disabile: l'essere identificati come una imitazione venuta male diun originale, di un modello naturale e normale. Una imitazione, ricordaRosenkranz è sempre brutta perché denota mancanza di creatività, dioriginalità, è povera di vita. E' la sensazione che provano due personevestite nello stesso modo che si incontrano ad una festa. Oppure quandoguardiamo un quadro e lo troviamo molto bello, e poi ci dicono che in realtàquel quadro è una imitazione di un altro, o magari è un falso. Si capiscefacilmente il perchè non c'è peggiore offesa per un pittore dire di un suoquadro "sembra una fotografia!" come non c'è peggiore offesa per unfotografo dire di una sua foto "sembra un quadro!".
Se guardiamo agli handicappati come persone che rincorrono faticosamente e,ancor peggio, senza speranza una condizione normale a loro preclusa èinevitabile il considerarli brutti. Quanto volte sentiamo dire di un disabile"guarda, adesso (o in questa foto) non sembra neanche disabile!".
Se consideriamo la diversità di una persona con deficit per come è, slegata dauna associazione mentale che del resto è scontato fare con la normalità, lasua originalità acquista aspetti positivi. Anche da un punto di vista estetico.Quando è morto il mio amico e collega disabile Alberto ho sentito questafrase:"Sono convinto che Alberto è rinato bellissimo da qualche altraparte di questo pianeta". Mi sono chiesto fra me e me: perché, non eragià bello prima? Come sarebbe stato Alberto senza i suoi movimenti spastici, lesue sudate, il suo modo di ridere, le sue parole borbottate che adesso cimancano tanto? Come possiamo sentire la mancanza di una persona che non siaanche bella, nonostante le indubbie difficoltà che la sua condizione didisabile comportava? Provate a pensare ad un vostro amico, ai suoi difetti: uncarattere un po' troppo apprensivo oppure troppo collerico, un naso storto otroppo lungo, eccetera.Come sarebbe questo amico senza questi difetti. Sarebbepreferibile, è la risposta più spontanea. Ma proviamo a immaginarlo veramentesenza questi difetti, a immaginare di viverci insieme, finalmente in pace, senzaproblemi, perfettamente d'accordo su tutto, simili in aspetto e uguali nellasostanza, sani-belli-forti come nelle migliori pubblicità ...

Il cerchio alla testa

Per spiegare meglio: osservate questo cerchio:


è il più perfetto che siamo riusciti a disegnare. Eppure guardando almicroscopio scopriremmo che non è poi così perfetto come lo vediamo.Scopriremmo delle increspature sulla carta, la linea curva d'inchiostro dellacirconferenza tutt'altro che definita, per cui la definizione matematica dicerchio (come insieme dei punti di un piano la cui distanza da un punto dato èuguale o minore ad un numero assegnato) non sarebbe soddisfatta dal nostrodisegno. In realtà tutte le figure geometriche che possiamo disegnare (perfinoquelle al computer) non sono perfette se non nella nostra testa.Questo inducevaPlatone a sostenere che tutte le cose del mondo non sono altro che imitazioniimperfette delle idee e come tale il mondo, con tutto il suo ammasso di coseimperfette, soggette al tempo, alla rovina, alla morte, è un mondo brutto. Conla stessa logica rigorosa Platone ne deduce che l'arte, essendo a sua voltacopia del mondo terreno, si discosta due volte dalla vera realtà, si allontanadue volte dal vero essendo una imitazione di una imitazione.
Tutti i cerchi che possiamo fare sono cerchi imperfetti, con qualche difetto,con qualche deficit. Sono cerchi disabili. C'è una definizione di creativitàabbastanza strana data da una persona di cui ci possiamo fidare: Picasso. Ladefinizione è questa:"Creatività è la capacità di osservare bene lecose".
Picasso richiama l'attenzione sulle cose in se stesse, non
sull'idea che abbiamo di queste cose. Questo è un pensiero estremamente riccoperché ha moltissime applicazioni. Prendiamo ad esempio una classe di bambini.Il termine classe viene utilizzato in matematica per definire un insieme dioggetti con caratteristiche comuni. Essere creativi per Picasso significa tenersempre presente che non hai a che fare con idee astratte ma con situazioni eoggetti unici, singolari, che non sono riducibili ad idee chiare e definite, checome il nostro cerchio hanno dei deficit "ideali". Naturalmente noipossiamo e dobbiamo ragionare per idee perché ciò può essere molto funzionaleper gli scopi che ci prefiggiamo. Raggruppando per classi i bambini, classid'età, è evidente che si vuole ottenere l'effetto di permettere all'insegnantedi relazionarsi con soggetti che abbiano lo stesso grado di comprensione di ciòche loro viene insegnato. Ogni insegnante che si rispetti sa però che la classedi bambini non contiene soggetti uguali tra loro, e la sua bravura sta tuttanella capacità di adattarsi ad ogni bambino perché ogni bambino è diversodall'altro. Non esiste il Bambino ma esistono i bambini. E' molto utileconoscere il Bambino perché ci permette di programmare, di stabilire degliobiettivi, di darci degli strumenti (questo è il sapere scientifico che si puòanche apprendere sul libri); poi però abbiamo a che fare con bambini che hannodei nomi, delle storie uniche e irripetibili (e questo è il momentopropriamente artistico della attività educativo, il momento della scelta deglistrumenti, delle continue verifiche, eccetera ...). Creatività è imparare aguardare le cose per quello che sono. Educare è imparare a guardare quelbambino per quello che è: ciò risulta più facile se guardiamo noi stessi perquello che siamo.

Scegliere la nostra originalità

Il nostro modo di guardare alle cose è frutto di una cultura, ha una storia.E' molto importante familiarizzarsi con una abitudine a mettere in discussionele cose troppo evidenti. Facciamo un esempio. Il nostro modo di guardare allospazio risente molto della concezione cartesiana per cui il valore di un puntoè dato dal sistema di riferimento nel quale è inserito. Dal punto di vistadella qualità un punto è uguale all'altro, cambia solo il valore a livelloquantitativo. Mi spiego meglio: non esistono luoghi nel mondo che sonoqualitativamente diversi dagli altri, cioè che ad esempio sono sacri. Un luogoè una entità misurabile. Punto e basta. Se entro in una chiesa o in unqualsiasi altro spazio che abbia in sè qualcosa di sacro, questo qualcosa nonè misurabile, non è oggetto di scienza. Da qui a dire con i positivisti chequesto qualcosa non esiste, il passo è breve. Nel nostro mondo occidentalel'approccio scientifico di questo tipo ha allontanato il sacro dalla nostradimensione. Questo tipo di visione è molto diversa da quella che propone Donjuan, lo stregone yaqui, a Carlos Castaneda, l'autore di vari libri diantropologia. In "A scuola dallo stregone" Castaneda racconta unepisodio molto significativo. Avvicinandosi a Don Juan per diventare suodiscepolo e farsi spiegare i misteri della magia yaqui, Castaneda scopre chequello che si è proposto non è così semplice da attuare. Innanzitutto DonJuan dice che acconsentirà a diventare maestro solo se l'aspirante supereràuna prova che consiste nel cercare sulla veranda della sua casa il proprio puntodove stare. Il rettangolo della veranda non è un insieme di punti uguali fraloro (come potrebbe apparire a chi ha un modo di pensare cartesiano). Castanedadeve scoprire il proprio punto, deve capire da solo dove poter stare, anzi dovedeve stare se vuole imparare. Ad una prima analisi della veranda a Castanedasembra invece che ogni punto sia uguale all'altro. Sfinito dopo un giorno diricerche, quando gli pareva ormai giusto desistere dallo scopo, si accorge cheun punto della veranda gli sembra diverso dagli altri e sedendosi lì si sentebene. Quando Don Juan torna e lo vede seduto lì gli dice: "Bene, haitrovato il tuo posto. Ora posso insegnarti". Il sapere di Don Juan non èun sapere trasmissibile come quello scientifico, che si può scrivere sui librie che tutti possono imparare. Essere discepoli implica l'aver scelto il proprioposto, e così essere maestri si può solo a certe condizioni. Ogni uomo è unessere originale, un origine che, come racconta l'etimologia della parola,significa essere una sorgente. Questo è più evidente con una persona disabile,ed essendo più evidente (come abbiamo detto in HP61) è anche più nascosto.Scegliere la nostra originalità significa ritornare alla sorgente, fare come ildiscepolo che su invito del maestro cerca il proprio posto, il posto che sololui può occupare.

Conoscere come storia

Torniamo al cerchio. Abbiamo detto che ogni cerchio disegnabile su carta,rispetto a quello mentale, ideale, è una imitazione. A questo punto qualsiasicerchio diventa sostituibile da un altro, con il criterio di preferenza discegliere cerchi il più possibile perfetti (se il nostro obiettivo è quello diutilizzare il cerchio ad esempio per delle operazioni geometriche, o percostruire una casa). Da un punto di vista estetico invece la valutazione cambia.
Potremmo disegnare un cerchio rosso o uno blu e a livello geometrico non cisarebbero variazioni particolari. Non cambierebbe nulla. Ma se dovessimoutilizzare questi cerchi come motivi decorativi di un vestito il criterio discelta cambierebbe molto.
Ma che dire di una figura come questa:





Un cerchio deforme. La parte bassa di questo cerchio che è la più perfettapuò aiutarci a costruire qualche regola geometrica. Invece nella partesuperiore questa operazione è impossibile. Prima valutazione immediata: questoè un cerchio brutto, venuto male, inservibile. Non è così semplice trovareuna regola per l'insieme dei punti di questo cerchio, (ma si può ancorachiamarlo così?). Non è così semplice calcolarne l'area. Qui i punti dellasua circonferenza non sono equidistanti da un centro, anzi guardando bene,dov'è il
centro? La definizione di cerchio, abbiamo visto, è una descrizione perfettadel cerchio e come tale è un contenuto conoscitivo che è perfettamentetrasferibile da una testa ad un'altra. Se io dicessi ad una persona che non hamai visto in vita sua un cerchio: "Disegnami l'insieme dei punti di pianola cui distanza eccetera, ovvero la definizione di cerchio)", questapersona mi disegnerebbe proprio un cerchio. Ma se dovessi descrivere il cerchiodeforme ad una persona che non lo sta guardando, non ce l'ha di fronte, sarebbeabbastanza difficile. Forse inizierei col dire: "sotto è come un cerchionormale (normodotato), poi invece nella parte superiore da sinistra va prima supoi scende un poco, poi torna su......Potremmo descriverlo come un semicerchiocon sopra una linea strana. Potremmo, con l'aiuto del calcolo infinitesimale,calcolarne l'area (con l'attenzione di ricordarsi però che dall'area non se nepuò ricavare la forma perché esistono infiniti cerchi deformi con la setssaarea del nostro). Sicuramente esiste una formula matematica che definsce edescrive il cerchio deforme ma non è così evidente-immediata, sarebbeimpossibile partendo da essa farci una immagine mentale del nostro cerchio.
Forse se fosse un logo di qualcosa dovremmo dargli un nome. Non sarebbe più ilCerchio ma avrebbe un altro nome, un nome particolare, unico. Per evitarcicerchi alla testa potremmo appallottolare questo foglio di carta e buttarlo giùnel cestino Tarpeio.
Se per descrivere la fìgura del cerchio deformato utilizzassimo una grigliatratteggiata, magari degli assi cartesiani, potremmo descrivere meglio ildeficit del cerchio in questione. Quello che però siamo comunque costretti afare è di andare oltre la definizione di cerchio perché non descrive anche ilcerchio deforme che abbiamo disegnato. Questo cerchio ci obbliga ad unadescrizione più particolareggiata, non si accontenta di uno sguardo veloce marichiede tempo e ricerca. Si potrebbe scoprire che quel cerchio inutilizzabileper gli scopi ordinari, si può utilizzare in altri modi. Strumenti diversiservono anche per risolvere problemi diversi. Il deficit di perfezione delcerchio può diventare una risorsa.

Il Bel Niente

Parlare di deficit come risorsa può apparire una contraddizione in termini.Generalmente si pensa ad una risorsa come qualcosa che c'è, che esiste, noncome qualcosa che manca, non come un'assenza, un deficit. Eppure, sarà che larealtà ama essere contraddittoria, una mancanza-deficit può diventaresignificativa, almeno quanto il silenzio, quanto una pausa all'interno di unbrano musicale. Il silenzio non è assenza di musica ma assenza di suono: lamusica infatti è armonia di suoni e silenzio. Un deficit non è assenza diumanità, di significato, di valore, ma assenza potremmo dire di normalità(parola che si porta dietro una accezione positiva e una negativa), abbassamentoo innalzamento, a seconda del punto di vista, della soglia dei nostri limiti inquanto esseri umani. Il Progetto Calamaio nelle scuole elementari propone questogioco: promettiamo ai bambini un bellissimo regalo se riusciranno a batterci inuna delle scommesse che spesso facciamo con loro. Ma quando mettiamo le mani intasca per tirar fuori il regalo, tiriamo fuori un Bel Niente. In effetti in manonon abbiamo che un Bel Niente. Qualcuno può essere deluso, qualcun'altro puòanche ritenersi preso in giro, eppure si scopre che questo Bel Niente,inaspettatamente, è pesante, molto pesante, e anche voluminoso. E' divertentemimare di avere fra le braccia questa cosa così ingombrante e ancora piùdivertente è passarla al compagno che sta vicino. Il Bel Niente passa di manoin mano fino a ritornare all'educatore che l'aveva tirato fuori dalla tasca. Ilvantaggio del Bel Niente è che può diventare quello che vogliamo, può anchediventare molto piccolo e leggero come una bolla di sapone. Un altro enormevantaggio è che si può portare dovunque ed è così comodo che spesso non sisa di averlo in tasca. Infatti, invitando i bambini a controllare nelle proprietasche si scopre proprio che alla fine, tirando fuori tutto quello che c'è intasca, in mano resta un Bel Niente. Se un bambino tira fuori dalla tasca unagomma o un fazzoletto o tutte e due le cose insieme, alla fine in tasca rimarràsempre un Bel Niente. In fondo questa è l'unica certezza che abbiamo (nelleproprie tasche infatti ognuno può pescare cose molto diverse prima di arrivareimmancabilmente al Bel Niente), è l'unica cosa che ci accomuna tutti. Con lagomma si possono fare molti giochi (anche cancellare gli errori) ma non èfacile immaginare, ad esempio, di avere in mano qualcosa di ingombrante: con ilBel Niente sì. Forse può sembrare che questo regalo abbia un deficit direaltà: ad esempio non si può barattare o vendere, anche se si può peròcondividere, non si deteriora anche se lo si può utilizzare quasi sempre.L'unica cosa da temere è che ci si dimentichi di giocarci. Il deficit ha sensose riusciamo a giocarci, se riusciamo cioè a fare il gioco di esserehandicappato.
Il Bel Niente diventa un Brutto Niente quando non riusciamo a connetterlo altutto: Ma anche il Tutto può essere brutto, dittatoriale, senza il Niente. E senelle nostre tasche fossimo condannati a trovare sempre qualcosa? Senza il vuotoci sarebbe solo il pieno (anzi il Pienone, la calca, la folla che schiaccia ogniindividualità), un ordine prestabilito necessario nel quale noi non abbiamopossibilità di vero movimento, perché tutto già c'è, tutto è già statoimmaginato e creato. Dal niente invece possono nascere le idee più diverse. ILBel Niente sta al Tutto come il silenzio sta ai suoni, ed è in questo giocoarmonioso, musicale, misterioso, che ogni essere umano, disabile e non, siavventura.

Parole chiave:
Creatività