Donne con le gonne - Lavoro, identità di genere, disabilità: quando le donne si raccontano

11/07/2011 - di Annalisa Bolognesi

Non è semplice parlare di lavoro oggi. O meglio, non è semplice farlo senza risultare ripetitivi e forse anche un po’ pessimisti. Allo stesso modo forse può apparire superfluo ribadire che le donne sono oggi una delle categorie più colpite da un mondo del lavoro sempre più caratterizzato da precarietà e frammentazione, e lo sono non solo per residui di stereotipi passati che vedono la donna come “l’angelo del focolare”, ma per veri e propri ostacoli pratici: come la difficoltà, per chi ha un lavoro atipico, di avere dei figli e restare a casa dal lavoro per lungo tempo non retribuita, oppure di conciliare ritmi lavorativi sempre più incalzanti con la necessità di occuparsi della casa e della famiglia.

Partendo da queste, o analoghe, riflessioni ho iniziato ad accostarmi al tema “donne disabili e lavoro”. Subito mi sono chiesta se in questo nuovo universo lavorativo, caotico e frammentato, le donne disabili avessero più difficoltà rispetto agli uomini con analoghe disabilità o rispetto alle altre donne.
Di primo acchito le mie risposte sono state negative. È certamente vero che le persone disabili sul lavoro possono incorrere in tantissime problematiche, dall’impossibilità di svolgere determinate mansioni, alla frequente inaccessibilità dei luoghi di lavoro e dei mezzi pubblici per recarvisi, alle obiezioni di superiori e colleghi nei confronti di chi, per esigenze fisiche, è costretto a usufruire di permessi o di periodi più frequenti e lunghi di malattia… Ma nessuna di queste difficoltà mi è sembrata peculiare delle donne disabili rispetto agli uomini disabili.
Ancor più paradossale mi è apparso il confronto con le donne senza disabilità. Siccome la legge 68/99 (“Norme per il diritto al lavoro dei disabili”), come molti sapranno, impone alle aziende di assumere con contratti a termine o a tempo indeterminato determinate quote di persone disabili (che varia in base al numero di dipendenti), le donne disabili mi sono sembrate meno vittime della sempre più diffusa precarietà che caratterizza il nostro mondo del lavoro, proprio perché, grazie alle vigenti normative, una volta trovato lavoro, riescono ad aver contratti più sicuri, che le tutelano maggiormente in situazioni di malattia o maternità.
Ma è veramente tutto così semplice come appare?
Per scoprirlo sarà necessario prendere in esame almeno parte dell’ancor oggi piuttosto scarso materiale disponibile.

I dati disponibili
Esaminando i dati puramente quantitativi risulta difficile, se non addirittura impossibile, condurre ricerche esaustive. Gli unici di cui possiamo disporre sono infatti quelli, peraltro non sempre divisi per genere, relativi agli avviamenti lavorativi effettuati tramite i Servizi Provinciali di Collocamento Mirato. Questi dati, oltre a essere piuttosto parziali (riguardano infatti solamente le persone che hanno trovato lavoro dopo essersi iscritte a questo servizio), non offrono ovviamente alcuna informazione relativa alla qualità dell’inserimento, alla tipologia di incarichi in cui vengono impiegate le donne e alle peculiarità del lavoro femminile rispetto a quello maschile.
Gli studi di tipo qualitativo, pur non fornendoci informazioni di tipo statistico, possono invece offrire maggiori spunti di riflessione. In questo senso appare certamente interessante la recente ricerca “Donne, disabilità e lavoro”, promossa dalla sezione bolognese della UILDM (Unione Italiana Distrofia Muscolare) e dall’Ufficio Consigliere di Parità della Provincia di Bologna.
Lo studio, che ha visto protagoniste circa 50 donne con disabilità motoria, di diversa età, residenti nella provincia di Bologna, si è proposto di esplorare l’universo lavorativo delle donne disabili attraverso interviste approfondite, in cui le intervistate hanno avuto la possibilità di parlare di sé, delle proprie esperienze, delle soddisfazioni, delle difficoltà, della percezione della propria identità nel mondo del lavoro. Quello che è emerso non sono certamente dati esaustivi che ci consentano di spiegare con precisione le peculiari problematiche che una donna disabile riscontra sul lavoro, ma un universo variegato fatto di storie e di esperienze di vita, che pur avendo diversi punti di contatto, sono uniche e differenti, e che, proprio per la loro varietà, ci forniscono numerosi spunti di riflessione e chiavi di lettura per affrontare questo tema e, magari, fare da base a nuove ricerche future.

Quando le donne si raccontano…
Sicuramente, come appare dalla ricerca, un problema che frequentemente investe le donne disabili è quello che potremo definire della “conciliazione dei tempi”. Spesso le donne sono infatti costrette a enormi sforzi per conciliare i tempi di lavoro con i tempi per la cura della casa, della famiglia, dei figli, e anche, non meno importante, per la cura di sé. Chiaramente questo problema si fa ancora più forte per le donne disabili lavoratrici, che devono fare i conti, fra l’altro, con i limiti dovuti al proprio deficit, che può comportare alcune difficoltà pratiche nel prendersi cura dei figli e della casa, nonché la necessità di dedicare maggior tempo al riposo, a terapie e a cure mediche.
Ma non c’è solo questo. Accanto a questi ostacoli esistono una serie di problematiche derivanti dal ruolo che la donna ricopre nella nostra società e, conseguentemente, nel mondo del lavoro. Sì, certo, rispetto agli anni passati molte cose sono cambiate e sono sempre di più le donne che scelgono di lavorare, che fanno l’università, che fanno strada; ma ancora oggi esiste nel nostro Paese una enorme e documentata disparità di trattamento sul posto di lavoro, nella retribuzione, nella rappresentanza in tutte le cariche istituzionali, nei consigli direttivi, nei vertici di qualsiasi carriera, persino in quegli ambiti lavorativi costituiti in grande maggioranza da donne.
Per non parlare dei media e dei modelli sociali dominanti, che impongono ancor oggi un’immagine della donna – sia fuori che all’interno del campo lavorativo – basata sulla bellezza, il fascino, la forza; come afferma infatti una delle ragazze intervistate dalla UILDM descrivendo la propria esperienza nel mondo del lavoro: “Viviamo in un mondo dove l’apparire è importante, quindi se non sei bella, alta, bionda, occhi azzurri, e non hai i canoni degli stilisti di 48 chili, già non vali niente quando sei normale, figuriamoci se sei in carrozzina. Tu già fai fatica a trovare dirigenti, professioniste donne, figuriamoci se poi hanno qualche problema!”. Parole che con semplice efficacia mostrano pienamente come, nella nostra attuale struttura sociale, agiscano ancor oggi stereotipi e modelli, che possono investire, sul piano lavorativo e non solo, sia le donne che le persone disabili, colpendo doppiamente le donne con disabilità.
Appare quindi chiaro come tutto questo possa influire sulla vita lavorativa della donna disabile, forse non tanto in termini di assunzione e di ricerca del lavoro, ma per quanto riguarda la possibilità di fare carriera, di trovare un impiego che piaccia e che valorizzi esperienze e titoli di studio conseguiti. Come emerge dalla stessa ricerca, infatti, moltissime donne, pur avendo elevate conoscenze e competenze, sono state assunte da aziende solo per adempiere alle quote imposte dalla legge, senza che venissero riposte in loro grandi aspettative o che fossero messe in luce le loro capacità. “Ho notato la sorpresa quando ho fatto cose meglio di altri, quindi se c’è sorpresa vuol dire che all’inizio c’è bassa aspettativa”, sostiene infatti un’altra delle intervistate.
D’altra parte dal momento che il lavoro rappresenta, sia per le donne, che per le persone disabili, un’enorme fonte di empowerment, appare chiaro come per una donna disabile esso assuma una “doppia importanza”, e come sia quindi necessario per ognuna, non soltanto lavorare, ma anche avere un impiego che gratifichi e soddisfi.
Insomma, dopo queste riflessioni ci si potrebbe chiedere se esistano davvero delle concrete differenze tra uomini e donne disabili nell’ambito dell’inserimento lavorativo, oppure se piuttosto le donne disabili, in quanto donne e in quanto persone disabili, siano vittime di una doppia discriminazione che, investendo tutte le sfere della loro vita, colpisce anche quella del lavoro.
È una domanda aperta, che ancor oggi merita molte risposte, ricerche, pensieri.
 

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Lavoro