Lavoro di cura, corpo e sessualità

01/01/2001

In ogni relazione il corpo è il linguaggio più tipico e immediato, è fonte di perenne comunicazione, le sensazioni che provoca nell'altro sono un invito o un ostacolo alla prosecuzione del rapporto. Il corpo parla attraverso i suoi odori, i suoi movimenti, la sua forma, il suo abbigliamento, tutti questi segnali spesso sono inconsapevoli ma fondanti l' interazione tra persone. Ogni persona presentando se stessa, presenta contemporaneamente il suo modo di considerare l' altro. Nella comunicazione tra corpi si può instaurare più o meno un ritmo, un passo di danza: tanto più c' è empatia, comprensione reciproca, tanto più c' è ritmo, capacità di aspettare, di sincronizzarsi, di compiere movimenti non intrusivi ma complementari, di affidarsi e fidarsi reciprocamente.
Una riflessione significativa nel lavoro di cura riguarda quindi il corpo come sostanza della relazione, come dimensione primaria della persona, del suo essere.
Nelle relazioni di cura c' è sempre un aspetto corporeo, che pur essendo a volte massiccio è spesso pieno di invisibilità; quindi gli viene attribuita ad esso poca importanza, mentre al contrario il contatto e l'intimità tra i corpi dell'operatore e dell'utente mette in luce una reciprocità e complessità di emozioni molto diverse a volte legati al maternage, a volte al piacere, all' imbarazzo, alla vergogna. Ogni corpo è un corpo sessuato, e quindi l'incontro tra corpi, all'interno della relazione di cura, è anche un incontro tra corpi sessuati.
Approfondire il tema della sessualità significa lavorare sulle emozioni tra operatore e persona disabile, anche attraverso la sostanza stessa di queste emozioni, cioè il corpo.
Spesso il corpo della persona disabile viene percepito da chi lo cura in maniera fissa, nella staticità, sembra un corpo che non matura, che forse non diventa mai adulto (e quindi esplicitamente sessuale) in quanto continua ad avere delle esigenze primordiali di cura (essere lavato, vestito, imboccato) che lo avvicinano di più al corpo di un neonato che al corpo di un uomo o di una donna.
Il rapporto tra corpo e sessualità può ampliare la riflessione rispetto ad un tema quale quello dell'identità: l'identità corporea determina anche la maturazione dell'identità sessuale e questo anche in presenza di un deficit. Esiste uno stretto legame tra percezioni provenienti dal corpo, sentimenti che ne derivano e la costante evoluzione dello sviluppo psicosessuale.
In questa prospettiva si inserisce la necessità di comprendere e approfondire la consapevolezza che occuparsi della sessualità dell'altro è anche occuparsi del corpo dell'altro attraverso il proprio corpo.Il coinvolgimento nella relazione di cura dell' emotività sono spesso fortemente sollecitati dal contatto corporeo e dalla sessualità.
Nell'esercitare il lavoro di cura in qualche modo si fanno i conti con le poprie modalità e capacità di stare in relazione, di includersi nelle diade, di non separare rigidamente se stessi da ciò che si fa. Ci si trova di fronte alla necessità di integrare la dimensione affettiva con le competenze lavorative.
La fatica e il travaglio di trovare un equilibrio tra le diverse componenti può evocare immagini di inadeguatezza professionale, in ultimo fragilità personale e risultare quasi incompatibile con le competenze del lavoro.
Alcuni compiti o ruoli che hanno a che vedere con l'assistenza o il contatto corporeo, evocano paure antiche di essere troppo "materni", "vicini", di essere svalutati. Allora si ricorre ad una tecnica asettica, adottata spesso come antidoto per avere una distanza emotiva che possa mettere al riparo da tutto ciò.
Il contatto con un corpo portatore di rappresentazioni che evocano anche la diversità provoca un confronto inevitabile con il proprio corpo e con il rapporto che esso sottende con questi argomenti.
Chi fa una professione che prevede un quotidiano contatto con la sofferenza, corre il rischio di trovarsi nella condizione emotiva di non legittimare per se stesso alcun aspetto vitale, giocoso, soddisfacente del proprio essere. Quasi una sorta di lutto che produce una miriade di piccole o grandi situazioni: non parlare della propria vita, dei propri affetti, dei cambiamenti e progetti o anche vestirsi in modo dimesso con la scusa delle comodità e cosi via.
Se però non ci si legittima a essere e ad avere cose che potenzialmente possono essere invidiate (salute, cura del proprio corpo, sessualità), se non si tollera l'eventualità dell'attacco invidioso , può accadere che ci si ritrovi a togliersi di dosso tutto quello che può caratterizzare la propria persona e svuotare quindi la relazione.
Così facendo chi cura gli altri può ridursi ad una modalità di porsi timorosa e scostante condannando se stesso ad un aspetto mesto e schivo, nel tentativo onnipotente e fallimentare di controllare l'altro, prevedendone e neutralizzandone le reazioni. Per contro
la corporeità nel rapporto tra chi cura e chi è bisognoso può implicare situazioni molto complesse e coinvolgenti e suscitare la gelosia, la rabbia, l'invidia di chi ne è escluso (altri operatori, utenti, familiari). A volte il "privilegio" della relazione a due si accompagna al piacere del contatto, e a promuovere reciproche emozioni.
L'intimità mette in luce una reciprocità di emozioni a volte legate al maternage, a volte legate a provare imbarazzo, vergogna e anche senso di disgusto e desiderio di fuga.
Il lavoro di cura "corporeo", pur essendo così presente, è spesso caricato di una grande invisibilità; viene ad esso attribuita un'importanza tanto scontata da diventare irrilevante e questo indirettamente forse permette di impoverire la capacità di riflettere sulle eccessive identificazioni tra operatori e utenti o, viceversa sul bisogno di affermare e confermare le differenze.
Spesso risulta difficile parlare della fisicità delle persone a cui prestiamo aiuto e dell'aspetto corporeo del rapporto. E' possibile vivere emozioni intense ma queste sono spesso difficilmente verbalizzabili. L'utente, sporco o pulito, tenero o aggressivo, sorprende, provoca, disorienta. Costringe chi si occupa di lui a considerare sensazioni molto diverse e direttamente legate all'affettività, l'aggressività, la sessualità. Non è facile soffermarsi con il pensiero e comunicare agli altri il forte imbarazzo provato in certi momenti di intimità, le inquietanti emozioni suscitate dal contatto tra corpi e che quindi agiscono in tema di sessualità e affettività.
Per riuscire a rendere partecipi altri della propria esperienza, occorre riconoscere innanzitutto a se stessi il proprio sconcerto, la propria istintiva reazione, sia essa di ansia, di piacere, di disgusto o attrazione.
D'altro canto, assumendosi la responsabilità di dire a qualcun' altro la propria emozione si fa strada la possibilità di elaborarla meglio interiormente.
Indubbiamente l'incontro con chi vive sulla propria pelle la presenza visibile della diversità o della mancanza di integrità, produce un contatto diretto con la vitalità, la caparbietà dell'esserci, con l'imposizione del proprio bisogno.
Tutto questo include anche il confronto con la finitezza, il limite e la loro sopportabilità.

Così dicono le parole di un passo letterario:
"Ecco la mia storia, in parole semplici. Ti Prego di non chiedermela più. Te l'ho detta per darti un avvertimento. Le persone daneggiate sono pericolose. Sanno di poter sopravvivere."
[…]"Lo so. Non è un tesoro da custodire gelosamente. Solo una storia che non desidero raccontare, di un ragazzo che non hai mai conosciuto."
"E questo ti rende pericolosa?"
"Tutte le persone danneggiate sono pericolose. È la sopravvivenza che le rende tali."
"Perché?"
"Perché non hanno pietà. Sanno che gli altri possono sopravvivere, come loro."
[tratto da Hurt, Il danno, I Canguri/Feltrinelli, Milano, 1991, p. 36]

Parole chiave:
Sessualità