Lavorare stanca

01/01/1995 - Nicola Rabbi

Un'organizzazione del servizio non ottimale e un'inadeguato trattamento economico; sono questi i due motivi che spiegano lo stato di esaurimento psichico e fisico in cui si vengono a trovare gli operatori sociali dopo alcuni anni di lavoro. E' quanto emerge da una ricerca fatta dal Labos (Laboratorio per le politiche sociali).
Una formazione di base, poi continuata nel tempo, può essere molto utile a prevenire e a reagire alle situazioni di stress a cui chi opera nel sociale può andare incontro.

L'indagine è stata realizzata l'anno passato ed è stata commissionata al Labos dal ministero del Lavoro. "Avevamo già fatto delle ricerche nel comparto sociale e avevamo subito rilevato l'alto grado di turn over fra gli operatori - afferma Pasquale Gigante, sociologo e coordinatore della ricerca. In questo caso si è trattato di una ricerca di sfondo per capire un fenomeno di cui si conosce ben poco e rispetto al quale si ha uno scarso controllo delle variabili che intervengono nel processo; siamo andati a "grattare" il fenomeno stesso per vedere ciò che c'era".
La ricerca ha coinvolto 290 operatori sociali distribuiti nei servizi pubblici e privati (comunità, cooperative...) equamente ripartiti fra tre settori particolarmente esposti; quello delle tossicodipendenze, della salute mentale e dell'Aids.

Un operatore su tre mostra segni di disagio

"Abbiamo utilizzato il Maslachburnout inventory, una scala per la rilevazione del burnout lavorativo; il soggetto, di fronte a sette affermazioni graduate, deve esprimere il grado in cui si trova nella scala. Questo dà luogo a tre dimensioni che spiegano l'esaurimento energetico di un operatore: la mancata realizzazione lavorativa, con la caduta dell'autostima e un senso forte di inadeguatezza al lavoro; l'esaurimento emotivo, ovvero la sensazione di non avere più riserve psicologiche da offrire; la depersonalizzazione, che si esplica con atteggiamenti di presa di distanza od ostili nei confronti delle persone per le quali si lavora. Un apposito questionario - conclude Pasquale Gigante - ha messo in luce che per tre operatori su dieci si manifestano segni di malessere o di grave disagio".
Questo dato emerge anche se, come rilevano gli stessi ricercatori, gli operatori tendono a minimizzare il problema.
La ricerca individua le fonti di stress degli operatori sociali in: il carico eccessivo di lavoro (65% degli intervistati), la remunerazione economica (64%), l'attuale organizzazione del servizio (62,8%), l'assenza di adeguati momenti di recupero (59,9%). Di rimando i fattori protettivi contro lo stress secondo gli stessi operatori risultano essere invece: un buon clima all'interno dell'equipe (85,5%), un'organizzazione più adeguata del servizio (85,5%), corresponsabilità terapeutica interna equipe (81,2%), aggiornamento permanente (80,9%), remunerazione economica più adeguata (73,9%).
"Considerando però le ragioni possibili di affaticamento proposte dal questionario - spiega Pasquale Gigante - si possono riformulare i dati in gruppi fattoriali maggiori da cui risulta che l'inadeguatezza della remunerazione economica, il sovraccarico di lavoro, il rischio di morte degli utenti, l'assenza di un buon clima all'interno dell'equipe sono i motivi principali".

L'importanza della formazione

Se l'organizzazione del servizio e il trattamento economico sono questioni ineludibili, uno strumento importante che può fornire agli operatori sociali dei mezzi per fronteggiare lo stress lavorativo è la formazione professionale.
"Se interpretiamo il burnout come l'incapacità di fare i conti con la propria esperienza lavorativa - spiega Emanuela Cocever, pedagogista - allora il modo in cui tu fai un monitoraggio costante del tuo lavoro è fondamentale; soprattutto i lavori di relazione si reggono solo se si riesce ad impostare una dimensione di ricerca sul proprio lavoro, ovvero di non spesa di se stessi totalmente nell'azione o nella relazione ma con frequenti momenti di osservazione e di riflessione. Questi momenti sono l'esito di una formazione in tutti i sensi, sia iniziale che quella che segue; una formazione che oltre a fornire le competenze, fornisce anche la capacità di una supervisione costante del percorso. Una formazione a tempo pieno con un periodo di tirocinio allora diventa un buon trampolino per superare questi ostacoli, mentre una formazione sono universitaria lascia più sguarniti in questo senso".
Secondo Raymond Ceccotto, responsabile dell'ARFIE (Association de Recherche et de Formation sur l'Insertion en Europe) "Il bournout può essere fronteggiato meglio in quei paesi che offrono diverse possibilità d'impiego per gli operatori sociali; in questo modo si può cambiare settore passando a un'utenza diversa. Ma là dove questa possibilità manca o è limitata (come è il caso dell'Italia), allora bisogna ricorrere agli strumenti offerti dalla formazione. La formazione e la supervisione devono preparare l'operatore sociale a sapersi mettere continuamente in discussione per non farlo adagiare in ruoli troppo rigidi che portano inevitabilmente a fenomeni di stress lavorativo".

Pubblicato su HP:
1995/42