"Lasciarsi interrogare"

01/01/1993 - E. De Rienzo e C. Saccoccio (*)

Ogni minore ha diritto di vivere nella propria famiglia d'origine e, in assenza di questa, in una sostitutiva, affidataria o adottiva. Questo diritto vale anche per i minori disabili o per i sieropositivi

In Italia i bambini disabili, malati e sieropositivi che vivono ricoverati negli istituti sono alcune migliaia.
Molti di loro sono rimasti soli al mondo. I genitori li hanno lasciati in ospedale alla nascita o li hanno ricoverati dopo qualche anno; non se la sono sentita di portare per tutta la vita il carico della malattia dei loro figli e il senso di colpa per la loro nascita. Forse gli stessi genitori erano già schiacciati da difficoltà economiche o psicologiche.
Questi bambini trascorrono la loro infanzia in un istituto, a volte insieme ad altri bambini normali. Spesso vedono i loro compagni andar via uno dopo l'altro perché adottati, mentre loro rimangono lì: all'handicap si aggiunge il dolore di essere stati abbandonati e di essere rifiutati da tutti.

Un bambino handicappato come figlio?

Una coppia che si accosta all'adozione difficilmente pensa spontaneamente ad un bambino handicappato o sieropositivo. Di fronte a loro si ritraggono perché si sentono investiti da una responsabilità e da un impegno troppo grandi.
Gli operatori stessi, convinti a priori della difficoltà di trovare famiglie disponibili per questi bambini, spesso non le cercano e si arrendono con molta facilità, non facendo nulla per sensibilizzare l'opinione pubblica a questo problema. Il bambino "diverso" trascorre così la sua infanzia tra l'istituto e l'ospedale; per coloro che lo circondano perde quasi la connotazione di un bambino bisognoso di affetto, di contatto, di tenerezza. Si cerca di curarlo dal punto di vista sanitario perdendo di vista il fatto che spesso la malattia è anche determinata dalla sua condizione di solitudine e di abbandono. Senza affetto, il bambino si lascia andare sempre più, non reagisce, quasi si rifiuta di crescere perché non c'è nessuno che tiene a lui. E' costretto spesso a vivere dentro i confini angusti del suo handicap che diventa, oltre che il suo problema, la sua prigione.

"La storia di Nicola"

Ma non sempre la storia di questi bambini si conclude allo stesso modo: per alcuni di loro è avvenuto l'incontro con famiglie che si sono lasciate interrogare.
Emblematica è la storia di Nicola, raccontata in un libro dalla sua madre adottiva. Racconta Giulia Basano: "Nicola aveva quattro anni quando è venuto con me. L'ho visto riemergere giorno dopo giorno dalla morte. I medici avevano tentato ogni tipo di diagnosi; prepsicosi, autismo infantile, lesione cerebrale… Io ho solo visto una vita che si stava spegnendo, che si stava ripiegando su se stessa e chiudendo sempre di più al mondo esterno. Ho visto il risveglio, graduale, lento ma tenace, ed è stato come vederlo nascere di nuovo". (1)
Quando sentiamo la parola "handicap" scatta subito in noi un meccanismo mentale per cui a questa parola associamo immediatamente altri concetti che ci impediscono di vedere nell'handicappato un bambino in tutta la sua interezza, con tutte le sue potenzialità: . (2)
Ed è ancora Giulia Basano che ci racconta quanto di bello gli ha dato l'incontro con suo figlio Nicola definito dagli infermieri "una bestiolina" e dalla neuropsichiatra che l'aveva in cura "un bambino da buttare dalla finestra".
Ci dice l'autrice: "L'unica cosa che mi ha chiesto Nicola, e me l'ha chiesta fino in fondo, è stato di lasciarmi coinvolgere, di immergermi totalmente nei suoi problemi. Ma non per questo ho perso me stessa. Anzi direi che mi sono ritrovata. E' stato il suo aggrapparsi alla vita, la sua richiesta continua, il suo precipitare indietro e testardamente riprovare, è stata questa sua straordinaria voglia di vivere, di imporre sempre e comunque la sua presenza, che ha riempito di senso la vita, che me l'ha fatta apprezzare come un valore prezioso da non perdere e da non sprecare. Non è solo istinto di sopravvivenza. Era ed è qualcosa di più, di diverso. Che lo fa gioire delle più piccole cose, gli fa apprezzare un gesto che ai più sfugge (...). E' lui che mi ha aiutato - prosegue Giulia Basano - ad apprezzare un sorriso, a sentire un gesto, uno sguardo come un fatto importante, a raccogliere la solidarietà e l'affetto, a godere di tutto ciò che posso godere, ma anche a non rifiutare la sofferenza, a usarla per maturare senza rassegnarmi".

Saper vedere al di là della "diversità"

Indubbiamente l'affidamento o l'adozione di un bambino diverso non potrà avere la stessa procedura che si segue per un bambino normale. Per una scelta di questo genere non basta una motivazione che scaturisca dal senso del dovere o dal senso di giustizia; è necessario che scatti un coinvolgimento interiore che permetta di vedere al di là della "diversità".
Ed è di fatto molto spesso un incontro a determinare la scelta: una famiglia viene a conoscenza, attraverso i canali più diversi, della storia di un bambino e si lascia interrogare. Così può iniziare un'esperienza, un cammino certamente faticoso, ma che può dare la gioia di vivere ad un bambino al di là delle sue oggettive menomazioni e molta ricchezza alla famiglia che lo ha accettato.
"E' nel momento dell'incontro - dice Paola Vitiello, madre adottiva - che può scattare l'attrattiva e la voglia di voler bene a quello che non ti appare più "il bambino handicappato" su cui hai tanto ragionato, ma semplicemente un bambino che ha bisogno di"te per recuperare la gioia di vivere".
Condizione essenziale perché un minore "diverso" abbia la possibilità di condurre un'esistenza piena e felice sviluppando al massimo le sue potenzialità, è che i genitori si trovino bene con lui, non lo sentano come un peso o una condanna.

(*) Anfaa nazionale

Note
1) Giulia Basano, "Storia di Nicola", Rosenberg & Sellier, TO, 1987.
2) Oliver Sacks, "L'uomo che scambiò sua moglie per un cappello", Adelphi, MI, 1986.