L'animazione... con l'anima!

29/06/2011 - Marcello Anastasio

C’era una volta un tempo in cui i bambini giocavano da soli. A quel tempo i monelli, così li chiamavano, vivevano spensierate giornate di gioco e nessuno in alcun caso andava a impicciarsi dei loro affari; poi, ovviamente se tornavano a casa sporchi dovevano fare i conti con i “Grandi”.
Era il tempo mitico in cui si poteva scendere al fiume: pensate, i fiumi non erano inquinati o nessuno sapeva che lo fossero. Era il tempo in cui si cresceva presto, salvo nelle case dei ricchi, e i ragazzini e le ragazzine lavoravano. Sì insomma, lavorano anche adesso (300 milioni nel mondo), ma un tempo era possibile svignarsela, fuggire una sera, o una mattina, col fagotto sulle spalle e le scarpe invernali pesanti. C’erano anche poche paia di scarpe, direte…
A quel tempo, anche gli adulti giocavano a modo loro e i vecchi, chi arrivava a esser chiamato vecchio, faceva le sue cose e passava il tempo libero con i suoi passatempi. Guardate il Geppetto di Collodi. Era abbastanza anziano eppure andò a cacciarsi nei guai per voler trarre un bimbo da un pezzo di legno…
Ai tempi di Tom Sawyer, altro che giochi! Tom, ragazzino del Mississippi, a parte il raccogliere tutte le schifezze trovate per la strada, faceva dei bellissimi giochi, non vi pare? Si svolgevano in terribili caverne o nei cimiteri, specialmente nelle ore notturne in presenza di gatti neri, vivi e morti. La ragazzina Alice… Credo che nessuno alla sua età abbia mai fatto un viaggio tanto avventuroso. Oliver Twist: anche lui lavorava, d’accordo. Incontrò diversi adulti e forse aveva incontrato anche un certo tipo di animatore… un animatore di strada che insegna a rubare… Molti ragazzini e ragazzine trovano ancor oggi animatori simili.
Gianburrasca e Pippicalzelunghe hanno l’animatore? Persino Harry Potter, a parte la sua scuola divertente, fa le sue scoperte, i suoi percorsi, i suoi giochi per conto suo.

Il diritto al tempo libero
Ebbene sì, signori miei, c’è stato un tempo in cui non esistevano gli animatori… Potete crederci? Vi sono stati tempi in cui nessuno vi diceva come giocare e i giochi se ne stavano liberi nel mondo per chi volesse mettersi a giocare senza necessità di particolari preamboli o istruzioni. Non c’era bisogno di alcun motivo preciso per giocare, si giocava e basta.
Lo so, non potete credere a quello che state leggendo, anzi vi sembra una cosa assurda, se però fate attenzione e cercate intorno a voi qualche nonno o qualche vecchia zia e domandate loro dei loro giochi delle loro vacanze, sentirete cosa vi rispondono. Lo so, non ci sono più i nonni veramente nonni. Ora fanno step e jogging e danza afro. Le zie poi sguazzano nell’acqua calda delle piscine dalla mattina alla sera.
Un tempo al massimo ti mettevano una guardia dai pericoli. Al massimo, se eri in un collegio o la famiglia poteva permettersi una governante, la persona adulta se ne stava di guardia per vedere se ti facevi del male. Chi poteva avere dei giocattoli? Restava allora uno spazio libero in cui i ragazzini e le ragazzine potevano inventare i loro divertimenti. Allo stesso modo, un tempo gli adulti non seguivano speciali taumaturghi, se volevano ballare ballavano, se sapevano suonare suonavano e sceglievano da soli il da farsi. E i suonatori suonavano, gli attori recitavano, i giullari “giullaravano”, nessuno si occupava del preambolo. Nessuno ti diceva di metterti un cappello ridicolo in testa e fare, che so, il verso del cavallo…
C’è stato un tempo, ve lo dico io, in cui bastava uno scaccia pensieri e le palme delle mani a battere per organizzare una festa e ballare tutta la notte, la voglia di divertirsi era tanta e tanto forte da poter coinvolgere interi paesi. Bastava iniziare a far baccano da una parte e in un momento dalla parte opposta della città stavano già a cantando. Nessuno animava nessuno, tutti si mettevano a fare e ognuno faceva la sua parte. La capacità di trascinare, il fascino, la bravura, la moda, sono sempre esistiti, ma queste doti venivano esercitate comunemente al di là di uno scopo sociale o umanitario.
Sarà stato forse perché il tempo libero non esisteva ancora. Il tempo libero l’avevano solo le persone molto ricche, che erano poche, e sapevano molto bene come divertirsi e come passare il loro tempo.
Poi hanno inventato il tempo libero, e insieme al tempo libero, o poco dopo, ecco che si è dovuto inventare anche l’animatore. Parlare quindi di animazione significa parlare dell’aumentata qualità della vita in occidente, dell’affermazione di nuovi diritti, della nascita di nuove idee sull’educazione e della scoperta della necessità della formazione permanente dell’individuo.
Dall’invenzione del tempo libero, l’animazione (come metodo e ruolo) è entrata nelle case, nelle chiese, nelle scuole, negli ospedali, nei carceri, nei centri vacanze, nelle discoteche e in molte altre piccole e grandi situazioni della vita quotidiana. Persino i grandi meeting tra manager e industriali, o nei grandi incontri di marketing delle compagnie d’assicurazione, sono inseriti interventi d’animazione per aumentare la determinazione alla vendita. L’animazione quindi, non è tutta roba da buttare e rappresenta un importante indicatore sociale, curarne la qualità può considerarsi uno scopo nobile.

L’animazione nel sud del mondo
Misteriosamente l’animazione, come molte delle avventure dell’uomo, nasconde aspetti esaltanti. L’aspetto motivazionale resta comunque centrale. Ciascun nuovo animatore, ciascuna nuova animatrice, conserva in sé un carico di buoni motivi, di ragioni filosofiche non trascurabili. Vi rendete conto della trasformazione assunta in questi anni da questa figura professionale? Dentro lo stesso calderone puoi mettere un giovane boy scout, una ragazzina formosa che vuole fare la modella, e una star televisiva con cache da milioni.
Ma il mistero persiste. Una parte di giovani si introduce nell’ambiente dell’animazione (socio-culturale chiamiamola), perché dentro vi trova elementi di fascinazione che in altri ambiti non trova. Una percentuale affatto irrilevante di ragazzi scopre la possibilità di rendere più verosimile il proprio ruolo recandosi all’estero. Lontano dal nostro pulsante occidente si va a scoprire che l’animazione non esiste.
Vidi arrivare una giovane antropologa inglese in un villaggio dell’Africa del sud con gli occhi pieni d’ardore per il suo nuovo compito, ma mentre cercava di proporre una canzoncina l’ardore si trasformò presto in imbarazzo. Lo stesso accadde in una vacanza rivolta a ragazzi sotto la tutela del tribunale in casentino, ugualmente difficile fu rivolgere una proposta d’animazione a bambini molto poveri nei pressi di Pistoia. Ma la giovane antropologa non si accasciò e dopo alcuni mesi di lavoro volontario in una township vicino Johannesburg comprese che laggiù le canzoncine le sanno già e comunque vengono dopo il cibo, il vestito, il letto, la casa, la famiglia, l’educazione, la strada, la dignità, i diritti… il lavoro da fare era altro. Prima di trovarsi “animata lei” o “rianimata” apprese le strutture base del linguaggio animativo, l’ascolto, l’individuazione delle esigenze, e la risposta calibrata non imposta, fornita con modestia e cedimento.

Due lezioni
Eppure molti animatori continuano a partire, e gli ambiti che rendono veritiera l’animazione come tecnica e come metodologia restano quei luoghi in cui l’animazione resta un gesto spontaneo non ancora commercializzato. Non è che manchi l’esigenza di sorridere e scherzare in certi luoghi, anzi come molti sanno il dono del terzo mondo è il sorriso.
Un’esperienza d’animazione che considero importante è stata quando ridicolmente abbigliato mi recai al torrente situato dietro la collina del Natal, in Sudafrica, dove sorgeva un rifugio per ragazzini abbandonati. Cercavo i ragazzi perché all’improvviso non riuscivo a trovarne nemmeno uno in tutta la casa, quando ne venne fuori uno, evidentemente un ritardatario. Chiesi dove fossero finiti tutti e quello mi fece segno di seguirlo. Accuratamente vestito con cappello di paglia e macchina fotografica chiudo a chiave la casa e mi avvio a seguirlo. Dopo nemmeno cinque minuti, girata la collina, il paesaggio diveniva Africa nera e il baccano si udiva come in un parco dei divertimenti. Da un albero arrampicati i ragazzi si tuffavano uno via l’altro dentro una pozza fangosa del ruscello. Paralizzati dal mio arrivo per alcuni minuti ci fu il silenzio. Tolsi il cappello, gli occhiali da sole e improvvisamente ci fu un boato di risate. Il tiranno era divenuto ridicolo ed era venuto a giocare al loro gioco, senza parlare, senza regole o fischietti. Da quel giorno ho iniziato a portarli in una piscina per evitargli le malattie. Facevamo strane gare, lezioni di nuoto, tutto quello che si può fare in una piscina e anche di più. Il mio ruolo era quello del salvagente, tornavo sfracellato dalla stanchezza: attaccati a me, bianco, esile, quei ragazzini imparavano a nuotare.
Poi ebbi un’altra bella lezione. In verità quando si va a zonzo nei pressi della povertà si finisce sempre senza alcun dubbio per imparare qualcosa. I ragazzi laggiù avevano una sorta di sorveglianti (animatori) e uno di essi era un uomo barbuto, piuttosto taciturno. Rozzo lo si sarebbe descritto. Beveva molto e fumava sigarette di tabacco pecioso. Un giorno venne a trovare i ragazzi, fece un giro delle camerate e poi si avvicinò a un gruppetto con in mano una bottiglia di detersivo per piatti al limone. Nei pressi di un corridoio, serio come una statua d’ebano, lo vidi versarsi una manciata di sapone liquido. Si voltò di scatto e impiastrò di sapone le facce e i vestiti di tre o quattro ragazzi. Quindi si mise a lisciarli come fanno nei film prima delle risse. A spinte e a manate in poco tempo si ritrovarono insaponati. Ai primi se ne aggiunsero altri, così dopo alcuni minuti sul pavimento dell’ingresso, aggrovigliati in un combattimento senza esclusione di colpi, stavano due dozzine di ragazzi schiumati da capo a piedi. Con l’aiuto di alcuni secchi d’acqua la saponata riuscì perfettamente. Probabilmente il sorvegliante aveva sentito il bisogno di dare una lavatina in giro e lo aveva fatto in modo tale che diventasse anche un gioco divertente.
 

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Cultura, Tempo libero