L'accoglienza

01/01/2000 - Daniela Lenzi

E’ il tempo della transizione, segna il passaggio da un contesto conosciuto ad un altro più estraneo, la separazione da una relazione affettiva famigliare ad un altra a cui occorre affidarsi.
Si vivono quindi spesso contrastanti e complesse emozioni: il timore di separarsi, il desiderio di compiacere l’altro, la paura e la curiosità su ciò che accadrà.
Questo momento è il ponte che congiunge ieri e oggi, eco degli avvenimenti passati, delle aspettative future. Come ci si è lasciati ieri può influenzare come ci salutiamo oggi, segna quindi l’inizio del rapporto ma ha in sé già anche la fine, la separazione: ogni relazione di cura si esplica infatti in un tempo e in uno spazio definito e parziale.
Lo spazio all’interno del quale avviene l’accoglienza influenza i vissuti emotivi, le dinamiche relazionali e può accentuare o almeno modificare il rapporto di asimmetria tra operatore ed utente.
E’ ben diverso se l’incontro avviene in un luogo percepito da entrambi come estraneo se non ostile, oppure se avviene all’interno di un setting preciso e quindi professionale in cui l’operatore ha le vesti del “padrone di casa” o se viceversa è l’utente il padrone di casa.
Là dove l’operatore è accolto in casa dell’utente questo spazio non è professionale ma è il luogo privato, intimo dell’altro. Si entra a contatto con gli usi, i costumi, gli odori, le modalità di vita di quella particolare persona, di quella particolare famiglia. Si può quindi meglio conoscere l’altro ma questa forte intimità può generare nella famiglia anche un desiderio di espulsione dell’operatore percepito come estraneo o al contrario un desiderio di inglobamento al suo interno.
In ogni accoglienza c’è un rito, una serie di modi di fare, successive azioni e parole, che hanno la funzione di rendere comprensibile e prevedibile la realtà che sta avvenendo e quindi di facilitare la separazione, l’incontro, la relazione.
Nel rito costruito e condiviso assieme ognuno riscopre la specificità, il ritmo del rapporto, l’affidabilità dell’altro e del nuovo contesto. Esso rappresenta uno degli orizzonti della stabilità rispetto alla mutevolezza degli eventi, è una forma di controllo e di rielaborazione della realtà e del proprio rapporto con essa.
L’accoglienza è un incontro tra persone diverse con ruoli diversi, ma è innanzitutto un incontro tra corpi, tra gesti, odori, modi di vestirsi e di muoversi.
In ogni relazione il corpo è il linguaggio più tipico e immediato, è fonte di perenne comunicazione. Le sensazioni che il corpo provoca nell’altro sono un invito o un ostacolo alla prosecuzione del rapporto; sono un messaggio rispetto a come l’altro ci viene incontro, a come percepisce il proprio corpo o come il suo corpo, soprattutto per i bambini o chi non può accudirsi da sé, è vissuto da chi si prende cura di lui.
Nel lavoro di cura questo elemento corporeo, pur essendo massiccio, è spesso pieno d’invisibilità perché si vivono intense emozioni “di pelle” cioè fisiche, difficilmente verbalizzabili.

Pubblicato su HP:
2000/75