La testa di Medusa

01/01/1997 - Angela Biavati

"Questo mostro traduce l'estrema alterità, l'orrore terrificante di quel che è assolutamente altro, l'indicibile, l'impensabile, il puro caos: per l'uomo, lo scontro con la morte, quella morte che l'occhio di Medusa impone a tutti coloro che incrociano il suo sguardo, trasformando ogni essere che vive, si muove e vede la luce del sole in una pietra..."

E' in libreria da tempo un bel libro di Umberto Galimberti dal titolo sibillino: "Il Corpo"; in questo testo sono raccolte tante riflessioni, tanta storia e tanta filosofia, è un utile strumento per iniziare a parlare di un corpo, ma non è forse, sufficiente per capire bene quel corpo di quella persona, come parlare di handicap e di persona con un handicap. Però aiuta a prendere in considerazione, seppure solo da un punto di vista teorico, un qualcosa che poi si incontrerà nella realtà, nella realtà di un'altra persona.
C'è chi si dimentica del suo corpo e chi ne fa un mito, apriamo una qualunque rivista si moda e ne abbiamo l'esempio, per alcuni, poi, è una presenza contro: ogni giorno si deve fare i conti con lui, con le sue brutali necessità, con il suo inevitabile invecchiare, anche questo si ritrova dietro gli occhi della Medusa. L'adolescente malata di anoressia ci urla nelle orecchie la sua volontà onnipotente di annullare il corpo, questo corpo che, minaccioso e terrificante, la costringe a essere nel mondo, a amare, a odiare, a soffrire, e allora il corpo deve essere negato per raggiungere quell'ideale di se stessa che solo la può rendere viva, al di sopra delle umane necessità. Esiste anche il corpo che accoglie e integra in modo indissolubile una testa che pensa, desidera, ama, odia, crea, distrugge, un corpo che lancia messaggi di benessere se accolto nell'espressione dei suoi bisogni.Pensiamo anche a un corpo la cui presenza rammenta, con costanza e senza rumore, un danno subito a propria insaputa e contro ogni volontà. Può diventare una presenza persecutoria, inquietante se non lo si blandisce cono una certa accettazione, magari faticosa, ma non per forza impossibile.

Il danno subito dal corpo

Ma cosa vuole dire subire un danno? Non vuole sempre dire chinare la testa a tutti e nascondersi per la vergogna di non essere come gli altri hanno deciso che si debba essere, può anche significare l'acquisizione di una certezza.
Sinonimo del vocabolo danno è discapito, offesa, perdita, pregiudizio, guasto, e il dizionario recita: "Scapito recato dolosamente o colposamente, o anche per responsabilità senza colpa". Si delinea un concetto complesso e ancora più complesso è il concetto di offerta sacrificale che troviamo nella sua radice indoeuropea. Insomma, il danno è una cosa seria, è qualcosa che si può allontanare donandolo a una divinità, è qualcosa che mette vicino a una entità superiore, è un dolore che per avere senso e significato deve metterci in contatto con ciò che non conosciamo.
Il pathos implicito in queste parole ci porta a pensare in modo diverso i danni che abbiamo incontrato nel vivere: chi non ha subito un danno? Chi non si è trovato a essere, volontariamente o meno, vittima di un danno?
Andrea Canevaro ci parla di un danno subito da giovani adolescenti, i ragazzi dell'istituto Salvemini di Casalecchio, e di una volontà di sopravvivenza che dia un senso a quello che è accaduto. In questo scritto si parla di sopravvivenza, casuale o voluta, ma soprattutto di sopravvivenza quale forza che riconduce all'istinto di morte di freudiana memoria, istinto di morte quale contraltare inevitabile, così come l ' identico lo è dell'altro, dell'istinto di vita.Per giungere a dare un senso a un evento tanto grave come l'abbattersi di un aereo militare su una scuola si può seguire un percorso; Andrea Canevaro ne indica uno: lo studio e la narrazione: "Studiare un fatto e essere interrogati su quel fatto che ci è capitato, risentirlo come ritorno di informazione da chi lo ha ascoltato, e collocarlo accanto a altri fatti che si sono svolti lontano nel tempo, e che permettono una maggiore elaborazione. Volendo relativizzare i fatti, non considerarli dagli assoluti, e quindi permettere anche uno scambio di opinione sui fatti." "La narrazione consente di scoprire le connessioni che esistono tra fatti apparentemente lontani tra loro e che rimangono lontani tra loro, che non vanno avvicinati forzosamente e forzatamente, ma che devono potere stare lontani avendo delle strade di connessione.
Ma attorno al concetto di sopravvivenza gravita anche l'essere testimoni, il viversi come testimoni di un fatto: "Sembra che una buona ragione per sopravvivere a una catastrofe, e per rielaborare il proprio sentimento di vittime, sia quella di sentire fortemente il dovere della testimonianza".
E l'essere testimoni vuole dire avere la consapevolezza che in quel tempo e in quello spazio si era là, con la propria identità fissa, solida e se il concetto della propria identità è sufficientemente solido l'essere là in quel modo anziché in un altro è un caso: l’aguzzino avrebbe potuto essere la vittima e viceversa, indifferentemente.

Il film di Louis Malle

"Chi subisce un danno è pericoloso perché sa di potere sopravvivere", cosi recitava la locandina di un film di Malle, uscito nella scorsa stagione cinematografica dal titolo sibillino: "Il danno".
La storia? Molto semplice, ma addentriamoci in essa guidati dalle parole del romanzo di J. Hart da cui è stato tratto il film: "C'è un paesaggio interiore, una geografia dell'anima: ne cerchiamo gli elementi per tutta la vita".
E questo riporta bruscamente il pensiero al mondo interiore di ciascuno di noi, ma che non molti di noi osano tentare di conoscere. Anna, la protagonista, si trova costretta a vivere la morte per suicidio del fratello. Legati da un affetto morboso, entrambi adolescenti, non reggono l'amore che li unisce e l'uno abbandona la vita, mentre l'altra vive con il rimorso di non essere riuscita ad impedire un tale gesto. Anna continua a vivere, ad avere rapporti affettivi anche se mai riesce a sentirsi appagata né affettivamente, né fisicamente perché al loro interno si muove qualcosa che, si badi bene, non è il fantasma del fratello, bensì la consapevolezza del danno vissuto: questo danno appartiene esclusivamente a lei, fa parte di lei.
Dirà Anna a un suo partner: "Ecco la mia storia, in parole semplici. Ti prego di non chiedermela più. Te l'ho detta per darti un avvertimento. Ho subito un danno. Le persone danneggiate sono pericolose. Sanno di potere sopravvivere.
"Anna riesce a non amare mai fino in fondo, quasi a rispetto del fratello, e arriverà a sposarsi, a avere dei figli, ma solo dopo avere causato la morte fisica del fidanzato, la morte psichica dell'amante e la morte sociale di una intera famiglia. Il danno, l’offerta sacrificale deve essere allontanato dall'uomo per essere offerto a una divinità che ne annulli la minaccia.
Anna ha la forza del dolore indimenticabile che può solo essere sofferto. Il dolore non si può dimenticare se è entrato nella vita del soggetto, è possibile vivere con lui rispettandolo e, sembra persino assurdo, amandolo: se è entrato a fare parte di noi rifiutando lui rifiuteremmo una parte di noi, è troppo crudele, sarebbe un omicidio.
Un qualcosa di inquietante pervade il film, una donna particolare, strana, resa affascinante da una semplicità quasi monacale di lineamenti, di parole, di abbigliamento. Questa stessa donna reca dentro di sé un passato che la rende terribilmente diversa dagli altre personaggi, si muove in un contesto in cui ogni persona, ogni affetto e situazione affettiva e ogni relazione sembra avere un ruolo statico e immutabile, ma qualcosa accade e tutto è sconvolto nel modo più crudele, sembra quasi che un antico danno rechi in sé una crudele distruzione di tutto, è il sacrificio, per l'appunto, ma a quale divinità?

Così può essere per un corpo che tradisce, anche Anna lo tiene con sé, fa in modo che qualcuno la aiuti a averne cura, molta cura, e prosegue nel suo vivere quotidiano lavorando, avendo relazioni sociali e familiari, come chiunque insomma.
Questo pensare non è facile, anzi è addirittura impossibile, se qualcuno, non sapendo tutto questo, e non gliene si può fare una colpa anche se ne verrebbe una grande voglia, si arroga il diritto di decidere al posto tuo cosa tu devi fare.
Talora ad Anna piace dire: paralitica si, scema no! E' una frase forte, può disturbare l'orecchio dei più romantici benpensanti che sonnecchiano beatamente abbracciati non al mito del buon selvaggio di storica memoria, bensì del bravo handicappato. Questa battuta contiene una verità: si può essere autonomi anche su quattro ruote, si può e si deve decidere per le proprie cose nella misura in cui si sia consapevoli della propria persona, non intendendo per persona né corpo, neppure testa, ma individuo e basta.
Andrea Canevaro parla di educazione non violenta: "Educazione è 'accompagnare verso', è andare 'da' 'a'. E' importante la meta, ma non è meno importante il paesaggio, che può fare scoprire nuove mete. Chi accompagna pensa di guidare, ma è anche guidato. Educare è vivere un rapporto di reciprocità. La coppia insegnamento - apprendimento è inscindibile, in ogni soggetto, sia esso educatore o educando.".
Cosa ci può essere di violento in tutto questo che non sia il non-ascolto, il non-apprendere l'uno dall'altro?

Ascoltare e non ascoltare

Si può molto riflettere sul non - ascolto, male forse inguaribile dei nostri giorni. E' presente nel quotidiano di molte persone una figura molto di moda oggi come oggi, cioè quella dello psicanalista o psicoterapeuta, torna spesso un ritornello: "non ha fatto niente, ha solo ascoltato, quando sono venuto via mi sentivo meglio!", e se un paziente dice questo vuole dire che veramente sta facendo qualcosa di importante dentro se stesso per conoscersi almeno un poco.
Dice S. Heidegger: "Il volere sapere e l’avida richiesta di spiegazioni non portano mai a un interrogare pensante (...). Il volere sapere non vuole che si stia in ascolto di fronte a ciò che è degno di essere pensato (...). Il tratto fondamentale del pensare non è l'interrogare, bensì l'ascoltare quel che viene suggerito da ciò che deve farsi problema".
Potremmo commentare che i filosofi sono bravi a parlare e anche a agire di conseguenza, non tutti possono essere come loro. Ma in molti si può provare a ascoltare quello che l'altro ci vuole comunicare più o meno consapevolmente. Anche questo può essere un percorso di crescita, percorso che non ha termine, anche perché confluisce nel Conosci te stesso di antica memoria.

La sapienza greca

Di certo gli antichi greci l'avevano capita lunga già molti secoli fa, infatti senza computer, senza miliardi da gestire, con il loro solo pensiero hanno messo a fuoco gli elementi indispensabili per la conoscenza dell'uomo di ogni tempo e luogo. Questo, forse, ha reso splendida la Grecia del V secolo a.C. in quanto ha rappresentato per le civiltà che si affacciavano al Mediterraneo il momento del pensare, del riflettere su ciò che era stato costruito.
Mi sono imbattuta per caso poco tempo fa in un piccolo libro dal titolo diciamo così 'cupo': "La morte negli occhi", il sottotitolo mi incuriosiva: "Le figure dell'Altro nell'antica Grecia", di J. P. Vernant, e mi sono ricordata di Platone quando parla del concetto di Identico: l’identiconon è concepibile e non si può definire se non lo si mette in rapporto con l'Altro, con la molteplicità degli altri: se l’identico rimane chiuso in sé il pensiero non è possibile. Di mano in mano che proseguivo la lettura entravo nel mondo fiabesco, ma non troppo, dell'Olimpo sovraffollato di Dei e affondavo nel mondo di Persefone, nel buio dell'Ade e nel terrore della morte che più temeva l'uomo greco di allora, ma non solo di allora.
E' molto interessante vedere come la morte per l'uomo dell'antica Grecia abbia due volti contrastanti: "Con il primo si presenta in piena gloria, risplende come l'ideale cui il vero eroe ha votato la sua esistenza; con il secondo incarna l'indicibile, l’insostenibile, si manifesta quale orrore terrificante.
"Ma chi ha la morte negli occhi? Una donna, un mostro, un mostro quale prodigio?, una maschera oltre la quale esiste la morte. Infatti: "Questa testa, il cui sguardo tramuta in pietra, segna il limite tra morti e vivi; e vieta di superare la soglia a chi appartiene ancora al mondo della luce... dove ogni essere avendo la forma propria, rimane se stesso finché non è precipitato nell'altro regno: luogo di tenebre, d'oblio, di confusione, che nessuna parola può esprimere.E' il terrore allo stato puro, il Terrore come dimensione del soprannaturale. E ancora: "La faccia di Medusa è l'altro, il doppio di te, l’Estraneo, in reciprocità con la tua figura come un'immagine nello specchio, ma una immagine che sarebbe a un tempo meno e più di te, semplice riflesso e realtà dell'aldilà, un'immagine che ti afferrerebbe perché, invece di rimandarti soltanto l'aspetto della tua figura, di rifrangere il tuo sguardo, rappresente- rebbe, nel suo ghigno, l’orrore terrificante di una alterità radicale, nella quale tu finisci per identificarti,diventando pietra. Guardare Medusa negli occhi è trovarsi faccia a faccia con l'aldilà nella sua dimensione di terrore." Oltre quel volto c'è l'altro, il diverso, le fantasie terribili, il caos, la morte più orribile, oltre si intravede il mondo dei fantasmi che ciascuno nutre dentro di sé, per Anna potrebbe trattarsi dell'essere costretta a vivere in un istituto, ma magari non è proprio così, magari Anna ha troppa fantasia.

Alla fine la morte

Ci si riferisce qui alla morte del corpo e di tutto, ci si riferisce alla perdita della psiche, cioè di quel soffio vitale che trasforma un corpo in quel corpo, un ammasso di ossa di tessuti in decomposizione in un uomo con la sua storia, con i suoi sentimenti. Questa è la morte brutta, quella che vede il termine dell'uomo nel non ricordo di chi resta, le si contrappone la morte bella, la morte annullata magicamente dall'epopea, cioè dal ricordo vivo oltre il tempo di chi resta.Nasce l'epopea che, unica, consola della propria comune mortalità, che quasi dà senso al vivere; si dovrà infatti attendere ancora qualche secolo perché si arrivi alla concezione di una vita ultraterrena che consenta di proiettare un corpo pensante, una psiche, in un Universo infinito e eterno. L'uomo, infatti doveva pensare ancora molto, doveva ascoltare per molto tempo dentro di sé il desiderio di una perfezione senza tempo e spazio.In questo contesto balza agli occhi, imponente e terrifica, Medusa il cui sguardo uccide. Questo mostro "traduce l'estrema alterità, l'orrore terrificante di quel che è assolutamente altro, l’indicibile, l’impensabile. il puro caos: per l'uomo, lo scontro con la morte, quella morte che l’occhio di Medusa impone a tutti coloro che incrociano il suo sguardo, trasformando ogni essere che vive, si muove e vede la luce del sole in una pietra immobile, gelida, cieca, ottenebrata".
Medusa è rappresentata quasi sempre con il solo volto, gli occhi definiscono il pathos di questo volto. Sono proprio questi gli occhi che non debbono essere penetrati da un altro sguardo, è possibile guardarla solo se la sua immagine è riflessa in uno specchio. Cosa accade se si guarda questo volto? Il mito dice che muore l'uomo che osa tanto. Proviamo a chiederci cosa si può vedere dietro questi occhi terrifici. Si può vedere la tenebra più assoluta, la paura più sconosciuta, la morte quale termine di tutto, la morte brutta, si può vedere, insomma, il mondo dello sconosciuto, del diverso perché ignoto, del mistero più tremendo.
Questo terrore, questi fantasmi, secondo Platone dipendono nell'uomo dalla componente inutile, nel Fedone, infatti, egli scrive: "c'è, forse, anche, un fanciullino, dentro di noi e è lui che ha di questi sgomenti.
Tu, dunque, cerca che muti animo questo fanciullosi persuada a non avere paura della morte, come dell'Orco". Socrate ribadisce che per scacciare questi terrori è indispensabile "un incantatore esperto, s, deve fare un incantesimo ogni giorno finché il fanciullo riesca a calmarsi totalmente". E anche quello che suggerisce Socrate è un percorso da compiere con una guida, può chiamarsi analista o sacerdote o ascoltatore pensante e accogliente; è un percorso che dall'Ade porta alla terra, non all'Olimpo e neppure al Paradiso, è un modo per svincolarsi dalla sofferenza più paralizzante e potere accedere al reale e, solo in seguito, da qui muoversi con la consapevolezza di potere decidere di sé e per sé.
Viene alla mente l'adolescente che ad un certo punto della sua crescita deve pensare, deve abbandonare la scoperta del corpo che cresce e deve conoscere e mettere alla prova il suo pensiero attraverso la minuziosa indagine del pensiero del contesto che lo circonda. E' il momento delle folli letture di tutti i classici russi, è il momento delle più profonde e solitarie crisi religiose. L'adolescente pensa e pensare può diventare un interrogarsi sul senso del proprio essere nel mondo, si deve dare un senso non solo alla morte, ma alla propria morte. E la morte non rappresenta forse anche ciò che non è possibile conoscere? L'adolescente deve accostarsi allo sconosciuto, ma soprattutto all'ignoto che scopre dentro di sé. Insomma a un certo punto sia nella storia di un insieme di uomini che nella propria storia individuale emerge impellente la necessità di ascoltare i propri pensieri e i propri sentimenti. Solo seguendo questo percorso si conquista una vera e propria autonomia. Il "Conosci te stesso" diventa quindi l'espressione di un bisogno dell'uomo, insito nell'uomo; questo bisogno ci porta all'esigenza di divenire adulti, consapevoli di esserlo e rispettati per questo. Se non ci sono questi presupposti, è impossibile andare verso qualsivoglia direzione.

Pubblicato su HP:
1997/55
Parole chiave:
Comunicazione, Cultura, Letteratura