La Tavoletta magica - Il Messaggero di Sant'Antonio, aprile 2008

26/03/2010

Molti di voi, forse, si saranno chiesti che cosa sia quello strano oggetto che, nella fotografia all’interno della mia rubrica, si frappone tra voi e il primo piano del mio viso. Sarà forse un vezzo artistico di chi ha scattato la fotografia? Ci saranno sotto chissà quali significati simbolici o subliminali? È un modo per dire che, mentre tanti hanno la testa tra le nuvole, io preferirei avere la testa sempre tra le lettere? Ebbene, è giunto il momento di svelare l’arcano.

Partiamo, allora, da quella che è la storia della tavoletta. Si tratta, infatti, di una tavoletta di plexiglass nella quale sono impresse tutte le lettere dell’alfabeto, in un ordine un po’ diverso da quello di un vocabolario, ma solo apparentemente confuso. Avete capito allora a che cosa serve? Dal momento che non riesco ad articolare le parole con la mia voce, io comunico con quella tavoletta trasparente alfabetizzata. Dall’altro lato della tavoletta, anche se nella fotografia non si riesce a vedere, c’è un’altra persona che, seguendo il movimento dei miei occhi, compone, lettera dopo lettera, le parole e le frasi che io voglio costruire e comunicare, e le ripete a voce alta, così che io possa interagire con le altre persone.
In realtà, quando la confidenza e la relazione con chi «legge i miei occhi» aumentano, il funzionamento della tavoletta è più simile a quello di un sistema T9 in uso sui telefoni cellulari, perché non sempre per comprendere la parola intera devo comporre dalla prima all’ultima lettera. Così come non sempre il mio collaboratore compone la parola in modo giusto, e allora si ripete pazientemente il processo. Comunque, al contrario di quanto possa sembrare, la comunicazione avviene in modo piuttosto rapido e, anzi, il lieve rallentamento può servire anche… a dire cose più sensate.

Ho «scelto» questo metodo quando ancora non ne esistevano altri: oggi potrei sostituirlo con altri tecnologicamente più avanzati, che mi permetterebbero di fare tutto da solo: scrivere una lettera, intrattenere una conversazione telefonica o vis a vis o così via. Perché, allora, non l’ho ancora cambiato, né ho intenzione di farlo? Questa tavoletta è molto più che un ausilio alla comunicazione: è soprattutto un ausilio alla relazione, uno strumento che invita a ragionare secondo una «logica della lentezza». Essa crea tra me e chi riferisce quel che dico un rapporto speciale, un confronto serrato, una vicinanza emotiva che difficilmente potrebbe emergere con metodi di comunicazione altamente tecno­logici. Tenete presente che chi legge i miei occhi è solitamente la persona con cui sto dialogando e non una persona che fa da tramite tra me e un terzo. E la tavoletta, che sembra frapporre una distanza maggiore tra me e l’altro, in realtà avvicina, perché tiene sempre in tensione e in contatto i nostri sguardi. E potete immaginare quante cose passino e si trasmettano attraverso gli occhi.

Questa modalità di comunicazione, come dicevo, prevede un ritmo ridotto, perché aiuta a considerare le cose secondo un punto di vista (espressione particolarmente azzeccata in questo caso) totalmente diverso. Aiuta a soffermarsi sulle parole, per non perdere il piacere di dar peso a quanto si dice e di associare un singolo termine a un concetto, non considerando quest’ultima un’operazione del tutto scontata e banale.
Dunque, parlare della storia della mia tavoletta è stata anche un’occasione per affrontare questioni ulteriori, quali la natura delle relazioni e la bellezza di una comunicazione profonda e pienamente vissuta. Così come la tavoletta è stato un modo efficace per migliorare la qualità della mia vita sotto tanti punti di vista, allo stesso modo avrei piacere di sapere quali e quanti tipi di tavolette adoperate per rendere migliore la qualità della vostra vita. Rispondete cliccando su claudio@accaparlante.it