La storia di Redattore Sociale

01/01/2003 - Valeria Alpi

Prende il via con questo numero di HP-Accaparlante una rubrica dedicata all’informazione sociale. Con tale espressione si intendono tutte quelle notizie che nei vari mass media (quotidiani, televisioni, radio, siti internet) trattano “eventi sociali” legati alle varie forme del disagio e della marginalità (ad esempio immigrazione, handicap, minori, anziani, senza fissa dimora, tossicodipendenza…). Ma in che quantità e in che modo viene prodotta l’informazione sociale? Cercheremo, nel corso dei mesi, di analizzarne i vari aspetti, quantitativi e qualitativi, prestando un’attenzione particolare alle tematiche dell’handicap. Questa volta iniziamo parlando di “Redattore Sociale”, il primo e tuttora unico seminario di formazione sociale per giornalisti che ogni anno, dal 1994 ad oggi, viene organizzato dal C.N.C.A. - Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza in collaborazione con l’Agenzia di stampa Redattore Sociale (www.redattoresociale.it). Da nove anni i maggiori professionisti del giornalismo, gli addetti al lavoro della comunicazione sociale, i protagonisti del no-profit e chiunque sia interessato, si riuniscono per tre giorni alla Comunità Capodarco di Fermo (AP) per fare il punto sullo stato dell’informazione sociale in Italia. Gli aspetti che emergono sempre ad ogni incontro sono essenzialmente due: la scarsità di questo tipo di informazione, vale a dire che le notizie sociali compaiono di rado sui mass media, e se lo fanno hanno comunque uno spazio ridotto e marginale; oppure, le notizie sociali compaiono e hanno anche ampio risalto, ma solo per fare sensazionalismo e scalpore. Pensate ad esempio a come viene reso giornalisticamente un fatto di cronaca con un genitore che uccide un figlio, e a come la stessa notizia assume invece toni diversi se il figlio è disabile. La parola “disabile” o “handicappato” compare già nei titoli e diventa il punto chiave della vicenda, spostando l’attenzione non sul fatto in sé già grave (un genitore che uccide un figlio) ma sull’handicap e il disagio sociale. Disagio però raccontato in maniera rischiosa, cioè col pericolo di alimentare o addirittura generare stereotipi e pregiudizi. E’ proprio sulla prevenzione di questi rischi che si concentra, allora, il lavoro di Redattore Sociale, cercando di avvicinare il giornalismo a un modo di fare informazione diverso ma fondamentale, e ad approfondire al tempo stesso il contatto e il rapporto tra gli operatori della comunicazione e gli operatori del no-profit (spesso è necessario che anch’essi siano formati ad informare). Al recente seminario svoltosi nel dicembre 2002 e intitolato “Maschere” è emerso un punto chiave dell’informazione sociale: i nudi fatti non si danno mai. Nel costruire e raccontare una notizia sociale influiscono troppi fattori: il contesto, la disponibilità delle fonti informative, la cultura di chi scrive o filma, la necessità di descrivere i sentimenti dei protagonisti, le sensazioni e i pensieri stessi del giornalista, il linguaggio, i filtri applicati, gli strumenti… Insomma, l’informazione sociale rischia di diventare una maschera sul volto dei fatti. Anziché assumere, invece, quella che dovrebbe essere una vera e propria funzione pedagogica: una corretta e neutra informazione sociale servirebbe, infatti, a produrre probabilmente maggiore sensibilità e una “sana” cultura della diversità. Redattore Sociale cerca di fornire gli strumenti necessari ad un’informazione il più possibile divulgativa, documentativa e educativa, partendo da quello che forse è il punto più difficile: cambiare la forma mentis di chi fa informazione e uscire dalla logica del mercato, delle vendite e dell’audience. Troppo difficile? Forse. Però dal 1994 ad oggi le edizioni dei seminari si sono svolte con sempre maggiore successo di pubblico e di visibilità, segno evidente che di informazione sociale se ne sente il bisogno.