La storia del Cavazza (parte prima)

01/01/1997 - Pierluigi Giacomoni e Carlo Loiodice

L'istituto più aperto d'Italia

Fondato, come tanti istituti del genere, verso la fine del XIX secolo utilizzando una serie di donazioni e lasciti, l'istituto si è specializzato nella formazione e nell'istruzione di giovani non vedenti. In specie esso dal 1926 ha accolto ragazzi che dovevano frequentare le scuole medie e l'università oltre al conservatorio. Da sempre la cultura è uno dei suoi obiettivi trainanti e i dirigenti del tempo vollero immettere nella società non vedenti capaci di essere autonomi e dotati di solida preparazione. In quel periodo l'Istituto si configura come un convitto: il giovane mangia, dorme, svolge i compiti dentro, ma si reca a scuola fuori. Gli studenti di musica frequentano le lezioni internamente ma anche per loro sono previsti momenti di contatto con l'esterno.
Questo modello ne fa l'istituto più aperto d'Italia e per molti non vedenti esso è il miraggio da raggiungere perché si sa che al Cavazza c'è una libertà che altrove non esiste. Per chi è costretto a vivere in collegi chiusi dove si può solo uscire in casi eccezionali, il Cavazza e' l'America.
Nei primi anni '70 due fattori concorrono allo svuotamento del convitto: la contestazione interna e le nuove concezioni pedagogiche che si affermano nella società. I convittori contestano l'idea dell'istituto come comunità separata; i genitori e le amministrazioni locali iniziano a considerare praticabili altre forme di integrazione scolastica.
Al di là dei massimalismi dell'epoca, alcune delle questioni poste allora, conservano ancora oggi una loro validità, non essendo ancora del tutto superato il problema dell'inserimento di chi non vede nella società. Tuttavia la sorte dei convitti è segnata: verso la fine degli anni Settanta anche il Cavazza si vuota e si trasforma. Invece del vecchio collegio per non vedenti si impone l'idea di un centro regionale che offra dei servizi, pur mantenendo inalterate le finalità specificate nello statuto.
Vengono promossi corsi di qualificazione professionale, viene introdotta l'informatica, si producono vari ausili per l'uso autonomo del calcolatore elettronico anche per chi non vede.

Ritorno all'ente assistenziale?

Tutto sembra andare a meraviglia: giovani di varia provenienza affluiscono in via Castiglione per studiare come si programma col personal computer, altri cercano il modo di acquistare ausili che permettano loro di lavorare, leggere e scrivere con i nuovi mezzi, altri ancora frequentano corsi per divenire centralinisti. Sennonché il 22 febbraio scorso i dirigenti del "Cavazza" hanno indetto una pubblica assemblea con larga partecipazione di ciechi bolognesi, nella quale hanno dichiarato uno stato di crisi delle attività e hanno richiesto ai presenti un contributo di idee. In realtà ciò che veniva richiesto era l'assenso ad un progetto di "depubblicizzazione" dell'istituto che in pratica consiste in un ritorno alla situazione anteriore al 1926, a quando cioè il "Cavazza" non era ancora un Ente di Istruzione, bensì un Ente di Assistenza. Quali sono dunque le ragioni che farebbero venir meno la necessità di un impegno nel campo specifico dell'istruzione?
Un'analisi è stata fatta di recente ad opera di un Comitato di ex-allievi e Amici dell'Istituto "Cavazza", il quale ha reso pubblico un documento in cui si denunciano alcuni fatti importanti:


- mancanza di una progettazione complessiva;
- mancato rinnovo delle convenzioni con la Regione Emilia-Romagna e le Unità sanitarie locali per l'assistenza ai non vedenti in età scolare;
- inefficienza nella stampa di materiali in Braille o nella registrazione su nastro di opere e testi necessari allo studio
- dispersione di una delle maggiori biblioteche in Braille esistenti in Italia;
- rinuncia ad ogni tentativo di aggiornare la convenzione con il Conservatorio "Martini" onde permettere ai ragazzi ciechi portati per le attività musicali di affrontare un corso regolare di studi nella mutata situazione di superamento del convitto;
- inaridimento dei progettati corsi per programmatori elettronici e per centralinisti telefonici (quest'anno ha funzionato un solo corso per diciotto centralinisti, mentre l'istituto paga lo stipendio a quattordici dipendenti);
- pressoché totale latitanza nell'assistenza agli ex allievi, prevista dallo statuto, eccettuati alcuni contratti di affitto di appartamenti di sua proprietà che l'amministrazione ha stipulato con non vedenti a condizioni favorevoli rispetto al mercato.

Comunque la si guardi, oggi la situazione del "Cavazza" appare paradossale: c'è una struttura, c'è un patrimonio immobiliare, c'è una memoria pedagogica ed esistenziale, non c'è invece traccia di una reale volontà di rinnovamento, se è vero, come è vero, che una apposita commissione nominata dal presidente della sezione di Bologna dell'Unione Italiana Ciechi, dopo essersi insediata il 23 maggio scorso, da un lato ha proceduto con audizioni di esperti, ma dall'altro si è arenata su una richiesta di documentazione (programmi, bilanci, convenzioni attivate e disattivate, ecc.) che al momento non è stata ancora esaudita, malgrado, o forse proprio per lo strettissimo intreccio di uomini e funzioni oggi esistente fra l'istituto e l'Unione.

Il domani, un centro di servizi

Ciò che il comitato degli ex allievi e degli amici dell'istituto "Cavazza" vuole realizzare e' un Istituto regionale e nazionale per la documentazione, la ricerca, l'aggiornamento e la consulenza sull'istruzione dei minorati della vista. Al di là della pomposa denominazione si vorrebbe creare un centro di servizi rivolto in generale ai minorati della vista, quindi anche a coloro che pur non essendo veri e propri ciechi, hanno bisogno di sussidi per integrare le loro carenze visive. Un centro di servizi articolato in vari settori: la musica, la cultura e la produzione di testi, la documentazione specifica, gli ausili informatici, la prevenzione delle malattie dell'occhio e così via.
Si tratta di un progetto di ampio respiro che punta sul sostegno degli enti pubblici (anche in prospettiva europea), ma anche dell'esperienza di privati in un'ottica di flessibilità e di programmazione.
Si vorrebbe inoltre fare del Cavazza un centro di aggregazione culturale, un luogo dove sia possibile incontrarsi, ascoltare musica, assistere a conferenze, incontri e convegni.
Un sito plurisettoriale, in poche parole, che non interessa solo chi non ci vede ma tutta la nostra città. Via Castiglione è una strada stretta dove non passa nemmeno l'autobus ad un certo punto si allarga all'improvviso. Lo avrà voluto il caso ma l'istituto è proprio lì, dove circola più aria, dove passa più gente. Basta con le chiusure...

[...to be continued]

Pubblicato su HP:
1997/58
Parole chiave:
Scuola ed educazione