La spiritualità nelle persone con disabilità

01/01/2004 - Stefano Toschi

“Beati quelli che pur non avendo visto crederanno!”  (Gv. 20, 29)

Questa è l’ultima frase del Cristo risorto nel Vangelo secondo Giovanni: è la sua promessa finale, che riassume in

sé l’insegnamento di Gesù, la Sua «Buona Notizia» a tutti gli uomini. In questa frase è racchiusa anche la questione della spiritualità della persona cosiddetta disabile. È una promessa, ma è anche una sfida: infatti questa frase è rivolta a Tommaso, cioè al discepolo che aveva detto: “Se non vedo non credo”. Gesù non condanna questa mancanza di fede, ma invita ogni credente a rendere più autonoma e adulta la sua fiducia nella Resurrezione e afferma che in questo sta la vera beatitudine. Giovanni non riporta il discorso della montagna, dove Gesù aveva proclamato le otto Beatitudini (Mt. 5, 1-12), ma in un certo senso le riassume tutte in questa frase finale.
Le Beatitudini presenti in Matteo e in Luca rappresentano il cuore del messaggio cristiano: sono il ribaltamento totale della logica di questo mondo.
Giovanni, fin dal prologo, presenta la lotta fra le tenebre e la luce, tra il kosmos e il logos che entra in esso per cambiarlo, per rovesciare dall’interno la sua logica, per liberare l’umanità dal
“principe di questo mondo”. Quindi sarebbe strano che in questo contesto mancasse ogni riferimento al discorso più rivoluzionario mai pronunciato da Cristo.
“Beati i poveri in spirito”, alla lettera i “mendicanti dello spirito”, quelli che, essendone privi, lo cercano, lo desiderano. Non è una povertà passiva di chi semplicemente prende atto della sua situazione, ma la felicità di chi lotta, di chi crede, e proprio perché non ha questo bene lo cerca.
Così, le altre Beatitudini sono altrettante sfide che Gesù lancia in ogni tempo partendo proprio dalle persone che, secondo la mentalità comune, non potrebbero neanche raccoglierle. La condizione di povertà o di disabilità non viene assolutizzata da Cristo nel senso letterale della parola, non è sciolta e messa da parte come una condizione a sé, ma viene presa come immagine più evidente della condizione umana. Ad esempio, al termine della discussione con i Giudei conseguente alla guarigione del cieco nato, Gesù dice: “Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: Noi vediamo, il vostro peccato rimane”. (Gv. 9, 41). La situazione di cecità fisica di un uomo diventa per Cristo paradigmatica di quella umana.
D’altra parte, da tutta la Sacra Scrittura non emerge una categoria dell’handicap. Questa può sembrare una banalità: la Bibbia è stata composta nel corso di migliaia di anni e i suoi ultimi libri risalgono a circa 20 secoli fa. La “categoria handicap” è un prodotto dell’epoca industriale, nella quale chi non era adatto a produrre era automaticamente considerato disabile. Ma poiché nella Bibbia e negli altri classici della letteratura sono affrontati tutti i temi fondamentali dell’esistenza umana, la mancanza della categoria dell’handicap può significare che nella Weltanschauung divina non esistono persone più disabili di altre.
La Scrittura è ricca di riferimenti a persone che oggi rientrerebbero nella categoria delle disabilità. Pensiamo al celebre passo messianico di Isaia:

  1. “Lo spirito del Signore Dio è su di me

perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione;
mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai miseri,
a fasciare le piaghe dei cuori spezzati,
a proclamare la libertà degli schiavi,
la scarcerazione dei prigionieri.

  1. a promulgare l’anno di misericordia del Signore  

per consolare tutti gli afflitti” (Isaia 61, 1-2)

che sarà ripreso da Gesù (Luca 4, 18-19). In questi brani i poveri, i ciechi, gli oppressi, i miseri, rappresentano tutto il popolo di Israele. Il Messia viene per tutti e tutto il popolo lo attende come se fosse composto essenzialmente da poveri, ciechi, oppressi, miseri. È interessante anche notare come la lingua ebraica, così povera di termini, ne abbia invece una grande varietà per definire le diverse sfumature dell’emarginazione. Ogni situazione di difficoltà, di debolezza ha un suo vocabolo appropriato e ciò va esattamente contro alle generalizzazioni astratte.

Nella Bibbia ci sono molti appelli alla solidarietà nei confronti dei poveri, ma è interessante notare come la motivazione di questi richiami morali sia il ricordo che il popolo ebraico era stato nella condizione di povertà e di esilio, e che questa condizione non era semplicemente passata, ma continuava ad appartenere all’essere più profondo di quella comunità:

‘’ Non molesterai il forestiero né lo opprimerai,
perché voi siete stati forestieri nel Paese d’Egitto’’ (Esodo 22, 20).

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Chiesa