La sottile linea rossa

01/01/2005 - Fabrizio Galavotti

Esistono due campionati: quello che tutte le settimane entra nelle nostre vite attraverso la televisione, i giornali, le radio, le discussioni da bar, i dialoghi in piazza, e quello meno rumoroso che ci vede sudare con la squadra degli amici, che riempie di roba sporca i nostri cesti per la biancheria e accende un sorriso o un pianto nello sguardo dei nostri figli. Sono due campionati che spesso hanno punti di contatto, ma sono allo stesso tempo molto diversi, in uno strano sistema che a volte sembra quasi porli l’uno contro l’altro o l’uno dipendere dall’altro. È difficile capire dove stia questo confine, a me piace pensare che sia tracciato dalle righe di un campo da gioco: le stesse righe per tutti, sia che disputino partite di serie A con stipendi fantasmagorici, sia per quelli che rimediano figuracce davanti agli sguardi di pochi intimi o addirittura solo davanti a se stessi, in qualche sperduto campetto o palestra di periferia.
Nel film di Terence Malick “La sottile linea rossa”, la linea demarca il confine tra la natura incontaminata dell’Isola di Guadalcanal e l’orrore più deturpante dell’uomo, la guerra; tra il mondo idilliaco dell’immaginario dei soldati e la cruda realtà della battaglia. Anche nel mondo dello sport una sottile linea rossa divide lo sport dell’amicizia tra i popoli, della forza e del coraggio, della lealtà e della gioia da quello del razzismo, del doping, della violenza e delle scorrettezze. Occasioni di gioia e di felicità, come seguire la propria squadra del cuore, si trasformano in tragedie, sogni di ragazzi alla ricerca dei propri miti si trasformano nell’incubo della vittoria a tutti i costi.
Ora voglio raccontarvi un episodio. Dopo trent’anni (o forse più) hanno rifatto il fondo del campo di gioco della polisportiva dove ormai da dieci anni gioca la mia squadra di electric wheelchair hockey (hockey per disabili con carrozzina elettrica): al posto di un ormai sbrindellato linoleum è stato messo un bellissimo parquet. Mi chiedono di andare a parlare con il geometra della ditta che sta realizzando i lavori, per parlargli delle righe del campo. Quando arrivo in palestra lo trovo alle prese con il disegno del campo da gioco di hockey, che alcuni giorni prima avevo consegnato al segretario della polisportiva, mi mostra il disegno, poi mi dice: “Ma tutte queste linee sono necessarie? Sa, qui ce n’è proprio una che va a incrociarsi con la linea dei tre punti della pallacanestro, la dobbiamo proprio fare?”. In quel momento mi sono passate per la testa una serie di innominabili risposte, ma incredibilmente con una naturale serenità gli ho risposto: “ Sì, sono tutte necessarie!”. La discussione è finita lì e il giorno dopo sul luccicante parquet risplendevano le linee rosse del campo di hockey, tutte le linee rosse necessarie! Non credo che in questi giorni stiano confondendo i cestisti o i pallavolisti che le vedono sotto le suole delle proprie scarpe da tennis; loro sono ben concentrati sul confine delle linee sulle quali devono gareggiare.
Quelle linee rosse sono un confine da superare, magari per avere il coraggio di essere come gli altri; non sono un recinto dove essere rinchiusi, o peggio un rifugio per fuggire dal mondo, sono parte di questo “grande sasso”(citazione dal film).
Solo oggi le strutture sportive in Italia cominciano ad adeguarsi alle esigenze di tutti gli sportivi, seppur le resistenze, soprattutto culturali, sono ancora forti e per spettatori e atleti disabili il traguardo della normalità è ancora lontano.
È importante nella scuola, nelle parrocchie, nelle polisportive creare per tutti la possibilità di confrontarsi con gli altri e con se stessi, a volte basta solo qualche riga in più, questo vale nello sport come nella vita.
Io sono uno di quelli che sogna una Olimpiade per tutti e di tutti, sono certo che ci arriveremo.

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