La scommessa: siamo uguali o diversi?

01/01/2004 - Elisabetta Zanardi

Dopo aver quindi stabilito che Re 33 ha superato la prova e non verrà privato di trenta dei trentatré bottoni d’oro che chiudono il suo mantello, Stefania chiede ai bambini:
“Quanti siete voi, in questa classe?”
“Venti!” rispondono in coro i bambini.
“Bene, secondo me – prosegue Stefania – qui ci sono venti Re 33 perché voi siete tutti come il re della fiaba.”
I bambini appaiono abbastanza contrariati, fanno cenno di no con la testa e parlano a bassa voce tra loro; Stefania li sfida nuovamente e a questo punto il coro di no si leva potente ma Stefania non si perde d’animo e avanza una proposta:
“Facciamo un gioco, anzi una scommessa, ci state?”
Ovviamente i bambini non se lo fanno ripetere due volte e raccolgono la sfida, certi peraltro di vincere senza alcuna difficoltà; Stefania spiega che farà una domanda e scommette che loro non indovineranno la risposta. Dopo lunghe contrattazioni relative al premio in caso di vincita, si decide di mettere in palio una torta: se Stefania vincerà la scommessa dovremo farle trovare, la prossima volta, una torta, mentre se saremo noi a vincere sarà lei a doverla portare.
L’accordo è stato raggiunto e i bambini fremono per sapere di quale domanda si tratta: sorrido tra me pensando cosa si aspetteranno, loro che seguono assiduamente i giochi a quiz trasmessi in televisione e ogni giorno mi dicono quali risposte hanno indovinato; poi Stefania, dopo aver sapientemente modulato l’attesa, rendendoli impazienti senza però irritarli chiede:
“Io sono uguale o diversa da voi?”
Come era accaduto nel momento in cui Stefania era entrata in classe per la prima volta, anche in questa occasione il silenzio scende immediatamente sul gruppo; i bambini che si erano sgolati fino a quel momento, partecipando alla scelta del premio da mettere in palio, che si erano almeno in parte rilassati dopo il forte impatto emotivo iniziale, vivono nuovamente una situazione di forte imbarazzo.
Sono infatti abbastanza “grandi” per vedere e capire che Stefania è indubbiamente diversa da loro ma sono anche sufficientemente condizionati da non sentirsi liberi di esprimere il loro giudizio; il condizionamento culturale opera in loro in modo già molto evidente, provocando autocensure e limitazioni: i bambini vedono chiaramente che Stefania è diversa da loro ma non vogliono dirlo, non hanno il coraggio di ammetterlo.
Così si guardano tra loro, gli sguardi si incrociano in un’atmosfera tesa, di evidente disagio e quando i loro occhi incontrano i miei non è difficile intuire un sincero rimprovero; ma il silenzio dura ben poco e, in modo quasi liberatorio, arriva la risposta corale alla domanda di Stefania:
“Uguale, uguale, uguale!!!”
Stefania sollecita i bambini a pensarci ancora, chiede loro, con la sicurezza propria di un presentatore televisivo, se quella è la loro ultima risposta e, dopo un’ennesima conferma, accetta la risposta.
Il percorso finora descritto risulta chiaramente dai testi scritti elaborati il giorno successivo all’incontro, nei quali i bambini, dopo una lunga discussione svoltasi in classe e alla luce delle considerazioni emerse nel seguito della scommessa con Stefania, hanno ammesso di essersi spontaneamente censurati adducendo quasi sempre la stessa motivazione: la loro principale preoccupazione era di offendere Stefania oppure darle un dispiacere.
Ne riporto alcuni brani a titolo esemplificativo, anche in questo caso trascritti fedelmente dai loro quaderni senza alcuna modifica:

“Quando Stefania ci ha chiesto: “Ma io sono uguale o diversa da voi?” io non ho avuto il coraggio di dire che lei è diversa da noi perché non può camminare e deve stare sulla carrozzella.” (Vincenzo)
“Quando ci ha chiesto se lei è uguale o diversa da noi, abbiamo risposto tutti: uguale! Io pensavo che se avessi detto diversa lei si sarebbe dispiaciuta della sua condizione. Così dicendo uguale abbiamo perso la scommessa.” (Irene)
“Quando Stefania ci ha chiesto se era uguale o diversa da noi, io ho detto uguale ma volevo dire diversa, però credevo di offenderla e non l’ho detto per non farle un dispiacere.” (Matteo)
“Stefania è una ragazza ma disabile. A me è dispiaciuta la sua situazione e per non farle dispiacere non osavo dire niente su di lei, per questo non ho nemmeno risposto alla domanda.” (Cristina)
Io mi vergognavo a dire che Stefania è diversa da noi perché non può camminare e sta su una carrozzella.” (Filippo)
“Stefania ci ha chiesto se lei è uguale o diversa da noi. Tutti hanno detto uguale ma io ho detto uguale solo per non farle dispiacere perché lei è disabile e si poteva offendere.” (Giulia)

A questo punto Stefania ha chiesto se qualcuno dei bambini poteva aiutarla: alla richiesta di un volontario, la diffidenza si è trasformata in curiosità e, dopo qualche esitazione, un bambino si è offerto. Stefania gli ha detto di dividere la lavagna in due parti e di scrivere, in alto a sinistra, la parola UGUALE; poi ha chiesto ai bambini di dirle in che cosa è uguale a loro. 
Iniziare il confronto dalla risposta dei bambini, quindi dall’esplicitazione degli elementi che li accomunano a Stefania, non è una scelta casuale, in quanto permette di eludere, almeno per un po’, la tensione creatasi subito prima, quando il gruppo era stato messo di fronte alla sua evidente diversità.
Le risposte sono state molto varie e numerose e hanno preso in considerazione le diverse componenti della persona, in relazione alle sue caratteristiche funzionali e biologiche e alla dimensione cognitiva e affettiva; in alcuni casi i bambini hanno attinto alla loro personale esperienza, in altri hanno utilizzato i contenuti e le informazioni apprese a scuola, dimostrando una buona capacità di lettura della realtà e una profondità di analisi che, in alcuni casi, mi hanno sinceramente colpito.
Mentre i bambini, con le mani alzate, aspettavano che Stefania desse loro la parola, impazienti di esprimere la loro idea e di partecipare alla sfida, in un clima rilassato e abbastanza chiassoso, Stefania ha colto molte occasioni per farsi avvicinare dai bambini e stabilire con loro un contatto anche fisico. Quando un bambino ha affermato che anche lei “ha la pelle”, è stato invitato da Stefania ad andare a verificare che non fosse plastica; dopo qualche esitazione Sebastiano si è alzato, le è andato vicino, le ha toccato di sfuggita una mano e, tra le risate generali, ci ha confermato che si trattava veramente di pelle. Ci sono stati altri piccoli episodi, analoghi a questo, che hanno permesso di stabilire un primo contatto, di cominciare a scalfire il muro della paura e della diffidenza grazie sia alla bravura di Stefania, sia alla disponibilità del gruppo.
Terminato però questo elenco, Stefania ha detto di scrivere nell’altra parte della lavagna il termine DIVERSA e ha chiesto in che cosa loro si differenziano. Alla domanda è seguito il silenzio, i bambini erano nuovamente in difficoltà ma in misura minore rispetto a prima, al momento in cui Stefania era entrata in classe o aveva proposto la scommessa. Hanno quindi reagito più prontamente e hanno cominciato a elencare le cose più banali: tu sei adulta e noi siamo bambini, tu hai i capelli scuri, non abiti a Casalecchio… In breve hanno però esaurito i loro argomenti ed è nuovamente calato il silenzio:
“Siete sicuri di non dimenticare niente? Avete proprio pensato a tutto? Non ci sono altre cose in cui io sono diversa da voi?”
Alla domanda di Stefania, ho percepito come tutti i bambini stessero pensando alle differenze più profonde, alla carrozzella, alle sue caratteristiche fisiche, alla sua diversità ma nessuno sembrava intenzionato a parlare; poi, nel silenzio generale, Elena, diventando rossa come un gambero, ha detto che in effetti lei aveva in mente qualcosa ma non voleva dirlo. In questi casi ammiro Stefania per la sua sensibilità nel condurre questi dialoghi molto difficili, senza forzare i bambini ma aiutandoli a superare la paura e il disagio per dire quello che realmente pensano. Stefania non ha insistito ma ha detto a Elena di esprimersi liberamente, di dire sinceramente quello che pensava; dopo qualche esitazione Elena ha detto quello che tutti gli altri, in quel momento, stavano pensando:
“Tu sei diversa perché non puoi camminare, perché stai su una carrozzella.”
È stata, per tutto il gruppo, una vera e propria liberazione e all’affermazione di Elena quasi tutti hanno commentato, a bassa voce, che era la stessa cosa che stavano pensando. Stefania, con grande serietà, ha detto che stava aspettando che qualcuno lo dicesse, che le sembrava strano che nessuno avesse notato la sua carrozzella, che non c’era niente di cui vergognarsi e che questa è una cosa che deve essere detta perché è la verità. Da questo momento in poi l’atteggiamento dei bambini è profondamente cambiato: hanno guardato in faccia la loro paura e hanno scoperto che era possibile confrontarsi con essa e che, nell’andarle vicino, faceva sempre meno paura.
L’affermazione di Stefania li ha molto colpiti, hanno percepito la difficoltà che lei aveva dovuto vincere per accettarsi così com’è, alcuni di loro hanno giustamente dedotto che è una persona forte ed equilibrata. Si sono così lasciati andare e hanno elencato tutti gli elementi che differenziano Stefania da loro; poi, prima timidamente e dopo in modo sempre più esplicito, hanno cominciato a farle domande personali, a chiederle come fa a mangiare o a vestirsi, dove vive, dove lavora, se ha studiato, cosa le piace, cosa le fa paura e mille altre cose ancora.
Stefania ha risposto a tutte le loro domande, ha raccontato molti particolari della sua vita quotidiana, ha spiegato con un esempio molto efficace, in termini semplici e a loro comprensibili, le cause che hanno determinato il suo deficit, ha mostrato che non controlla il braccio destro, non riesce a stringere il pugno, mentre riesce a utilizzare il sinistro, col quale può scrivere e disegnare. Quando ha mostrato ai bambini i disegni incollati sui cartelloni che contengono i testi delle canzoni e ha detto loro che li ha fatti lei (sono davvero belli), i bambini hanno dimostrato apertamente il loro stupore e la loro ammirazione.
Si è trattato di un momento molto importante, in cui i bambini, grazie alla capacità di Stefania, sono entrati davvero in relazione con lei assumendola come persona e non limitandosi, come avevano fatto fino a quel momento, a vedere solo il suo deficit e a identificarla con esso. La loro è stata una scoperta così esaltante e la loro curiosità così insaziabile che avrebbero continuato per ore a farle domande e ad attendere, in religioso silenzio, le sue risposte. Osservare la situazione dall’esterno è stato per me altrettanto interessante, ho potuto verificare il trasformarsi delle loro reazioni, lo sviluppo delle emozioni e anche in questo caso mi sono stupita, conoscendo la loro esuberanza, del profondo interesse nei confronti di Stefania, testimoniato dall’attenzione con la quale la ascoltavano e dal silenzio nel quale le consentivano di esprimersi, capaci persino di attendere il loro turno e di rispettare le regole della comunicazione.
Nel frattempo, sulla lavagna erano rimaste scritte le risposte in ordine casuale che sono poi state riorganizzate dai bambini e trascritte sui quaderni; questo è l’elenco che hanno elaborato:

UGUALE

DIVERSA

è un essere umano

è in carrozzella

prova dei sentimenti

non controlla un braccio

ha una personalità

non può camminare

mangia, beve, dorme …

parla con difficoltà

ha i cinque organi di senso

è adulta

ha bisogno d’affetto

ha bisogno di aiuto per fare alcune cose

comunica

 

Non c’è stato nemmeno bisogno che Stefania riportasse l’attenzione dei bambini sulla scommessa non ancora conclusa: a un certo punto Cristina ha detto:
“Allora ho capito qual è la risposta esatta! Stefania è uguale a noi ma anche diversa.” Poi si è girata verso Stefania in cerca di conferma; Stefania ha annuito e ha spiegato che era sufficiente sostituire, nella domanda che aveva fatto, alla O una E: Stefania è uguale O diversa? Stefania è uguale E diversa.
I bambini hanno così capito di aver perso la scommessa e hanno ammesso che nessuno di loro avrebbe mai indovinato. A partire dall’affermazione di Stefania è stato poi semplice considerare come ogni persona, adulto o bambino, sia uguale e diversa dagli altri, come non esistano due persone identiche e come questo sia un vantaggio. Roberto ha chiesto ai bambini di provare a immaginare come sarebbe un paese in cui tutte le persone siano uguali tra loro, per caratteristiche fisiche, gusti, interessi e personalità e di riferire poi le nostre conclusioni la settimana successiva.
Purtroppo il tempo a nostra disposizione era terminato (l’incontro è durato più di due ore contro l’ora e mezza prevista) e ci siamo dovuti salutare con la promessa che avremmo pagato il nostro debito, la torta persa nel gioco della scommessa, la prossima volta che ci saremmo incontrati. I saluti si sono svolti in un clima molto festoso, i bambini erano dispiaciuti che l’incontro fosse già finito e gran parte della paura e della diffidenza iniziale erano state scalfite.
In questo modo hanno descritto, sui loro quaderni, la conclusione della scommessa e le loro emozioni:

“Dopo la scommessa, abbiamo fatto un elenco delle cose uguali e diverse tra noi e Stefania. A me era venuto in mente, tra le cose diverse, che lei è disabile ma non avevo il coraggio di dirlo perché credevo di darle un dispiacere. Alla fine ho trovato il coraggio e l’ho detto: Stefania ha commentato che questa era la verità e lei non era affatto dispiaciuta e io mi sono sentita meglio perché avevo paura di averla offesa. Ho capito che Stefania è una ragazza molto forte perché sono poche le persone che accettano serenamente di essere disabili. Quando se ne sono andati sono rimasta molto stupita per quanto è stato breve l’incontro: il tempo è proprio volato!” (Elena)
“Quando ci ha chiesto di dirle le cose diverse stavamo tutti zitti, nessuno voleva parlare. Poi Elena con molto coraggio le ha detto che lei era disabile e noi no e Stefania ha risposto che era vero e noi abbiamo capito che non le dispiaceva. In quel momento ho pensato che Stefania aveva un buon carattere ed era molto intelligente.” (Lorenzo)
“Prima che andassero via ho cambiato idea su Stefania e sono stato felice di averla conosciuta.” (Andrea)
“Durante la scommessa, quando le abbiamo detto che lei è disabile, Stefania non si è dispiaciuta di questo ma è stata contenta che noi lo avevamo detto. Quando sono andati via io provavo un sentimento di gioia e di allegria pensando a Stefania.” (Chiara)
“Abbiamo scritto alla lavagna le cose uguali e diverse tra noi e lei. Alcuni bambini volevano dire, tra le cose diverse, che lei è disabile ma non l’hanno detto per paura di offenderla. Stefania alla fine ha detto che questa cosa bisognava dirla perché è la verità, allora ho capito che lei ha un carattere molto forte. Mi sono divertita molto e non vedo l’ora che tornino a trovarci.” (Najah)
“Alla sua domanda abbiamo risposto tutti uguale perché credevamo che le dispiacesse sentirsi dire che è diversa ma lei ci ha detto che siamo un po’ tutti come Re 33. Dopo abbiamo fatto un elenco alla lavagna sulle cose che ci accomunano e sulle differenze tra noi e lei e ne abbiamo trovate molte. Così abbiamo capito che Stefania per certe cose è uguale a noi, per altre è diversa come tutti. Quando sono andati via, ho avuto un’impressione del tutto diversa di Stefania: ero quasi felice per lei.” (Rita)
Ho ammirato molto Stefania per la sua intelligenza e ho provato dispiacere e felicità contemporaneamente. Alla fine abbiamo cantato fin quasi a sgolarci e io mi sentivo al settimo cielo.” (Thomas)
“All’inizio mi dispiaceva che ci fosse anche Stefania dopo però mi sono accorta che è simpatica, molto intelligente e molto forte di carattere. Quando se ne sono andati ero un po’ triste perché mi ero molto divertita.” (Sara)

Il nostro primo incontro era terminato: i bambini hanno salutato Stefania, Sandra e Roberto, si sono fatti promettere che sarebbero tornati la settimana dopo e si sono offerti di aiutarli a trasportare i vari materiali (chitarra, costumi, cartelloni…) fino all’ingresso della scuola. A quel punto, senza nessuna sollecitazione esterna, alcuni di loro si sono spontaneamente avvicinati a Stefania e, incoraggiati da Sandra, l’hanno accompagnata fuori dell’aula, lungo il corridoio, spingendo la sua carrozzella. Questo avvenimento, che potrebbe sembrare davvero poca cosa, mi aveva molto colpito facendomi considerare come un primo, importante passo fosse stato già compiuto.

Ma il mio stupore è diventato ancora maggiore quando, prima di chiudere la porta della scuola e rientrare in classe, ho salutato Stefania, dandole un bacio sulla guancia, come faccio abitualmente; a quel punto, alcuni bambini che erano vicino a me e avevano osservato la scena, mi hanno chiesto se potevano dare un bacio a Stefania per salutarla: ho ovviamente risposto di sì, Stefania ha reagito con la dolcezza e la pacatezza che la contraddistinguono mentre io, un po’ in disparte, guardavo la scena con profonda e sincera soddisfazione.