La relazione di aiuto: il caso dell'Albania

01/01/1998 - Andrea Canevaro

Negli ultimi giorni del mese di marzo 1997, la crisi dell'Albania haraggiunto dei livelli tragici. Pochi giorni prima della Pasqua CristianaOccidentale, vi sono stati esodi massicci e uno di questi ha causato unincidente in mare. Sono morte decine e decine di persone: la stampa e latelevisione italiana hanno parlato molto di questo evento, mostrando scene didisperazione, accompagnate da diversi discorsi di uomini con responsabilitàpolitiche.
Da più parti una tale tragedia è stata commentata da una valutazione chespostava l'attenzione dall'Albania all'Italia e riprendeva, utilizzandol'Albania come un pretesto, un dibattito conflittuale fra le parti politicheitaliane. Anche la tragedia del mare, che è costata la vita a bambini e donnesoprattutto, è diventata l'occasione di rimproveri reciproci fra irappresentanti delle diverse opinioni politiche.
Vi è stato poco spazio per un tentativo di comprendere come la tragedia di unpopolo si sia sviluppata in un contesto più ampio, internazionale, che non solol'aveva alimentata, ma non aveva neanche previsto la necessità di preparareun'azione che consentisse alla tragedia di avere delle proporzioni meno ampie emeno profonde.

La relazione di aiuto verso un popolo intero

Nel caso dell'Albania dovrebbe essere molto chiaro che una relazione d'aiutomolto ampia, come quella richiesta da un intero popolo, sia pur piccolo, habisogno di una preparazione e che l'assenza di essa non può essere imputata aisingoli, che si trovano ad avere delle assunzioni di responsabilità nel momentoin cui si verifica l'esplosione della tragedia. Casomai, ai singoli può esserechiesta la necessità di farsi carico di una riflessione operativa, checonsideri anche il passato e le sue colpe. Anche nell'occasione di un incidentepiù piccolo, che colpisca un individuo, si può verificare la stessa dinamica.Molte voci che si levano a difesa ed anche ad attacco sono una possibilità chel'incidente stesso diventi il pretesto per agire drammaticamente, per creare unaserie di tensioni che, di per sé, non hanno quasi nulla da vedere conl'incidente.
Le relazioni d'aiuto possono nascere da situazioni individuali come dasituazioni collettive, possono avere origine da fatti imprevisti e realmenteimprevedibili come da lunghe preparazioni fatte di trascuratezza o di misceleesplosive che hanno certamente delle responsabilità. Nel momento in cui siproducono delle tragedie e quindi scatta la necessità di un aiuto, sembra quasievasivo perdere tempo nella ricerca delle responsabilità. E' pur vero che moltevolte l'assenza di preparazione e la responsabilità dei disastri sonocollegabili.

Il coraggio di Gino Cervi

Può sembrare poco rispettoso nei confronti di una tragedia come quella delpopolo albanese ricorrere alla trama di un film che ebbe come protagonista Toto'.Si tratta del film di Domenico Paolella "Il coraggio". E' la storiatragicomica di un personaggio, interpretato da Toto' che si presenta a casa dicolui che gli ha salvato la vita da quello che riteneva essere un tentativo disuicidio; il salvatore è interpretato da Gino Cervi.
Toto' si presenta dunque a casa di Gino Cervi e dice: "Siccome mi haisalvato, eccomi: adesso fai in modo che la mia vita abbia un senso, mantienimi.La mia vita è nelle tue mani". Lo sviluppo tragicomico successivo dellacommedia interessa fino ad un certo punto, ma vi è un'analogia con tantesituazioni che si sviluppano, avendo mostrato ad altri quali poteva essere unavita che in qualche modo era stata salvata dal degrado, ma che improvvisamentesi ripresenta a bussare alla porta e dice: "Eccomi qui: mi avete mostratoquale dovrebbe essere la vita, ed io adesso vorrei entrare in quella vita che miavete mostrato. "
In questa riflessione, è trasparente collocare l'uso della televisione, cioèdei grandi mezzi di informazione non solo sui fatti, ma anche sul modo diinterpretarli e di viverli su modelli di vita; per di più la televisione dàun'informazione che usa l' immagine, quindi è tanto più seduttiva e capace,apparentemente, di aprire degli orizzonti.
La miscela esplosiva di una situazione che ha avuto uno sviluppo tragico èfatta anche di questi elementi: una grande costruzione di tragedia che nellostesso momento rivela una totale incapacità di assumere il ruolo che larelazione d'aiuto vorrebbe.
Questo permette di comprendere che, anche oltre la tragedia che si èsviluppata, c'è una tragica contraddizione che gran parte della popolazionevive: questa può essere riassunta in termini forse, anzi certamente schematici,come ritenere che l'unico modello di sviluppo possibile sia quello martellante,ossessivo, dello sviluppo di mercato e nello stesso tempo di chiedere azioni difreno e di argine a coloro che di questo mercato sentono l'attrattiva evorrebbero entrarvi, in una logica tale da non portare solo la loro presenza diproduttori acquirenti, ma anche i loro bisogni. E allora nascono i risentimentinei confronti di una collettività che dovrebbe nello stesso tempo rinforzare ilmodello di mercato e proteggere coloro che del mercato sarebbero gli uniciprotagonisti legittimi da coloro che ne diventano gli intrusi e quindiinevitabili disturbatori.
In questa situazione, chi opera nel rapporto di aiuto rischia molto di esserenello stesso tempo colui che improvvisa e colui che viene utilizzato o anchestrumentalizzato, con consapevolezza o no, da coloro che ritengono necessariocreare il freno o la barriera. Bisogna aiutare qualcuno perché sia tenutolontano e perché non diventi l'ospite indesiderato.
La confusione che si può creare attorno ad un tragico incidente permette di nonavere più le energie o lo spazio per fare quello che è necessario fare, ossiauna riflessione operativa che permetta di avere una maggiore preparazione allarelazione da aiuto. Ma c'è da domandarsi se vogliamo veramente fare questopasso necessario affinché, nella prossima occasione, non ci ritrovi nellastessa situazione.

La necessità di confermare il proprio benessere

Volendolo fare realmente, bisogna mettere in seria discussione un modo divivere e cercare di capire se è possibile mantenere tutto ciò che già si ha,pur entrando in rapporto con chi presenta dei bisogni immensi, ai quali ènecessario dedicare energie e risorse. Sembra che questa sia l'ultima richiestache molte persone fanno e sia anche un motivo di preoccupazione per quei governiche mostrano un minimo di attitudine a ripensare, in termini di solidarietà, losviluppo economico e sociale.
Immediatamente nasce una voce di protesta nei confronti di quei governi: perchésu certi standard non si deve mettere le mani, si chiamino organizzazione delmercato e del lavoro, si chiamino anche organizzazioni del proprio benesseresociale, quindi anche relativamente a strutture di servizi che devono esseredisponibili unicamente ad accogliere e ad aiutare i cittadini di un certo paesee non sono disponibili a riequilibrarsi in funzione dei bisogni di altri. Ospitio lontani. La condivisione sembra uno dei problemi più complicati da affrontareperché trova immediatamente una seria opposizione nei confronti di coloro chehanno necessità, apparentemente è proprio questa, di difendere livellioccupazionali, organizzazione sociale, benessere. Anzi, di solito, anche incoloro che sembrano più ragionevoli, il modo di pensare si sviluppa attraversola necessità, prima di tutto, di confermare il proprio benessere perché solocosì sembra, che ci sia la possibilità di sviluppare una relazione d'aiuto. Maquesto può essere un modo di pensare molto contraddittorio.
E' necessario riflettere per prepararsi- preparare le professioni sociali chevanno dai medici agli educatori, uomini e donne, e preparare una riflessione chetocchi anche gli argomenti importanti quali sono le strutture economiche, leorganizzazioni del lavoro, le rappresentanze delle istanze sindacali edorganizzativi.
Micr-realtà e macro-realtà hanno una connessione che non può essere elusa: sead esempio parliamo di formazioni professionali non possiamo pensarle come casiindividuali ed eccezionali, ma dobbiamo rivolgere l'attenzione alle strutture diformazione; già con questo entriamo in una connessione tra micro-realtà emacro sistemi. E le connessioni non si fermano, quindi bisogna fare uno sforzoperché questa continua necessità di collegare non diventi anche unosmarrimento, un modo elusivo di affrontare la realtà.
Crediamo necessario non rivolgerci ad un criterio univoco, ma pensare sempre intermini di pluralità, anche di pluralità concettuale.

Come un viandante

E' un'immagine forse retorica che può aiutare il senso di una proceduranormativa e di riflessione, è l'immagine di chi cammina, del viandante, chedeve poter capire, nello stesso tempo, com'è il terreno su cui posa i piedi ecome è la prospettiva. Non deve guardare solo la linea dell'orizzonte, ma deveogni tanto guardare dove mette i piedi.
Il suo sguardo si sposta in relazione alle difficoltà del terreno. Questo è inparte ciò che si deve fare, o pensiamo si debba fare, in un percorso diformazione quale è quello che impegna la relazione d'aiuto. Vi sono momenti incui è necessario concentrare tutte le proprie energie sul terreno in cui si èe vi sono altri tempi in cui è altrettanto necessario guardare in che orizzontesiamo collocati, in che direzione stiamo camminando e se stiamo camminando.Questo modo di operare è anche necessario quando vi sono tragedie che sembranomobilitare tutti, senza lasciare spazio ad una riflessione più ampia e capaceanche di ricostruire un minimo di storia. E questo porta a considerare alcunipunti problematici non facili da risolvere.

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Cultura, Mondo e Terzo Mondo