La liberazione delle carrozzine - Il Messaggero di Sant'Antonio, dicembre 2007

26/03/2010 - Claudio Imprudente

Quando ero bambino avevo l’abitudine di passare ore sul terrazzo, come un piccolo guardiano del faro, a contare le macchine che transitavano sotto casa mia. Non so se fosse più un modo per abituarsi a far di conto o una passione per le macchine stesse, per le loro forme, la velocità, i colori. Comunque, ricordo che quell’attività mi piaceva molto: spesso poi, si sa, la passione infantile diventa un «vizietto» nell’età matura.
Vi racconto un episodio capitatomi quest’estate. Diciamo che più che essermi capitato, l’ho fatto capitare. Ero seduto sotto la veranda di un ristorante nel centro di Cattolica (vado spesso nella località balneare, quando l’estate sta iniziando e anche quando l’estate sta finendo…) davanti a una strada pedonale, aspettando di mangiare una succulenta frittura mista di pesce. A un certo punto mi sono messo a contare le carrozzine che passavano. Ma non solo le contavo: come con le macchine, ne osservavo la forma, le dimensioni, i colori, le ruote, i freni e… i proprietari, perché se c’è una cosa bella è che le carrozzine fanno vedere tutto anche di chi ci è seduto sopra. Faccio una breve rassegna: persone in sandali, col pareo, senza pareo, occhiali da sole, infradito, bikini o costume intero, abbronzate o meno, copricapo, bandana, cappello di paglia…
Mi ha colpito il numero: nemmeno un’ora e ne erano passate ventuno. Subito la mia mente è andata indietro di trent’anni, quando non era nemmeno immaginabile una cosa simile. Le carrozzine erano più rare delle Ferrari nere quando stavo affacciato al balcone. Ma senza che allo scarso numero corrispondesse lo stesso fascino. Figuriamoci.

Liberarsi da chi e da che cosa?

Mi è venuto un flash improvviso, un termine: liberazione. Ma dovevo giustificare questa immagine e spiegarla meglio anche a me stesso: liberazione da chi e da che cosa? Dalla logica della vergogna, per un corpo che così poco si adatta all’idea di bellezza fisica vigente, ma anche dal disagio di un corpo «trasportato» da un altro. È liberazione dai pregiudizi, quelli veicolati anche dagli sguardi, anzi soprattutto dagli sguardi, che penetrano dentro chi è guardato e creano un forte disagio. Liberazione, inoltre, dalla poca fiducia in se stessi, che sfocia in una ancora minore autonomia e, allo stesso tempo, nella mancanza di relazioni forti con le altre persone. La storia del cane che si morde la coda la conoscete tutti. Perché senza sviluppare autonomia e relazione aumentano la vergogna, i pregiudizi e la sfiducia, e più queste crescono più le altre continueranno a mancare.

Ma, secondo me, la liberazione, che pure sta avanzando, soprattutto in questi anni, non è sufficiente. Perché significa solo «libera-azione». Ci vuole qualcosa di più: una «libera-rel-azione». Cerco di spiegare meglio la differenza tra queste due possibilità. Un’azione è limitata al suo attore, non solo nel momento stesso della sua realizzazione, ma il più delle volte anche nei benefici che può portare.

Una «rel-azione» implica un coinvolgimento maggiore, fatto di tante sinergie e contatti. Implica vivere le differenze reciproche insieme, e fare di queste il presupposto, il punto di partenza e il mezzo stesso di ogni «fare». Un «fare con».

E voi, tentate un processo di «liber-azione» o di «liber-relazione»?

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Testimonianze-Esperienze