Sul grande schermo - La grammatica dell'integrazione

15/07/2011 - di Luca Giommi

Realizzato all’interno di “E-Vocare”, progetto rivolto a operatori sociali coinvolti in processi di integrazione e riabilitazione e impegnati a rendere possibile la partecipazione sociale delle persone limitate nella possibilità di comunicare, il film Non voltarmi le spalle di Fulvio Wetzl è, allo stesso tempo, un valido strumento didattico e di sensibilizzazione sulle tematiche legate alle diverse abilità e un lavoro formalmente riuscito. Peraltro, un lavoro didattico che non risulta mai didascalico.
Come spiega Roberto Bombardelli (sceneggiatore della pellicola e insegnante di pedagogia presso l’Istituto “Don Milani-Depero”) questo film nasce dalla convinzione che il mezzo-cinema sappia rispondere appieno a una duplice necessità: da un lato, quella di legare insieme e “contenere” un discorso, una serie di esperienze professionali e formative che, col passare degli anni, rischiavano di risultare frammentarie; dall’altro, quello di fornire un documento, una testimonianza che potesse essere, in seguito e anche da altri, riesaminata, riverificata e, semmai, criticata. Un’idea tutt’altro che statica e acritica del ruolo di docente, per cui riorganizzare la storia (propria e altrui) è, allo stesso tempo, momento di verifica e strumento per un lavoro (proprio o altrui) futuro.
Il film racconta un’esperienza reale di integrazione scolastica all’interno dello stesso Istituto professionale “Don Milani-Depero” di Rovereto e gli attori sono quasi tutti studenti della scuola, ma senza ricorrere alla forma documentaristica. Anzi, le potenzialità che la finzione offre (l’uso metaforico e allegorico delle immagini, i parallelismi di senso che l’accostamento di sequenze apparentemente autonome può creare, ecc.) vengono sfruttati a pieno, fino a farne l’elemento caratterizzante del film. Abile ad aprirsi a descrizioni indirette di quanto avviene. A volte, non affrontare il reale con strumenti denotativi è un modo per incidere ancora di più su di esso e per descrivere in profondità lo stato e il movimento di cose e di anime…
Da qui la mise en abîme della vicenda del gatto Nuvola, che a livello basso (anche spazialmente) replica le vicende e le difficoltà a integrarsi, a “ritrovarsi” di Anna, ragazza sorda, nella sua nuova classe di Rovereto, nella quale entra ad anno e percorso scolastico già iniziati. Come il gatto, che fugge di casa perché spaventato da cani che abbaiano in televisione, dapprima è guardingo, timoroso e, quindi, aggressivo e solo, così Anna fatica a trovare una sintonia con il mondo esterno, che sembra restio a riadattarsi, a riformularsi, a “fare la sua parte” (così come Anna a fare la sua). Un contesto in cui, come dice nel film l’insegnante di sostegno chiamata per aiutare Anna, la scuola funziona e la realizzazione dei bisogni è garantita più che altrove; ma un contesto che fatica a farsi carico della soddisfazione dei desideri, senza la quale “l’integrazione” è una condizione imparziale, “deficiente”, nominale. Un termine semivuoto, come racconta la sequenza in cui, con l’uso di ralenti e velocizzazione di immagini e suoni deformati, ci si fa gioco di una riunione d’équipe, in cui i presenti, discutendo delle difficoltà che la presenza dell’alunna sorda comporta, utilizzano termini iper-tecnici che, nello sforzo di analizzare scientificamente la realtà, ne trascurano proprio la dimensione reale, finendo per eluderla.
La licenza cinematografica viene creativamente sfruttata anche nella sequenza della visita della classe al MART di Rovereto, tra quadri che Anna e l’insegnante di sostegno si divertono a interpretare come allegorie del rapporto conflittuale tra Anna e la classe: in particolare, commentando un quadro di Renato Guttuso e uno di Piet Mondrian.
La sceneggiatura è, però, attenta a non creare una contrapposizione netta tra normalità e disabilità, tra pensiero normale e pensiero “disabile”: chiamati a svolgere un ragionamento su diversità e disagio a partire da un fatto di cronaca relativo a un cittadino immigrato, i compagni di classe hanno modo di apprezzare le righe scritte da Anna, e di accorgersi di lei quasi per la prima volta; ma vengono lette anche le interessanti composizioni di altri ragazzi. Anna potrebbe essere in una condizione privilegiata per affrontare un tema simile, ma, in verità, i pensieri dei ragazzi colgono e approfondiscono, tutti, una parte della verità sul tema. L’approccio alla diversità è un approccio che necessita di diversità.
C’è, insomma, un’attenzione continua a non contrapporre due mondi, e a sottolineare, piuttosto, la necessità di cercare i momenti di condivisione, il denominatore comune, a unificare nella differenza.
Il film, sottraendosi a un vizio comune a tante produzioni di finzione, ha proprio il pregio di evitare, da un lato, la rappresentazione emblematica della disabilità, che astrae la stessa dalle vicissitudini del reale; dall’altro, la rappresentazione di un disabile eccezionale, quello che non si incontra mai nella vita di ogni giorno. Questo permette alla vicenda di sviluppare in modo convincente una delle intenzioni principali di chi ha lavorato al film, quella di ragionare sul desiderio di essere desiderati. Che noi tutti, soggetti desideranti e oggetti di desiderio, esprimiamo.
Il desiderio comporta sempre una compresenza, l’esistenza (anche come ipotesi) di almeno due termini diversi. Sarebbe ottuso e narcisistico desiderare qualcosa che ci assomigli in tutto. Il desiderio comporta, quindi, una relazione tra almeno due entità o soggettività.
Questa idea di “comunicazione” torna spesso all’interno della vicenda sotto forma di filastrocca aneddotica, “Ciao miao” (con testo di Gianni Rodari), la quale viene presentata per la prima volta all’interno del film con una bella sequenza di primi piani di bocche di un coro che ne emettono (sonoro) e ne “articolano” (visivo) le parole. E c’è sempre un gatto di mezzo: Un signore di nome Stanislao,/ incontrò un gatto e gli disse ciao./ Il gatto tra sé pensò/ “Che ignorante però! /Non sa nemmeno dire bene MIAO”. Che riflette bene (e in modo fulmineo) su due aspetti imprescindibili: il riconoscimento reciproco dell’esistenza di codici plurali, diversi e la necessaria bidirezionalità di ogni processo di integrazione-comunicazione.

Da ultimo, una nota tecnica: il film è sottotitolato per spettatori non udenti e, in certi punti, per spettatori udenti, dal momento che taluni dialoghi risulterebbero incomprensibili a coloro che non conoscono la lingua dei segni.
Questo comporta che parti della sceneggiatura compaiano a descrivere con precisione le caratteristiche di alcune scene (ad esempio: “Il telefono squilla”, “Voce in flashback”, “Reazione di paura dei ragazzi”) e che, nei dialoghi, i sottotitoli abbiano colori diversi a seconda di che attore-personaggio prende la parola. Il film, quindi, potrebbe essere visto senza il sonoro. A me, a volte, ha ricordato il cinema “muto” in cui regia, espressività, un modo diverso di recitare ed esprimersi con il corpo e sottotitoli sporadici non solo ovviavano alla mancanza di suoni, ma creavano e rielaboravano codici comunicativi con una grammatica e un lessico propri. Un cinema, quello muto, di natura “accessibile”.

Non voltarmi le spalle

Durata: 71’

Dal soggetto “Ciao Miao”di Roberto Bombardelli, Maria Pia Oliviero, Valeria Vaiano, Fulvio Wetzl
Regia: Fulvio Wetzl
Sceneggiatura (studenti e studentesse del corso): di Alice Campedelli, Martina Codato, Valentina Copat, Sara Iori, Monica Marino, Valentina Maroni, Francesca Marzadro, Lisa Peder, Luca Pizzini, Valentina Rigo, Serena Secchi, Michele Segatta, Andrea Vanzo, Francesca Vassallo, Silvia Veneri, Elia Vigagni, Roberto Bombardelli, Maria Pia Oliviero, Valeria Vaiano, Fulvio Wetzl
Attrici protagoniste: Stefania Pedrotti (classe quarta del Liceo “Antonio Rosmini” di Rovereto), Valeria Vaiano
Altri interpreti: Gianluigi Fait, Dalila Ragusa, Demetrio Martino, Roberto Pennazzato, Anna Lorenzetti, Maria Pia Oliviero, Roberto Bombardelli, Silvia Pavan, Lucia Agostini, Andrea Codato, Sara Trainotti, Anna Belmonte, Gisella Trainotti; Corale E-Vocare (creata per l’occasione all’interno dell’Istituto e diretta da Silvia Pavan), … il gatto Max.
Montaggio digitale: Fulvio Wetzl, Nicola Cattani, Elia Bombardelli effettuato presso il laboratorio di montaggio dell’Istituto “Don Dilani-Depero” di Rovereto
Logistica e organizzazione: Maria Pia Oliviero
Musiche di Ravel, Puccini, Musorgskij, Vigagni, Soresina
Contributi musicali e vocali: Compagnia cantante “Ginguruberu”, Gruppo di ottoni “Gli sfiatati”, Gruppo Funky Boutique, Corale E-vocare

Istituto “Don Milani-Depero”: tel. 0464/48.55.11
 

Parole chiave:
Comunicazione