La fragilità «visionaria» - Il Messaggero di Sant'Antonio, maggio 2010

05/05/2010 - Claudio Imprudente
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Qualche mese fa ho ricevuto questa lettera, a mio avviso molto interes­sante e piena di spunti. Vorrei condividerla con voi: «Ciao Claudio, sono M. Da diciannove anni lavoro come terapista con bambini disabili. Purtroppo ho dovuto anch’io fare i conti, in questi anni, con la malattia, a volte più pesante, a volte una banale influenza, magari recidivante nell’arco dell’anno. E ho dovuto fare i conti anche, e ogni volta è così, con la mia fragilità e il giudizio di altre persone, con il mio sentirmi in colpa per essermi ammalata, ecc... Tutto questo mi ha fatto, e mi fa, stare male, ma mi fa anche riflettere su come viene accettata la sofferenza oggi, e la fragilità che è presente in ogni persona. La sensazione è che ci sia un forte rifiuto di tutto ciò che ricorda la nostra “fini­tezza” come persone, mentre vale ciò che è sempre forte, bello e sano. Ancor più nella società attuale. Ed è un atteggiamento radicato nel cuore dell’uomo, da sempre. Allora, cosa condividere? Ogni giorno io condivido la fragilità, la mia, con quella di bambini e genitori. Dà poco rendimento, spesso non è neppure gratificante perché non porta frutto tanta è la gravità. Ma mi avvicina all’essenza dell’altro, che va oltre il suo stare bene o male. Mi fa anche fare i conti con la verità del mio cuore e col fatto che non sempre sono disposta ad accettare i limiti dell’altro. Così mi rendo conto che sto facendo un cammino interiore tutto mio. E in esso scopro che la fragilità può essere un valore. Mi dirai ciò che pensi? Grazie e ciao, M.».

D’istinto mi è venuto di rispondere, condividendo quanto la signora M. mi aveva scritto, raccontandole che spesso avevo affrontato l’argomento nei miei libri e nei miei articoli. L’ultimo libro per ragazzi che ho pubblicato, Omino Macchino e la sfida della tavoletta (Erickson Edizioni, 2009), è una sorta di elogio della lentezza e di ciò che questa può farci scoprire: nemmeno la lentezza è oggi tanto di moda; da essa si fugge il più possibile perché nell’immediato rende poco. Sono molte le persone che evitano di confrontarsi con tanti aspetti della propria e altrui personalità e della vita: ragionano, si muovono, ma vivono a metà, ritrovandosi impreparate di fronte a eventi inattesi. A questi, spesso, danno una connotazione negativa perché incapaci di instaurare un rapporto con essi.

Nel suo ultimo libro, politico nel senso pieno del termine, Raffaele K. Salinari, propone un’analisi articolata e difficile da rendere in poche righe (però ne consiglio vivamente la lettura) che mi interessa riprendere per un’analogia con quanto scritto da M.: «…La sensazione è che ci sia un forte rifiuto di tutto ciò che ricorda la nostra “finitezza” come persone, mentre vale ciò che è sempre forte, bello e sano. Ancor più nella società attuale»; e ancora: «la fragilità (…) mi avvicina all’essenza dell’altro, che va oltre il suo stare bene o male». M. e Salinari si incontrano in questo punto: siamo disabituati a guardare, incapaci di volgere lo sguardo sull’Invisibile, su quello che «invisibilmente» ci lega a tutte le altre manifestazioni con cui condividiamo l’essenza e la presenza nel mondo. In questo modo siamo separati dal mondo e dai singoli nodi che ne compongono la trama, non abbiamo più la capacità di utilizzare uno sguardo analogico capace di entrare in relazione con quei nodi di cui pure facciamo parte. Quella della fragilità può essere una prospettiva grazie alla quale ci riappropriamo di questa capacità «empatica» e «visionaria» che, unica forse, ci permette di opporci allo stato di cose esistente. La fragilità, quindi, come chiave ulteriore per intendere la realtà, occasione che può contribuire a (ri)creare una catena di «potenze», quelle che noi tutti siamo. Potenze che non devono distruggersi a vicenda, ma riconoscersi e sommarsi. Potenze, non poteri... Rispondete, come sempre, a claudio@accaparlante.it o cercate il mio profilo su Facebook.

 

Pubblicato su Messagero di sant Antonio, Maggio 2010 n. 1272