La fine della diversità

01/01/1997 - Milena Bernardi

Mentre sugli schermi cinematografici decolla il Gobbo di Notre Dame (The Hunchback of Notre Dame) - di Gary Trousdale e Kirk Wise - nuovo evento della Disney, arriva in libreria "Il gobbo misterioso" di Antonio Faeti, storia appassionata e vibrante che ricongiunge la figura del Gobbo ai tanti destini letterari ed immaginari, alti e bassi, cui appartiene di diritto. Il romanzo va ad annoverarsi fra altri titoli preziosi della collana di narrativa per bambini e ragazzi, I Delfini, che Antonio Faeti dirige per la casa editrice Bompiani. Il gobbo misterioso, seguito di La vera storia di Pocahontas, e quindi movimentato dalle curiosità degli allievi di una terza media - gli stessi, cresciuti, che avevano già incrociato i segreti di Pocahontas - dialoga sapientemente con il Quasimodo di Hugo e ci invita a rituffarci nelle vie di una Bologna contemporanea che ci piace immaginare simile alla Bologna inedita raccontata nel libro di Faeti. Ed è l'autore, professore ordinario di Letteratura per l’infanzia all'Università di Bologna, che, curando il catalogo della collana Bompiani, dice del Gobbo: "Il famoso gobbo letterario è lì a rammentare che la vita è varia, complessa, ben riferita a differenze di ogni tipo." Differenze, appunto. Di questo abbiamo parlato con Antonio Faeti, cultore della simbolica dei gobbi.

La lettura del Gobbo Misterioso mi ha immediatamente indotto ad una riflessione a carattere pedagogico: sarà questa, l’ennesima occasione che la scuola perderà?
Il modo in cui, nel libro, si mette il dito sulla diversità e sulla connotazione della differenza, anche attraverso la fascinazione di una spazialità assai particolare - il sotto, il dentro, l’interno, il nascosto - mi sta molto a cuore. Ripenso a quanto sentii - tempo fa, ad un convegno sull'integrazione- a proposito delle scuole speciali in Germania: eleganti ed attrezzatissimi edifici, rigorosamente situati fuori città e circondati da alti filari di pioppi.

Questa distanza nel romanzo davvero non compare: c'è invece la dimensione dell'interno, della profondità del rapporto: allora cosa possiamo dire intorno allo spazio della differenza come distanza interna ed esterna, rapportata a tutto ciò che ci circonda?
Credo che il libro debba essere ricondotto continuamente a Bologna come città che aiuta a capire la bellezza della differenza, la scommessa infatti è quella: i diversi di ogni tipo, i diversi estremi, non sanno, e non sappiamo noi, che favore ci fanno esistendo. Non lo sanno, perché certo non sono vissuti così nella nostra società, mentre altre società, per altro, li hanno vissuti invece come ornamento, come elemento di rarità, come momento in cui il meglio del visivo si è prodotto attraverso la complessità, mentre altrove era omologazione, era fissità, ripetitività. Il gobbo è così come creatura: quando illustri artisti l'hanno disegnato era sempre per impreziosire quella zona con tutto ciò che deborda da una certa fissità ed omologazione. Ad esempio le case sovietiche negli anni trenta si chiamavano "case standard" o case tipo: viviamo tutti un po' in una situazione tipo, o una situazione standard. In questo senso temo che la tua domanda iniziale "la scuola se la perderà questa occasione?" richieda una risposta affermativa. Si, se la perderà: non è attrezzata per andare fino in fondo in questa direzione e per fare il salto dal compassionevole all'estetico, e questo perché in senso percettivo noi o abbiamo la possibilità di interrompere il rituale, il monodico, il seriale, o siamo finiti: siamo finiti comunque perché allora ci abituiamo, e quindi diciamo tutti le stesse cose e finisce che ci diamo anche una identità socio-politica adeguata a questa terrificante abitudine. Per quello che risulta a me bambino - perché io sono un coprotagonista della storia, avevo davvero un Quasimodo in via Orfeo, ed era davvero un gobbo - riguardo al sentimento nei confronti di quel signore, debbo dire che si trattava di una profonda ammirazione. Come bimbi noi eravamo attratti come da una splendida creatura, che aveva delle risorse che la normalità non aveva purtroppo concesso ad altri. Queste sono delle scaturigini che mi sono venute subito alla mente quando ho visto questa bella impresa disneyana (è e resta una bella impresa): tuttavia la messa a frutto di una impresa di questo genere presuppone un contesto capace di farlo, e non mi pare che sia così: tutto si va sempre più allineando ed azzerando. Leggo un giornale di discotecari che si chiama Trad Discotheque e propone tutta gente uguale, le stesse calze, le stesse minigonne, le tesse facce spiritate, poi osa anche dire: adesso vi diamo trecento immagini di ragazzi fuori dal coro! Mentre sta proponendo il coro! Sono molto più in divisa questi, perché curano la divisa, che non i fanti del Piave del 1918, che invece non potevano curarla. Un'immagine di omogeneizzazione in divisa la danno questi ragazzi, quelli del Piave invece sembrano tutti fuori dal coro: a uno manca una scarpa, a uno si è sbragato il cappotto, uno non ha la mantellina d'ordinanza! Queste sono le scaturigini, di primo acchito visuali, poiché non ho mai nascosto il mio profondo innamoramento del gobbo: il gobbo mi ha trovato preparato, io avevo una serie di libri, una serie di gobbi, una serie di immagini.

Una "gobbologia"?
Si, una gobbologia già bene alimentata...

Si può vedere il gobbo come qualcuno che ha qualcosa in più nella deformità? Il gobbo evoca immagini legate ad altre deformità "letterarie": Il ragazzo a due teste della fiaba di Emma Perodi, il quale ha due teste e non una, o i ragazzini con le stampelle di certe storie dickensiane, che accanto alle gambe infantili hanno le stampelle. Come se questa particolare deformità che porta qualcosa in più, aiutasse il gobbo misterioso ed altri gobbi, - in primo luogo il Quasimodo di Hugo -, ad essere dei personaggi empatici. Mi ha infatti colpito, straordinariamente, la parte del racconto relativa all'incontro fra il gobbo ed i ragazzi tristi. E' un gobbo terapeuta, capace di regredire a stadi di comunicazione non usuali: l’anomalia conduce all’avvicinamento di altre differenze?
Una cosa che colpisce è che le avanguardie artistiche hanno sempre dovuto intervenire sui corpi. Non si sono mai potute limitare - questo vale per la Pop Art come per i Futuristi - a qualche cosa che uscisse dal corpo: l’idea che ci sia tutto da ridefinire in relazione a come è il corpo, permeava le avanguardie. In questo senso il gobbo ha una sua specifica funzione: noi Leopardi lo pensiamo come lo definiva Rodari, lo pensiamo il "contino gobbo", però finiamo anche col ritenere che ci siano delle cose in Leopardi che, a partire dalla sua gradevolezza di gobbo, ci convengano più di altre: in fondo la gradevolezza del gobbo nasce proprio dal fatto che deve fare i conti con un corpo anomalo, con un corpo artistico, perché l'arzigogolo necessario a costruirlo è continuamente presente ed è appunto un arzigogolo elegante. Tutta la dimensione della devianza corporea tende a raggiungere un'altra simmetria, un'altra proposta. In questo senso c'era davvero consapevolezza, e forse c'era anche il senso di una "estetica del diverso", che è stata formulata mille volte, ma che non funziona ancora: si potrebbe pensare che non può esserci una estetica dell'uguale, ma questa si sa che non funziona, perché l'assoluta serialità, dovunque si è mostrata in atto, ha sempre negato se stessa: la serialità culinaria, come la serialità mobiliera, sono serialità che ad un certo punto, per prima cosa, uccidono il prodotto. Il prodotto è salvifico solo quando ritrova un meccanismo di differenza e di originalità. Poi c'è il problema enorme dello sguardo: come si sarà riusciti, e quando, a rendere il gobbo mostruoso, mentre invece nella tradizione artistica, nella tradizione delle incisioni, nella tradizione dell'accezione del visivo più noto e più amato, non aveva questa connotazione? Finiva l'800, il positivismo alimentava grandi discorsi di massa, di omogenei il più possibile riconoscibili in una certa fissità, ed è stato allora che si è cominciato a pensare di tagliare fuori quelli che non sono uguali; da ciò la collocazione extra che si ripercuote anche nel viario bolognese. Allora il discorso era di una precisione estrema: manicomi, caserme, case di tolleranza, tutti nelle mura. Al posto delle mura in realtà, perché quando costruirono quei luoghi particolari, le mura non c'erano più, anche se da pochissimi anni: infatti le abbiamo avute intatte fino alla fine dell'800. "Quelli" restavano collocati fuori dalla città, sul limite, in una zona nevralgica dove non se né di qua né di là; e l'esempio tedesco cui si accennava prima riconduce al ritorno del nascondimento. Ho sempre pensato, anche quando facevo il maestro, che chi occultava la differenza avesse paura della complicazione con cui bisognava fare i conti: in effetti se si accetta il gobbo, se si scherza con lui, se si va a braccetto con lui, immediatamente sorgono tanti altri problemi che ineriscono alla ricchezza, alle divisioni dei redditi, alle propensioni sessuali, agli atteggiamenti in relazione all'abitare o al lavorare... Un gobbo è capace di mettere in crisi un assetto di pensiero, su questo non c'è niente da fare. E' per questo che non possiamo, a ben vedere, né ipotizzare un Leopardi atletico né un Pavese che non morisse suicida, son cose che si tengono ben strette le une con le altre.

Tutto questo è allora inerente alla funzione della "porticina che ruota su stessa", che scopriamo nel libro, che sa condurre in veri e propri altrove? La porticina può essere letta come metafora della complessità di alcuni personaggi? del gobbo innanzitutto, ma anche di Alessia, ragazzina anoressica, vista come il doppio di zia Chiara, che anoressica è stata in adolescenza, tramite quell'antica sofferenza ha potuto configurarsi un'altra vita ed un'altra sensibilità?
Si, quello volevo farlo deliberatamente: dovevo trova re una situazione di minimo ingorgo nel passaggio fra qua e là". Ed essa si ripercuote, infatti, tutte le volte che vi è bisogno di sancirlo: si passa nel sottofondo attraverso il minimo spazio possibile, la cantina e anche la cucina del pittore. L'altrove temuto, il libro lo enuncia, è architettonico: il gobbo vive in una casa che gli somiglia. Ed è pure un fatto ispirativo: la casa esisteva e l'ho disegnata io, era a Fano. L'hanno demolita. La strana cosa, da cui anche viene il libro, e che mi sono accanito - quasi sospettassi, ma in realtà. non lo sospettavo affatto, anzi pensavo la si dovesse restaurare - a riprodurla quasi pietra dopo pietra, in un disegno che dimostra un accanimento iperrealistico, poi non l'ho più trovata. Si celebra così un senso di scoramento che mi riprende sempre - anche qui c'è una cosa che richiama Leopardi; la noia mi fa una paura tremenda. Per fortuna di solito non mi annoio, però ne ho sempre paura: per me la noia ha prima di tutto un sedimento percettivo, gli uguali mi annoiano Tendenzialmente cercherei di fare amicizia con gli altri: infatti accadde anche con il vero Quasimodo, (si chiamava proprio cosi), del mio quartiere. Ma era un persona sfuggente poiché aveva due caratteristiche:

era un gobbo maera anche un signore, si sente infatti anche nel libro: ci rifiutava in due modi, e la gobba era secondaria. Noi bimbi venivamo respinti perché quello non era un vero gobbo di quartiere, era un signore che passava sempre di li, e questo venimmo poi a capire. Infatti per mio padre, che era una persona propensa a pensare con la propria testa, la definizione di gobbo era stomachevole: quello era un signore, ricco e con quella villa, e che noi aggiungessimo anche "gobbo", faceva si che venissimo guardati con aria esterrefatta: la considerava una annotazione perfettamente indifferente, rispetto a quella legata, e ben più significativa, dei lucidi abiti neri e dell'aria estremamente seria da persona studiosa e ricca. Aveva l'aria di dirci, beh! adesso che avete detto che è gobbo che cosa avete detto? Ci son tante cose più interessanti da sapere! E di questa lezione io mi sono ricordato.

Il libro rimanda al tema affascinante e perduto dei ritrovamenti nella città. I bambini di oggi non hanno molte occasioni di fare incontri con persone altre, che vivano vite diverse: le opportunità di conoscenza umana e di verità sulla vita vanno sgretolandosi, è rarissimo incrociare qualcuno che porti 0 sé un racconto, come invece fa il gobbo, personaggio narrante di biografe e storie: di libro si può leggere anche dal punto di vista del bisogno di ritrovare racconti ?
Ah! questo è tristissimo, c'era anche in Pocahontas, è un lamento! E' un lamento perché non vedo speranze, e mentre non vedo speranze l'ansia mi pervade: mi pare che ci si possa salvare solo fino a che la coesistenza della dimensione proteiforme con l'occhio guardante funziona: però non funziona!nNon funziona al punto tale che adesso è lo stradario ad essere semplicemente limitativo. Qualche Natale fa, sentii con molto disperato dolore, quell’invito rivolto ai barboni ad una certa fine d'anno... sembrava che nemmeno loro ce la facessero più a stare dove volevano stare, cioè fuori; e questi rientri, più o meno forzosi o forzati, li vediamo in continuazione. C'è questo grigiume, questo non aver storia, non aver spessore, e c'è la non sopportazione del diverso sulla base di una cultura che non ha radici, in fondo le prostitute c'erano in tutte le nostre povere strade, e come venivano presentate? molto bene! A noi bimbi degli anni '40, ad esempio, veniva imposto di essere rispettosi verso le numerose prostitute di via Orfeo. E perché... il ragionamento era complicato: si pensava che in fondo fosse un modo di esistere carico di coraggio, di eccentricità coraggiosa, le prostitute erano persone che avevano fatto un salto in una certa direzione mentre altre quel coraggio non lo avrebbero avuto. Oggi cosa non si sopporta? io comincio a perdere degli amici perché non viaggio e perché non ho il computer, perché non ho la patente: mi vivo molto come un diverso. Per queste ragioni sono già pronto per una gobbaggine assoluta, anzi, a me la gobba manca...

Un passo del libro cui bisogna, allora, fare assolutamente riferimento è il seguente: "la gobba è un discorso fatto in anticipo, è come mettere le mani avanti, è come avere un ambasciatore, che però è dietro le spalle...".
Questo è il riassunto di ciò che dirò. E' proprio così e bisogna anche dire che non me la passano frequentemente questa cosa. Questo libro è scritto su un gobbo, ma attenzione, da uno piccolo di statura. Va visto da due punti di vista: c'è stato solo un notevole psichiatra che ha notato che dei due fratelli dell'Archivio di Abele, uno è piccolo di statura e l’altro è alto. E che la voce dolorosa è quella del più basso. Senza togliere niente a nessuno, credo che la differenza sia come una mappa: da questa mappa sei fuori o sei dentro, se sei dentro non importa mica tanto se occupi un reame, un castello, una provincia onestamente, per quella strada ci sono passato. Quando mi chiamavano tappo, alle magistrali, ero in quella stessa situazione. Bisogna stare attenti: questa è una società che perdona ben pochi, e tutto si stringe sempre più, i vestiti i comportamenti, le dotazioni, le abitudini, insomma tutto è passato continuamente in rassegna.
Ricordo certi capipopolo di quartiere, di un passatonon lontanissimo, che erano dei diversi da vedere, ma accettatissimi. Si è andati poi in maniera precipitosa verso un ritaglio sempre più stretto, fatto di sagome definitissime, e attualmente si è arrivati a non potere produrre se non delle differenze prestabilite e programmate, un po' come le messe in scena discotecarie che evidenziano solo differenze contrattualizate: quest'anno tagliamo tutti un pezzo di gonna, e il prossimo anno metteremo tutti gli scarponi senza i laccetti. Ricordiamoci che si tratta di disegni esistenziali preordinati: quello che inserisce una gobba tra i laccetti perduti e le gonne corte, non ha capito... in effetti è lì che si gioca il nostro malessere percettivo, perché in quelle zone stanno preparando il massimo di silenzio visivo, all'interno di una dichiarativa che è sempre sull'alternativa e sull'onnicomprensività. Così si ruota sempre intorno a questi sedimenti, e sostanzialmente le cose che incombono non sono belle, non sono buone, ci preoccupano. Perché ad esempio Orwell non ha messo queste cose nel suo grande libro "1984"? Orwell vi ha messo la divisa per tutti, il sesso che si chiama "il dovere verso il partito", però ha lasciato quasi istintivamente delle zone di variegazione. Noi siamo molto più orwelliani di lui, perché assolutamente non le lasciamo, quelle zone franche. Vedere in questi giorni cos'è Bologna permeata di Motor Show e di spese natalizie è osservare una città orwelliana: il livello di omogeneità è talmente alto da non ritenere proprio che sia pensabile nessuna alternativa. La Bologna del mio gobbo, degli anni quaranta, era vibrante di diversità in ogni spazio, in ogni momento, in ogni situazione.
In tal senso oggi tutto è finito e non resta che agire, secondo me, con altri mezzi: bisogna purtroppo appellarsi solo al cervello, e dico purtroppo perché viene a mancare il piacere, la lucidità, il godimento della diversità cui facevo riferimento all'inizio, e quello con la sola connotazione del conoscitivo non si riesce a produrre.

E con le emozioni?
Riguardo alle emozioni c'è un altro discorso rilevante da fare. Hoprovato a mettermi nelle stesse condizioni di chi si pone l'interrogativo del perché si piange al cinema... Una cosa che è sempre stata poco perdonata è essere emotivi in quello che si scrive. In 24 anni che pubblico, ho avuto spessissimo esortazioni a essere non solo meno emotivo, ma addirittura a piantarla con l'esibizione delle emozioni. E qui affiora un altro dei luoghi del restringimento, della cattura: non si può, le emozioni non si possono palesare. I giovani che ho davanti adesso sono i meno palesanti emozioni che ho visto in vita mia, e la decrescenza è stata quasi matematica: ce ne era sempre uno di meno! E il controllo che esercitano su di sé è stupefacente. L'osteria in questo senso è interessantissima come luogo di osservazione, come luogo di non emozione: proprio dove potrebbero essercene, poiché tutto lo consentirebbe, si vede ciò che secondo me è dominante: l’esercizio terrificante dell'autocontrollo. Oppure assistiamo all'emozione trascritta secondo paradigmi surgelati, già forniti in precedenza: basta riflettere su come gestiscono le emozioni i talk-show.

Come non osservare, su questo filone, le emozioni angosciose degli anni '70, quelle falsamente timberlandiane ed eutoriche degli anni '80, e quelle forse assenti o surgelate di oggi?
Sì lo stato ultimo potrebbe essere quello. Le angosce del '77 devo dire che mi colpirono molto: adesso capisco che fu una sorta di ultimo grido, un presentimento giovanile rispetto al fatto che poi si sarebbe presto trovato il modo di far star tutti quieti. I luoghi di esplicitazione delle emozioni oggi, sono luoghi dove tutto viene preordinato: basterebbe vedere come ben si organizzano i tifosi di adesso nel produrre eventi che sanno più della parata del primo maggio che non dello spontaneo emergere di una emozione. Anche la trattazione visiva dell'eros adesso è interessantissima da quel punto di vista. Ha raggiunto livelli di standardizzazione assoluta: una coppia che fa l'amore, e lo si può vedere molto bene in tantissimi film si comporta come se facesse una sorta di esercizio per acquisire un brevetto ginnico. Non c'è niente mai di strano, tutto è sempre perfettamente comprensibilissimo. Forse uno dei pochi che si ponga il problema della fissità della ginnastica dell'eros nella nostra civiltà, è l’erotizza spagnolo George Bernet: lui disegna i rapporti fra Chiara, una prostituta, ed i suoi clienti, e ne dà una interpretazione assolutamente altra, per quanto deprecabile per quello che riguarda i maschi; il disegnatore è interessato a Chiara, non ai maschi, i quali sono messi nelle condizioni di non risultare mai gradevoli. Ognuno di questi spazi conoscitivi, cui stiamo accennando, sarebbe da riprendere in condizioni che consentissero di recuperare delle fondatezze culturali, perché queste ultime, soprattutto, mi sembrano estremamente perdute. Quando ho cominciato quel libro ho avuto una strana sorte. Inseguo, infatti, da sempre, due scrittori secondo me troppo emarginati, su cui bisognerebbe riaprire un po' il discorso, Orsola Negri e Carlo Alianello. Me li sono trovati fra le mani prima di scrivere il libro: mi incuriosiva un Alianello comprato a un mercato d’antiquariato, e dopo poche pagine scopro che il protagonista è un gobbo. Il libro di Alianello si chiama "il Mago geloso" e mi ha aiutato molto ad andare avanti e il mago, naturalmente è il gobbo. Questo bravissimo ed emarginato, dimenticato autore, ha costruito un gobbo dei nostri tempi, dirompente; il libro è scritto negli anni '40, e narra un gobbo barocco, limitativo, nascosto, come potrebbe essere oggi. E oggi, del resto, tutto ci giunge controllato, sedimentato, limitato; tutto è sempre come se si stesse in divisa, montato per piccolissimi tratti ed elementi di sottotono. Mi interessa notare che questo ipercontrollo è soprattutto dei giovani. Tanti anni fa scrissi un saggio su questi problemi, dal titolo "I bottoni dell'anima": volevo evocare l'abbottonamento e già ora è superatissimo, nel senso che si è andati avanti molto in fretta in quella direzione. Ma concorrono tante cose: in fondo non so se l'eros che vedo cosi svilito, emarginato, poco presente, poco interessante, in tante vite semplicemente non ci sia più, come in quelle dei giovanissimi: cercano altre cc se, i viaggi, l’esibizione di sé, e cercano un senso di frenesia nella ricerca di una sorta di via Crucis: la discoteca, l’osteria, il ritrovarsi dentro il gruppo... ma tutto questo sarebbe stato così senza l'AIDS? L’AIDS ha contato moltissimo. Ci sono dei ragazzi dominati da questa paura come io non ho mai visto. Non si può fare il paragone con la tisi, poiché quella provocava quasi una baldanza. L'AIDS ha una presenza televisiva che è terribile: film, documentari, continue dichiarazioni, filmati, hanno ottenuto qualcosa che lo stregonismo puritano non poteva ottenere, e il messaggio suona così: "sii impartecipe, mettiti a lato, sta di qua!". Ciò si accompagna all'idea che la maledizione vera ci sia. Non è un caso che l'AIDS non abbia colpito l'omero o un orecchio: ha colpito una sede elitaria che è quella dei genitali. Cose che si stringono, si mettono insieme: non ci sono più i comizi in piazza che erano il luogo dell'emozione più impressionante, più piacevole; l’oratore doveva saperci stare nella piazza, e la piazza reagiva. Erano appunto tutte queste delle occasioni di fisicità, corporeità colta, in evidenza alternativa. Ho cercato di mettere tali ricchezze perdute anche in queste figure della bizzarria, anche se non scrivo per ora di bizzarria perché non me ne ritengo capace; il sogno lo voglio sempre dagli altri, lo sogno anche per me di fare un libro per ragazzi totalmente bizzarro, come quelli che amavo da bimbo, ma non sono assolutamente avviato per quella strada. Del bizzarro mi sembra che si sia perduta anche la dimensione conoscitiva minima, quella che te lo fa auspicare. Il bizzarro in passato dominava, Yambo scrive solo bizzarrie; oggi è pensabile tutto fuorché Yambo. Il bizzarro non funziona. E torniamo da dove siamo partiti: come ci vorrebbe la globalizzazione? C'è sempre qualcuno che ci dice come essere da qualche altra parte. E risulta molto convincente: penso per esempio a come hanno fatto presto le automobili a giapponesizzarsi, a rendersi tutte tonde. La stessa cosa può dirsi di come vestivano le persone un tempo; c'erano le sartine, ognuno si metteva addosso qualcosa che era frutto di un patto fra lui e una persona, non più che quello. Credo che poi tutto si paghi in termini di sapori di vita, vita meno saporita, vita dove la differenza, colpendo con la sua assenza, ci fornisce esperienze seriali. Gli alimenti, in primo luogo: tutte le amburgherie regalano il gobbo con il pollo fritto: come l'hanno scorso con Pocahontas. E' lo stesso pollo fritto che compare in tutti i romanzi americani ed ha l'esatto sapore di un altro sapore tormentoso della mia infanzia: non avevo di che disegnare, non avevo i soldi per le matite ed i fogli e mi inventavo delle possibilità di disegno. Una era data dai cosiddetti "diaframmi", semplici scomparti con cui si proteggevano le bottiglie. Me li davano ad una osteria vicina a casa mia, ed io ne ottenevo dei cartoncini: solo che quando si disegna, prima o poi ci si mettono le mani in bocca. Ho ritrovato quel sapore del "diaframma" nel pollo fritto!
Posso mangiare tutto per la verità, ma non posso facilmente ricordare un'epoca della mia vita in cui non avevo la carta per disegnare, è troppo angoscioso... Chi come me è vissuto veramente in queste situazioni soffre ancora di più, perché le possibilità di paragone le ha: per questo metto tanti vecchi nei libri, e continuerò se ne proporrò altri, a voler guardare moltissimo ai vecchi, poiché il vecchio è il vero custode della differenza: ad esempio penso alle scarpe dei vecchi! I vecchi hanno delle scarpe che sono quelle di una vita, hanno i piedi messi male, conseguentemente han bisogno solo di certi tipi di scarpe, perché i piedi e le scarpe sono cresciuti con loro e si sopportano a vicenda: ho scritto sulle scarpe diverse dei vecchi in relazione, invece, alla omogeneità di tutte le scarpe. Le scarpe dei vecchi sono come i vecchi: tutti i vecchi sono diversi, non ci sono vecchi uguali. Se si guardano 40 ragazzi di una scuola media si vede che hanno lo stesso zainetto, la stessa acconciatura di capelli! Se si guardano 12 signori anziani, ci scoprono 12 tribù!

Un approccio di lettura al libro che desidero sottolineare ancora di più, a questo punto, è la presenza centrale degli adolescenti: che due adolescenti siano coloro che scoprono tutto e vanno verso l'incontro con le differenze, mi pare possa indicare una direzione educativa. Accanto a loro mi sembra di intravedere una nuova Barbiana conservata affettuosamente d gobbo misterioso. Cosa suggerire intorno a questi percorsi?
Dell'adolescenza ho una cotta, da sempre. E' un’età che mi sembra potrebbe ancora salvare se stessa, perché è un coacervo di pasticci tali, è piena di follie, di ingovernabilità; da ciò la mia passione. Avevo un appuntamento letterario con questa zona e mi sono ; sfogato così. Prevedo di fare forse una terza puntata, su Debora in prima liceo. Non ho intenzione di accettare la convenzione fumettistica sull'età: è un viaggio ; che faccio con Debora. Mi sto documentando sul liceo. L'innamoramento per l'adolescenza è per me un innamoramento con ragione: mi piace moltissimo però fondatamente. E' un vecchio appuntamento che avevo preso quando avevo letto quella mirabile descrizione dell'adolescenza che compare nel "Re degli Ontani" di M. Tournier, ed è quella che mi ha sempre convinto di più: penso al momento in cui aspetti l'adolescente qui e te lo ritrovi qua, penso a quella ragazzina che nel darmi i consigli insieme agli altri - gli altri mi hanno mandato delle grandi pagine con espedienti narratologici da sapienza raffinata- mi ha scritto " ho molte cose da dire, a voce e da soli": è quello che ti puoi proprio aspettare da una di loro! Ho passato una vita fra i bimbi, sedici anni da maestro sono una vita, ma per ora non ho la tentazione di raffigurarli, forse per un senso di maggiore lontananza. Ero maestro di bambini e verso di loro avevo u~ innamoramento adulto con distacco, con gli adolescenti ho un innamoramento complice. Mi sento immerso, con loro, ad oltranza. Il triennio della scuola media è veramente magico: un triennio che non fa i conti col tempo, si dilata, si stringe, succedono degli stravolgimenti totali! Gli adulti guardano i ragazzi e, o hanno nostalgia dell'infanzia o sono preoccupati per quello che sta per seguire, la constatazione che i ragazzi sono lì in quell'istante, non viene mai. E io sono diventato un collezionista delle stranezza degli adolescenti. Non ho tempo ma continuo a frequentarli.

Hugo, la gobbologia ed i lettori preadolescenti. Come proporre Hugo ai ragazzi?
Ci sono due cose da dire, una riguarda Hugo ed un modo in cui lo si porge: se ci si industria di far legger ci si riesce, se si attivano i meccanismi che hanno a che fare con la persona, come l'oralità, l’intenzionalità, i sintagmi immaginativi, ad un certo punto può capitare l'incontro con Hugo. Solo così si può realizzare l'incontro. A quel punto è straordinario: si potrebbe utilizzarlo anche come monografia assoluta poiché Hugo dalla sua follia romantica non è mai riuscito ad uscire, anzi, più tentava di scappare - pronunciandosi politicamente, facendo l'esule profetico più ci ripiombava dentro. In effetti le opere visionarie più terrificanti e più sublimi sono scritte quando lui aveva tante ragioni per ben meritare la patria, essere visto dalla sinistra come eroe nazionale: eppure quando deve scrivere dei meandri, delle piovre, dei lavoratori del mare, degli orrori dei comprachicos, ricasca assolutamente nella sfera che mi incanta tanto, che mi stringe da tutta la vita, perché anch'io ho avuto un giardino segreto al 15 di via Orfeo. In Hugo c'è l'incrocio più interessante e bello fra i frammenti del romantico nuovo e vecchio: Hugo ne è l'eroe più rappresentativo. Per fortuna l'adolescenza è romantica ancora oggi, allora Hugo si candida per essere ancora adesso un ammirabile prodotto: ma mentre a noi bastava accedere alle medie per decifrare la lingua di Hugo, oggi è tutto tarato al basso. Quando leggevo certe mirabili pagine di Hugo, scegliendo luoghi topici, ad una quinta degli anni sessanta, avevo dei bimbi che capivano quella lingua: se si può fare qualcosa per un miglioramento del possesso linguistico, proprio in termini lessicali, allora il successo è super-garantito. Ma fino ad ora abbiamo parlato di qualcosa che rischia di richiamare sprechi, cose preziosissime che si perdono, tristemente, fra gli sprechi. Per recuperarle bisogna lavorare molto!

Pubblicato su HP:
1997/55
Parole chiave:
Letteratura