La favola delle lettere - Superabile, maggio 2008

26/03/2010 - Claudio Imprudente

Qualche giorno fa, Maria Dorotea Guida mi ha spedito un racconto, per scrivere il quale si era ispirata ad un mio intervento all’interno di una trasmissione della RAI. Quella è stata l’occasione in cui ci siamo conosciuti a distanza di chilometri e con uno schermo di mezzo.
In generale, a Maria piace riflettere sul fatto che spesso le persone con limitate capacità motorie riescono ad avere un ruolo attivo nella società ed agire nel e per il mondo. In questo caso, però, più che affrontare questo tema, è riuscita a dipingere molto bene, e in modo “poetico” e di finzione, la progressione che può avvenire nell’incontro tra un “normale” ed una persona disabile, che in questo racconto presenta le mie caratteristiche fisiche e comunicative. Maria è stata, a mio avviso, bravissima nella descrizione delle strategie creative che possono essere trovate e azionate in una situazione simile. Noi, senza nemmeno accorgerci, inventiamo ed utilizziamo strategie comunicative ogni volta che ci rapportiamo ad un’altra persona, ma, chissà perché, ci sembra di notare la loro presenza o la loro necessità solo in condizioni che ci sembrano poco “naturali”. Questo non è vero, e un altro pregio di questo racconto è proprio quello di descrivere con leggerezza e sensibilità la straordinaria normalità di un incontro.
Vi regalo, e Maria con me, questa bella e intensa lettura, dal titolo “Lettere dell’Alfabeto”.

<Per oggi non viene più> Un gorgoglio sale dalla sua gola come se quei pensieri si volessero trasformare in parole. Invece no, non si trasformano, rimangono solo pensieri perché non c’è nessuno al momento che possa pronunciarli al posto suo. La sua gola rimane arsa forse desiderosa di un po’ d’acqua, ma neppure quella può far arrivare al suo organismo visto l’impossibilità a muoversi. I pensieri continuano a formularsi in continuazione, come un turbinio, ma quelle corde vocali rimangono immobili come tutto il suo corpo.
Fuori è già scuro, la cena è stata la solida brodaglia inconsistente e adesso verranno a metterlo a letto. Riduce al minimo i suoi bisogni poiché non può comunicarli e si disinteressa momentaneamente del suo corpo come se non fosse il suo.
Ma i pensieri non può farli zittire anzi, li vorrebbe gridare, urlare, cantare, proferire o solamente sussurrare, ed invece non può.
La cosa che più gli sta sulle scatole dell’essere nato e di dover vivere come un vegetale è il non riuscire a comunicare. Una grande conquista spuntata al suo dramma personale è il fatto che muovendo gli occhi può indicare delle lettere dell’alfabeto su una lavagna di plexiglas trasparente.
Ad interpretare e dar voce alle mille giravolte dei suoi occhi, prima c’erano i genitori, poi si sono susseguiti gli amici, alle volte i volontari.
Anche Giorgio che da anni gli era rimasto vicino, adesso deve salutarlo per un felice breve periodo d’assenza: il matrimonio.
C’è già una candidata pronta a brandire la lavagna di plexiglas, sarebbe dovuta venire oggi, ma quando mai le donne sono di parola?
Perché farsi prendere dalla delusione? Infondo se ne può stare per un giorno zitto, non è la fine del mondo! Anzi gli hanno sempre detto che con quegli occhi da cerbiatto ha sempre parlato troppo!
Invece è deluso ed arrabbiato ma passerà presto.
Adesso gli occhi cercano un po’ di riposo nella penombra anche loro hanno diritto alle loro ore di dolce far niente.

E’ giorno adesso e i numeri della radiosveglia proiettati sul soffitto indicano le otto e trenta.
Ci verrà almeno un’ora prima che possa prendere posto nella sua sedia gestatoria e iniziare a pontificare con le sue instancabili pupille.
Accostato alla sua scrivania la tecnologia non manca: computer, internet, sintetizzatori vocali e, la sua lavagnetta. E’ come se fosse stata messa in castigo lì, appoggiata alla parete in attesa che mani sensibili la prendano a se.
Ora è solo ed aspetta. Aspetta questa ragazza che dovrà arrivare. Il suo nome è Monia e sa già che sarà un’immane fatica insegnarle a seguire i suoi occhi lungo il sentiero dell’ABC.
Sente una voce femminile di là dalla porta e non può far a meno di sorridere a se stesso perché oggi forse è la volta buona e si ricomincerà a parlare.
E’ entrata, si avvicina un po’ indecisa sul da farsi e mi dice: «Io sono Monia. Ciao»
<Io questo lo sapevo> mi dico tra me. Tenta di abbozzare un contatto ma ritira immediatamente la mano e si avvicina a baciarmi la guancia.
<Scusami per qualche bava> anche se questo non lo può sentire. Devo fare uno sforzo sovrumano a girare questi occhi dall’altra parte ad indicare la scrivania e la lavagnetta; speriamo che capisca subito. Tutto inutile e lei risponde: « Che cosa vuoi che faccia?»
< E già, perché sei qui? Per una lezione di ballo?> Stai calmo Claudio, non serve a nulla irritarti, alla fine capirà, mi dico. Forse ha capito si dirige verso la scrivania e afferra la lavagnetta.
<Però! Non sembra così imbranata>

«Vai pure» mi dice, invitandomi a guardare le lettere, di sicuro andrei pure via, ma lei questo non lo sa. Stringe il plexiglas con le sue mani piccoli, a momenti lo inumidisce di sudore, è agitata e lo tiene troppo in basso. Mi farà venire un blocco alle vertebre cervicali se continua a tenerlo così in basso. Provo ad indicarle qualche lettera.
Spennello velocemente la C, la I, la A, e la O. Ma lei ripete solo C. Forse sono andato un po’ veloce.
Lei mette giù la lavagnetta e mi dice: «Ciao»
Per lei è una vittoria! Come se avesse risposto giusto all’esame per la patente di guida.
Riprendiamo il nostro lavoro, Monia mette la lavagna di nuovo all’altezza della sua pancia, o forse è il ventre? Non so, disquisiremo più in là. Comincio di nuovo ad inseguire le lettere perché mi fa già male il collo. Riprendo da dove ho lasciato, poiché lei mi deve pronunciare tutte quelle che guardo (o quasi tutte) e non solo la prima. Altrimenti se io dico C A R C I O F O lei mi dirà Cavallo e così via.
C-I-A-O Adesso lei ripete due volte Ciao. La prima volta perché effettivamente ha individuato le lettere che le ho indicato, la seconda volta perché è compiaciuta.
Stavolta ci siamo, ha capito l’archibugio. Adesso posso continuare.
P I U e poi A L T A, spero che riesca a leggere perché ho il collo anchilosato.
Lei capisce perfettamente e ripete ma nello stesso tempo si guarda le scarpe da ginnastica che rivelano impietosamente che lei non è più alta di un metro e sessanta.
Almeno è spiritosa. I miei occhi ridono con lei, che devo fare? Ci vuole pazienza prima o poi entreremo in sintonia.
Mi tocca riprendere il filo del discorso. P I U A L T A L A L A V A G N A.
Adesso lei ride tanto, meno male che ha il senso dell’ironia, anche perché di questo passo ci metteremo mesi prima di esprimere una frase sensata.
Ora le racconto una barzelletta, so che la capirà per l’ora di pranzo, ma io sono tenace e non demordo. In fondo oggi è il suo primo giorno di scuola.
I miei occhi cominciano ad inseguire le lettere, e me la rido tra me e me.

 

Se siete interessati ad altre cose che Maria ha scritto, magari chiedete a me come reperirle, sempre e ovviamente scrivendo a claudio@accaparlante.it
Buona lettera-tura a tutti.

Claudio Imprudente