La famiglia: una potenzialità che cerca ascolto

01/01/2003 - Margherita Magagnoli

Siamo una comunità di famiglie, ci siamo date il nome di comunità Maranà-tha. Al momento siamo 6 nuclei composti da coppie fra i 30 e i 46 anni con figli naturali e in affido da 0 a 18 anni, e un

 

nucleo composto da un uomo con tetraparesi spastica e la madre anziana affetta da una forma di demenza senile. Attualmente alloggiano presso di noi anche due mamme con i loro figli e un uomo di 40 anni con gravi problemi psichici. Tra adulti e bambini siamo più di una trentina di persone. La comunità è nata nel 1985, e lo scopo del nostro essere insieme deriva dall’aver ricevuto un annuncio autentico della Parola di Dio come Buona Notizia, grazie ad un padre gesuita che tuttora ci accompagna. Il nostro progetto è quello di seguire Cristo come laici in una vita semplice, fondata sulla preghiera e la condivisione che si realizza nel servizio al prossimo, principalmente a minori attraverso l’affidamento familiare, ma anche a donne in difficoltà, sole con figli o persone con altre problematiche. Abitiamo in campagna, in provincia di Bologna, in una grande casa e in una struttura attigua recentemente ristrutturata. Siamo costituiti in Associazione o.n.l.u.s. e i beni immobiliari sono di proprietà dell’associazione. Nelle famiglie alcuni hanno un lavoro esterno, altri lavorano a tempo pieno nella comunità. Per la gestione economica si è fatta la scelta della cassa comune.

 

La condivisione tra famiglie
Al centro del nostro essere insieme c’è la realtà familiare, intesa come dimensione affettiva, sociale e strutturale a cui rifarsi ma anche da cui partire. Le “fondamenta” della casa si basano innanzi tutto sulla realtà di coppia, l’uomo e la donna che si sono amati e scelti, da cui tutto ha origine, e in questi anni ci siamo sempre più confermati in questa consapevolezza: solo coltivando, approfondendo, dando del tempo a questo rapporto possono nascerne dei nuovi, sia all’interno che all’esterno della famiglia. Questa è anche la richiesta più pressante dei figli. Da piccini sembrano solo interessati al soddisfacimento dei loro bisogni immediati, a volte con richieste così pressanti e “urgenti” che sembrano in antitesi con il darsi del tempo per altro, ma da grandi questo bisogno di unità primordiale emerge con maggiore chiarezza. A distanza di vari anni, raccontando a uno dei nostri figli un periodo difficile che abbiamo attraversato come coppia, mi ha detto sottovoce in un orecchio: “grazie mamma perché siete ancora insieme”. Ma sono proprio quei momenti di difficoltà che mi permettono oggi di capire le tante coppie che non hanno le occasioni che abbiamo avuto noi e soccombono sotto la fatica e l’incomprensione. Alla luce della nostra esperienza, questa è un’altra pietra importante per far stare su la casa: la messa in rete con altre famiglie, la condivisione di vita, di tempo, di esperienze. Per noi è stato ed è tuttora un investimento vincente, anche se comporta un mettersi in discussione, un accettare che un altro “metta il naso” in casa tua; però permette che certe scelte non vengano prese in automatico, che l’educazione dei figli possa diventare una progettualità condivisa… Nell’ordinaria fatica quotidiana viene forse più spontaneo “tirare dritto” per la propria strada, ma i vantaggi che vengono dal non vivere la propria vita in solitudine sono per noi impagabili. Ed è anche grazie a questo confronto/conforto reciproco che diventa possibile aprire le nostre case. Essere insieme fa aumentare le possibilità concrete di aiuto verso l’esterno, sia perché ci si può distribuire i pesi sia perché la visuale è più ampia; infatti aumentando i punti di vista aumenta la fantasia delle opzioni. Per esempio, una famiglia ha delle risorse per avere voce in capitolo rispetto alla progettualità e non “solo” essere il luogo in cui si può collocare un minore. Quando si inizia un percorso di affido con un bimbo/a o un ragazzino/a iniziano anche nuovi rapporti con i servizi che hanno in carico questa situazione. Alla famiglia che si rende disponibile a intraprendere questo percorso vengono date le varie informazioni del caso e si prospetta un progetto a medio o a lungo termine. Quello che pian piano avviene è che la famiglia affidataria entra sempre a maggior titolo nel percorso umano ed educativo del minore. T. ci era stato presentato con varie problematiche legate soprattutto all’assenza della figura paterna, un ragazzino molto vivace, intelligente, con atteggiamenti provocatori. È arrivato dopo avere ipotizzato, in accordo con lui, con la mamma e con i servizi, un periodo di un anno, riverificabile. Ci siamo ben presto resi conto che c’era tutto un sommerso che non era venuto alla luce nella relazione dei servizi perché, necessariamente, poteva emergere solo in un contesto familiare. Solo ritmi quotidiani (e notturni!), a fianco di rapporti affettivi, ci hanno permesso di conoscere meglio T., le sue angosce e le sue potenzialità. L’essere famiglia offre un osservatorio privilegiato e unico per conoscere i segni di un cuore ferito di un ragazzino o le conseguenze di un abbandono. Il poter essere più famiglie insieme ci ha inoltre permesso di fare questa lettura non solo sull’onda dell’emotività del momento, ma anche alla luce di un’osservazione più globale, oltre al fatto che quando abbiamo vissuto forti momenti di tensione abbiamo potuto trovare sostegno nelle altre famiglie. Dopo un anno, in seguito anche al nostro apporto dei mesi trascorsi con T., il progetto iniziale ha potuto essere più preciso rispetto agli obiettivi e agli strumenti da darsi per conseguirli. T. ora è stato trasferito presso una struttura ritenuta più idonea ai suoi bisogni, ma il nostro rapporto con lui continua… Nella nostra esperienza, abbiamo visto quanto sia importante per una vita di relazioni intense e, a volte, problematiche darsi degli strumenti per vivere meglio e crescere nella consapevolezza di noi stessi e di quello che ci succede dentro e attorno. È a questo scopo che da un po’ di tempo ci facciamo aiutare da uno psicologo in una supervisione del gruppo, portando in un ambito comunitario i nodi, le fatiche, gli interrogativi che si aprono nel percorso di un affido. Gli incontri sono strutturati in modo tale che le protagoniste rimangano le famiglie, il tecnico ha prevalentemente il ruolo di sottoporre all’attenzione plenaria un percorso che può aiutare una chiarificazione del problema, ma le informazioni fondamentali vengono dalla famiglia che vive in primis l’accoglienza e dal contributo di tutte le altre. È in questo modo che si cerca di capire di più il senso di certi comportamenti, andando al di là di gesti provocatori, aggressivi o passivi. Chiedendoci il “perché” riusciamo a guardare l’altro con maggiore benevolenza, lungimiranza e amorevolezza, chiarendoci l’obiettivo che vogliamo raggiungere con quella relazione. Non siamo dei tecnici, non siamo dei salvatori della vita altrui, ci sentiamo degli accompagnatori in questa cordata comune: tutti vorremmo arrivare in cima, per diversi motivi, la strada è in salita per tutti ma con una corda che ci unisce e senza troppa fretta ce la possiamo fare! L’aspetto interessante dell’affido familiare è che parlando delle difficoltà del ragazzino/a si passa a parlare di noi, dei nostri figli, del nostro stile educativo… Questo è uno dei motivi per cui continuiamo a sentire il desiderio di intraprendere l’avventura di un’accoglienza: la storia, la difficoltà dell’altro mi apre uno squarcio sulla mia storia, mi dice di me, come persona e come coppia e, nello stesso tempo, mi proietta fuori di me impedendomi di diventare l’assoluto di me stessa. Che guadagno ho avuto come persona e come coppia dall’avere, per esempio, adottato Francesca, “bimba simpatica” dissero al Tribunale ma che di fatto non voleva nessuno perché la sindrome di Down, invece, non sta simpatica. A distanza di anni, riguardando il lungo percorso fatto, lo vedo punteggiato da “tanti guadagni”: entrare in un mondo comunicativo diverso dal mio, sicuramente più divertente e più essenziale, il che mi ha fatto molto relativizzare il “normodotato”; scoprire che Francesca ha il passe-partout giusto per entrare in relazione con tanti mamme e papà altrimenti impenetrabili; essere stimolata, come persona e come coppia, a non dare spazio allo scontato, all’acquisito e obbligatoriamente a fare lavorare la fantasia; considerare i “piccoli traguardi” grandi vittorie; gustare ogni volta come se fosse la prima, il suo abbraccio “alla mia mamma”. La vita di famiglia e di più famiglie insieme mi sembra un po’ questo, arrivare su dei promontori dove da sola non sarei andata, forse perché li ritenevo poco interessanti o pericolosi; in realtà in questi anni ho potuto ammirare dei paesaggi di cui non avrei neanche immaginato l’esistenza o, meglio, la possibilità di esistenza!

Parole chiave:
Famiglia, Scuola ed educazione