La diversità nei mass media, tra opportunità e limiti intrinseci - Il Messaggero di Sant'Antonio, ottobre 2009

26/03/2010 - Claudio Imprudente

La presenza della disabilità in tv, e sui mass media in generale, deve essere considerata da un punto di vista quantitativo e qualitativo al tempo stesso: quanto se ne parla e come? Rispetto a qualche anno fa sono stati fatti importanti passi avanti, ma il tempo che viene dedicato alla disabilità è ancora molto limitato: soprattutto in tv è ancora considerata il «problema» di una minoranza e per questo viene relegata ai margini del flusso comunicativo. Se poi ci domandiamo se il messaggio trasmesso sia qualitativamente adeguato, ci rendiamo conto della frattura ancora esistente tra mondo mediatico e mondo reale della disabilità. Continua a prevalere l’approccio che potremmo definire da «esempi di vita». Molto spesso, la vicenda viene raccontata con taglio pietistico: se ne parla nei termini di una disgrazia che ha colpito una famiglia e il suo contesto. Ma è evidente che questa impostazione non rende la realtà dei fatti e può addirittura essere pericolosa, perché il modo di proporre un messaggio incide sulla percezione dei destinatari. Io, per esempio, rifuggo costantemente da questa logica e non parlo mai della mia situazione, ma di ciò che ho capito e realizzo attraverso di essa.

Il mondo mediatico agisce da «filtro» dell’esperienza: ci permette di vivere gli eventi senza esserne fisicamente partecipi. I media ci forniscono dei surrogati che noi, tendenzialmente, assimiliamo senza protestare o approfondire. Come dicevo, gli approcci stessi vanno a influire sulle percezioni degli spettatori: da questo punto di vista, è fondamentale che la disabilità passi dagli schermi nel modo «giusto», come «soggetto di un processo», e non come «oggetto di una notizia». Camminiamo in un sentiero stretto: il confine tra una rappresentazione adeguata e una sensazionalistica è labile, anche perché poca è l’abitudine a veder rappresentati e riconosciuti sui media certi argomenti. Smettiamola, però, di pensare che l’unico modo per «far passare» l’handicap in tv sia quello di indurre alla commiserazione o di parlarne in modo tecnico-medico. L’alternativa c’è: affrontare la disabilità come soggetto di comunicazione, protagonista attiva di un suo spazio e potenziale artefice di un cambiamento culturale. Un esempio in questo senso è rappresentato da una puntata di Screensaver (Raitre) cui partecipai qualche anno fa. Le modalità di rappresentazione, davvero inusuali, vennero decise, insieme con me, da alcuni miei collaboratori e dal conduttore del programma, Federico Taddia. Risultato: quella puntata ottenne il doppio di share rispetto alle precedenti.
Cosa significa questo esempio? Che il parlare di disabilità fuori dai soliti schemi può diventare interessante per tutti, secondo logiche simili a quelle che determinano il successo o l’insuccesso di tanti appuntamenti mediatici. Porre la persona disabile in televisione come soggetto significa riconoscerla a capo di una comunicazione sua, che può e sa gestire, con un messaggio che acquista pari dignità e non è strumentalizzabile. La si riconosce così capace di decidere i mezzi, i modi, l’immaginario cui riferirsi o che intende costruire. Inoltre, la presenza della disabilità in tv diventa tanto più vincente quanto più esce dal confine della disabilità stessa per parlare di «altro». Ci si potrebbe, infine, chiedere se i tempi e i modi che caratterizzano la produzione di informazione (in senso lato) nei mass media sia effettivamente il più idoneo a parlare di disabilità. A volte nutro dubbi a riguardo, ma questo all’interno di una diffidenza più generica rispetto a certi tipi di grammatica televisiva e mediatica. La visibilità mediatica, infatti, tende troppo facilmente a recidere i legami con il contesto per vivere di vita propria e si impone come protagonismo assoluto. Scrivetemi a claudio@accaparlante.it o cercate il mio profilo su Facebook.