La diversità necessaria

01/01/1997 - Andrea Canevaro

Non è sensato che io consideri significativo unicamente ciò che è tale per me. E' bene che io apprenda anche ciò che è significativo per gli altri... Con la tecnologia moderna l'uomo ha un eccesso di potere...e non può più pensare in termini narcisistici...ha bisogno delle diversità, di rapportarsi ad una realtà plurale".

Riconoscere la realtà, che è fatta di diversità.

Traduco un testo di Albert Jacquard, e lo propongo come elogio della differenza; differenza che è inserita nella nostra realtà profonda e quotidiana. E' una realtà talmente presente in noi, da rischiare di non essere avvertita come un elemento fondamentale della nostra vita.

Albert Jacquard scrive: "Quello che ho in comune con tutti gli altri è la possibilità, a partire da ciò che ho ricevuto, di partecipare alla mia propria creazione.Però bisogna che mi si lasci la possibilità.
Grazie, genitori, per l'ovulo e lo spermatozoide che contenevano tutte le indicazioni per costituire la sostanza che mi hanno formato.
Grazie, famiglia, per il cibo, il calore, l'affetto che mi hanno permesso di crescere e di strutturarmi.
Grazie a chi mi ha trasmesso con l'insegnamento le conoscenze lentamente accumulate dall'umanità da quando interroga l'universo.
Grazie a chi mi ha amato, per l'amore insostituibile.
Ma sono io che devo completare l'opera, tocca me posare il trave portante.
Dimenticate quello che avreste voluto che io fossi. Non devo realizzare il sogno che avete fatto per me; sarebbe tradire la mia natura umana. Perché io sia veramente umano, mi dovete un ultimo regalo: la libertà di divenire quello che ho scelto di essere"
(A. Jacquard, Moi et les autres: initiation à la génetique, Senil, Paris, 1983 p. 139).

Questo testo è semplice e profondo nello stesso tempo. Ma non può evitare la problematicità che inevitabilmente accompagna il tema.

La diversità è un intreccio di "dati" e di possibilità. I "dati" possono a loro volta essere combinati fra loro in molti modi. Ed è proprio il campo delle possibilità che è inevitabilmente problematico e irto di rischi.

Tutto è possibile? Evidentemente no ma è proprio evidente? A volte non sembra che lo sia, e certi comportamenti individuali e collettivi smentiscono che sia "evidente" ammettere e riconoscere i limiti alle proprie possibilità.

Da un altro versante, possiamo domandarci se proprio tutti hanno la possibilità di divenire quello che scelgono di essere.

Ci sono condizioni che impediscono le scelte.

E vi sono tante ragioni per temere che altrettante scelte siano falsate da condizionamenti tali da indurre a rinunciare ad ogni scelta originale per seguire l'indotto del consumismo.

Educare alla diversità è un compito difficile. Non bastano le dichiarazioni e l'espressioni di sentimenti e di emozioni. E' un'educazione ecologica.Ma anche questa parola ha subito il logorio della moda, essendo interpretata in stravaganza massimalista e minimalista.

Come rendere un'apprendimento significativo.

Apprendimento non è necessariamente una parola che porta a scuola. E' vero che a scuola si dovrebbe realizzare un progetto di apprendimento. Ma l'apprendimento dovrebbe accompagnare tutta la vita. Il passare degli anni vuole che un individuo impari, apprenda a usare diversamente la propria energia. L'alimentazione nelle diverse età e nelle diverse situazioni, esige apprendimento. Nuove tecnologie nei trasporti, nelle comunicazioni; comportano apprendimento.

Chiarito che parli di apprendimento in un senso ampio e non necessariamente scolastico - caso mai: anche scolastico -, mi domando come un apprendimento significativo sia possibile; e quindi come rendere significativo un apprendimento.

Vi è la tendenza a privilegiare una dimensione della significatività enfatizzando la soggettività, o l'oggettività. Apprendere unicamente ciò che è significativo per me. Oppure apprendere solo ciò che è significativo in sé.

Queste due dimensioni sono in antitesi fra loro, e infatti sembrano alternarsi come certe figurine di legno legate fra loro da un meccanismo per cui l'avanzata di una è collegata all'arretramento dell'altra. L'esaltazione delle soggettività è anche sottolineatura della motivazione individuale come fondamentale ragione dell'apprendimento. In questa interpretazione, chi insegna si rapporta esclusivamente alla dimensione del singolo che apprende. Al di là delle intenzioni, buone, vi è una riduzione nell'orizzonte alla relazione duale, con rischi di psicologismo nell'insegnamento - apprendimento, ma con rischi maggiori circa la riduzione narcisistica della realtà e della sua esplorazione. Se interrogo l'universo unicamente per ciò che io stesso ritengo significativo, implicitamente escludo ogni ragione che possa giungere da altri soggetti.

Da questa prospettiva esclusivamente soggettiva può scaturire una posizione che considero paradossale e contraddittoria. L'apprendimento sarebbe significativo in termini individuali; nello stesso tempo ogni individuo, come diversità singola, rappresenterebbe una garanzia di comunicazione, grazie al noto assioma secondo cui comunichiamo in virtù delle differenze, e non vi sarebbe comunicazione possibile se non vi fossero le differenze. Questo è un'assioma, e cioè un'affermazione che è talmente vera da non necessitare di prove dimostrative. Ma l'assunzione delle comunicazioni come elemento che valorizza le differenze non mi convince, perché non dice, non può dire nulla sulla qualità e quindi sui contenuti della comunicazione. Che il mezzo comunicativo sia messaggio è un altro assioma, questa volta d'autore (Mc Luhan): va interpretata come rischio riduttivo. Se il messaggio si riduce al mezzo (e non: è anche il mezzo), la comunicazione può diventare una scatola vuota.

Allora è bene domandarsi se la grande celebrazione della comunicazione possa lì per sé bastare a rendere significativo ogni evento comunicativo. E'una domanda falsamente ingenua. Con molta più furbizia tautologica, le tecniche ed i tecnici della comunicazione si adoperano perché un evento comunicativo sia certamente significativo proprio perché è tale, cioè è fabbricato come tale.

La coppia - costituita dall'assoluta soggettività significativa e dall'assoluta possibilità comunicativa garantita dalla pluralità differenziata dai soggetti - produce un danno ecologico di proporzioni considerevoli. Anche l'assoluta oggettività della significatività (o della significanza, se si preferisce) è dannosa. Posso essere più che convinto del significato oggettivo dell'apprendere a mangiare. Ma questo non basta a far superare una condizione di anoressia attraverso l'alimentazione forzata. Questo può costituire una risorsa per superare una drammatica fase di emergenza.

Ma non è la modalità che in sé favorisce l'apprendimento dell'alimentazione.

Tuttavia vi è qualcosa di utile sia nella significatività soggettiva che in quella oggettiva. Ciascuna deve scrollarsi di dosso la pretesa di rappresentare un valore assoluto ed autosufficiente.

Non è sensato che io consideri significativo unicamente ciò che è tale per me. E' bene che io apprenda anche ciò che è significativo per altri. In questa prospettiva possono essere ricordati educatori ed educatrici. Cito solo Lorenzo Milani, che non ha mai considerato con troppa benevolenza gli atteggiamenti preoccupati eccessivamente dello stato emotivo di chi apprende e non del progetto. Progettare vuol dire prendere in seria considerazione ciò che è significativo per gli altri. Don Milani ha impegnato le sue energie di educatore sulle parole. E sulle parole, e non solo, lavorò Frainet.

Anche Paulo Freire che potrebbe essere considerato come l'educatore che indica con maggiore forza la necessità di superare la significatività soggettiva senza dimenticarla a favore di quella oggettiva. Paulo Freire è morto a San Paulo il 2 maggio 1997, all'età di 76 anni. I giornali italiani hanno taciuto questo lutto. E i giornali italiani sono molto occupati dalle notizie e dai molti commenti sul come si comunica; pochissimo su cosa si comunica. E' quindi una conseguenza logica che una tale informazione, che per di più riguardava una tale personalità scientifica e culturale, non apparisse. Il narcisismo di cui è imbevuta gravemente la stampa e la televisione italiana riflette - purtroppo - un'analoga condizione di una società.

Per questo, l'educazione alla diversità - in una prospettiva ecologica - è tanto necessaria quanto difficile ed impegnativa.

E per questo è necessario cercare di individuare le ragioni profonde della diversità e della sua importanza per il futuro del mondo.

Perché il mondo ha bisogno di diversità

Hans Jones - il filosofo tedesco de Il principio responsabilità - ha affrontato il tema del rapporto fra etica e tecnologia moderna. La tecnologia attuale ha effetti a lungo termine, e nello stesso tempo esige da parte del soggetto umano poca energia, poca fatica fisica ed anche cerebrale. L'effetto a lungo termine può produrre un processo dal bene immediato al male risultante dall'accumulo, del "troppo".

Un'altra caratteristica della tecnologia moderna, secondo Jones, è l'inevitabilità dell'applicazione. E questo perché una società come la nostra "ha basato l'intera organizzazione della sua vita, sia nel lavoro che nel tempo libero, sulla continua attualizzazione del suo potenziale tecnologico coordinandone le singole parti" (H. Jones, Tecnica, medicina ed etica. Prassi del principio responsabilità, Einaudi, Torino, 1997, p. 29; ediz. originale 1985). Questa impostazione trasforma le possibilità, e quindi le differenze, in coazione, in obbligo indotto a comportamenti previsti. Jonas considera questi comportamenti indotti assimilati a ciò che davvero è necessario, come lo è il respirare: non è una possibilità tra le altre. Allo stesso modo può venir percepito l'adeguamento tecnologico.

Oltre alle proporzioni globali nello spazio e nel tempo, che l'etica deve assumere in relazione alla tecnologia moderna, secondo Jones è necessario ripensare e superare l'antropocentrismo. E questo è, per la presente riflessione, un punto fondamentale.

"... se lo si intende in modo corretto, l'includere nel bene dell'uomo l'esistenza della verità in quanto tale, e di conseguenza il far rientrare fra i doveri dell'uomo la sua conservazione, va al di là di qualsiasi punto di vista antropocentrico e orientato all'utile. Questa visione ampliata collega il bene dell'uomo al problema della vita nel suo complesso, anziché contrapporlo a essa in modo ostile, e concede alla vita extraumana il suo proprio diritto" (idem, p. 32).

Accosto alle parole di Hans Jones questa riflessione, che dovrebbe essere approfondita: in Europa, all'inizio della diffusione della tecnologia applicata alla produzione e al lavoro come alla vita quotidiana, vi fu un interesse culturale e scientifico per le diversità e le varietà umane. E' l'interesse per le altre culture. Ed è l'interesse per chi ha una condizione ed esigenze particolari - quelli che oggi chiamiamo handicappati -.

Le parole di Jones contengono le ragioni, da approfondire continuamente, che sostengono la necessità delle diversità. Schematicamente possiamo dire che in epoche pretecnologiche, tale varietà era assicurata dai processi naturali spontanei. Con la tecnologia moderna, il soggetto umano ha un eccesso di potere; e questo dovrebbe imporgli il dovere di una responsabilità cosmica. Pensare in termini che ho definito narcisistici, badando a un utile individuale, è oggi estremamente pericoloso. Abbiamo bisogno delle diversità, e abbiamo bisogno di apprendere a rapportarci ad una realtà plurale, diversificata. E questo è di una importanza vitale.

Pubblicato su HP:
1997/57
Parole chiave:
Cultura, Mondo e Terzo Mondo