La diversità è glamour…o no?

01/01/2003 - Valeria Alpi

“Sii quello che vuoi sembrare che sei. Oppure, per dirlo più semplicemente: non immaginare mai né d’essere diversa da quello che può sembrare agli altri che tu sia o possa essere stata o potresti diventare; né diversa da quella che avresti dovuto essere per apparire agli altri diversa”, dice la Duchessa, uno dei personaggi che popolano il Paese delle Meraviglie, ad Alice, nel famoso libro di Lewis Carroll. Alice fatica a trovare una morale in questa frase, perché essa ha qualcosa di simile al paradosso, intendendo per paradosso una situazione davanti alla quale il cervello si “smarrisce” all’interno dei giochi linguistici e figurativi. La stessa sensazione di smarrimento, di situazione paradossale, che tra l’altro si inserisce perfettamente nei concetti di essere, apparire, voler essere e dover apparire, l’hanno provata i lettori di “Panorama” il 26 giugno 2003, quando il noto settimanale italiano ha dedicato la copertina e un lungo servizio giornalistico e fotografico all’elogio della diversità, in occasione dell’Anno Europeo delle persone disabili. Nei giorni seguenti alla pubblicazione, cori di protesta hanno fatto il giro di Internet, inserendosi in quasi tutti i newsgroup e forum che trattano di disabilità. In luglio, poi, le stesse lettere che sono circolate nella Rete sono state riprese in toto da alcuni settimanali cartacei, ad esempio da “Vita”, uno dei magazines del non profit più famosi e attendibili, aggiungendo titoli “ad effetto” per rimarcare addirittura lo “scandalo” di un reportage come quello di “Panorama”. Ma uno degli elementi paradossali risiede nel fatto che le proteste non sono giunte dai lettori diciamo normodotati, bensì dai lettori disabili e dalle associazioni che si occupano di disabilità. Che cosa non ha funzionato, allora, nel tipo di informazione sociale proposto da “Panorama”? Innanzitutto, probabilmente, esiste un errore temporale. Il pezzo giornalistico è stato scritto da una giornalista italiana, Stella Pende, ma le foto che accompagnano il servizio e che sono la parte determinante, non le ha scattate Stella Pende, né qualche altro collaboratore di “Panorama”, né sono state pensate e realizzate per il servizio del settimanale.
Le foto sono frutto di due anni di lavoro di un celebre fotografo francese, Gérard Rancinan, che, insieme alla giornalista Virginie Luc, ha girato il mondo alla ricerca di “handicap” curiosi, strani, di uomini e donne che nonostante i gravi problemi e deformità dei loro corpi sono riusciti ad affermarsi come persone vincenti. Tutte le fotografie e i testi di questi due anni di esperienze verranno pubblicati in un libro che uscirà nel 2004 col titolo “In praise of difference” (in Italia: “Elogio della differenza”).
Quindi, anche se nel servizio di “Panorama” viene specificato che le foto sono di Rancinan e Luc, esse comunque appaiono decontestualizzate dalla funzione originale per la quale sono state scattate. Funzione che si capirà sicuramente meglio quando il libro sarà pronto. Ma si sa che i giornali tendono all’esclusiva, allo scoop, e queste immagini hanno ormai fatto il giro d’Europa. In luglio, servizi analoghi a quello di “Panorama” sono stati pubblicati nel supplemento spagnolo del quotidiano “El-Mundo” (“Magazine” n° 199 del 20 luglio 2003, col titolo discutibile di “Gli irrepetibili”) e in alcune riviste dei Paesi dell’Est. Ma procediamo. Un altro errore probabilmente commesso è di tipo estetico, e anche di conseguenza morale: se ci si pensa, infatti, ogni lingua conosce dei casi in cui la semantica estetica della bellezza e la semantica etica del bene passano furtivamente l’una nell’altra (si pensi ad esempio al kalòs kai agathòs greco, cioè l’ideale supremo di uomo buono e valoroso, dove buono però è espresso con l’aggettivo kalòs, cioè bello). Queste foto sono indubbiamente belle: Rancinan non è celebre per caso, e basta guardare il suo sito Internet personale (www.rancinan.com) e il suo portfolio online per avere un’idea della sua qualità (tra l’altro nel sito si possono vedere anche le foto in questione). Inoltre, aspetto che non è stato preso in considerazione né da “Panorama” né dalle critiche che sono seguite, Rancinan e Luc nella loro carriera hanno sempre teso in qualche modo alla spettacolarizzazione. Le loro foto, cioè, non sono mai neutrali, non mirano alla documentazione, di solito tendono a colpire. Ecco allora impresse nell’obiettivo immagini di uomini e donne focomelici, uomini e donne amputati, sorelle siamesi, nani, giganti, un uomo “lupo” a causa della ipertricosi congenita, un uomo di colore diventato bianco a causa della vitiligine su tutto il corpo, una ragazza orientale albina, la “donna cannone” dal peso di 250 chili, la “donna barbuta”, l’ermafrodito… Freaks, “scherzi di natura”, personaggi da circo Barnum. E anche persone in qualche modo “mostruose”, intendendo monstrum nella sua etimologia latina, cioè mostro ma anche prodigio, portento (si pensi alle nostre espressioni “sei un mostro di bravura”, “quel bambino è un mostro in matematica”: anche qui etica ed estetica si mescolano). Inoltre il termine latino monstrum deriva dal tema di monere: avvisare, ammonire. Il mostro, nel significato originario, è l’apparire, il manifestarsi, il mostrarsi improvviso di qualcosa di straordinario, di divino, che viola la natura e che è un ammonimento e un avvertimento per l’uomo. Le foto di Rancinan allora ci sorprendono, ci incuriosiscono, ci disgustano forse, e rimettono in discussione alcuni valori della nostra cultura, perché ciò che spaventa e attrae nella mostruosità non è la diversità ma la identicità. Nel senso che queste persone che sembrano sfidarci con le loro fotografie appaiono e sono molto più simili a noi di quanto potessimo immaginare. Perciò sembra paradossale che ci siano foto che mirano alla ricerca del bello in persone con deficit così particolari. Ma dov’è il problema, dov’è il paradosso? Sono le foto ad essere “ingiuste” perché eticamente sbagliate, oppure è il nostro sguardo che non sa che decisione prendere, che non sa – come se dovesse decidere in modo manicheo – se è un bene lasciarsi andare a un po’ di voyeurismo e cercare di vedere (e magari comprendere) la diversità?

Infine, il terzo errore è sicuramente contenutistico. Innanzitutto, in più parti dell’articolo e nei titoli, l’Anno Europeo delle persone disabili viene chiamato Anno “dell’handicappato”. Chi lavora per una cultura civile della disabilità sa quanti sforzi sono stati fatti per passare dal termine “handicappato” a disabile, e quindi non è un caso che l’Unione Europea abbia usato per il 2003 la parola disabile. Le parole, spesso e purtroppo, si portano con loro tutto un substrato di connotazioni culturali (nel caso di “handicappato” negative), quindi è necessario farvi una certa attenzione. Nella lettera che Franco Bomprezzi, noto giornalista disabile, ha mandato ai giornali per criticare “Panorama” si legge che il tema della disabilità richiede competenza, umiltà, consapevolezza e rispetto. Cose che Stella Pende sembra essersi dimenticata, almeno a detta dei più. “Penso di poter serenamente affermare – continua Bomprezzi – che si tratti del peggior servizio giornalistico mai pubblicato in Italia sul mondo della disabilità. E’ il concentrato più offensivo e dirompente di luoghi comuni, forzature lessicali, ignoranza piena della realtà in evoluzione […] Il paradosso, ipocrita e violentemente falso, è quello che ‘il mostro in prima pagina’ viene contemporaneamente affermato e negato. Ossia le immagini, di per sé non censurabili, anzi, in molti casi, sicuramente di grande efficacia, vengono decontestualizzate e sbattute in pagina senza un ragionamento culturale, senza una ‘mediazione’ fondamentale, se si vuole davvero raggiungere l’obiettivo di convincere la gente che anche una persona gravemente deforme può essere ‘vincente’. […] Mi domando come una giornalista di rango, come Stella Pende, non abbia sentito almeno qualche scrupolo, qualche barlume di curiosità intellettuale”. Come a dire: tu quoque, Stella Pende? In effetti il testo che accompagna le immagini risente in alcuni punti dei soliti tranelli in cui ricorre l’informazione sociale, cioè l’uso di toni pietistici e compassionevoli. Così ci si imbatte in frasi come “questa donna è bellissima, ma sua madre non ha mai voluto vederla”; “un negro sbiadito, schizzato di macchie nere come lapilli di una pestilenza che non si arrende”; “l’incredibile reportage fotografico è un abbraccio stretto a questi corpi mancati e ai loro difetti fisici”; “Anne (riferendosi a una ragazza amputata, oggi campionessa di nuoto) è bella, nuota come una sirena spezzata, ma è sempre armonica e guizzante”; “guardando la curva delle sue spalle sole (riferendosi a una donna focomelica) non senti nostalgia di braccia”; “molti fra questi esseri speciali sono uomini, donne o addirittura ragazzi di successo” (come se fosse stupefacente che degli “esseri” siano “anche” persone); “quel ragazzo cancellato nel corpo, ma travolgente nei desideri”; “in Italia ci sono tre milioni di handicappati, tre milioni di ombre compiante ma non considerate”… Insomma, la retorica è sempre dietro l’angolo, ma quello che rende il servizio non perfetto è la confusione. Nel senso che a metà dell’articolo la giornalista inizia a raccontare storie di altre persone disabili che lei ha conosciuto ma che non c’entrano nulla con i soggetti di Rancinan, come se volesse partire da Rancinan per poi ragionare su tematiche più ampie, ma accennando solo, con la velocità di Speedy Gonzales, al discorso delle barriere architettoniche o degli insegnanti di sostegno. “Parlare di ‘ombre compiante’, mostrare enormi deformità ed accennare solo accidentalmente ai temi dell’Anno Europeo, offende pesantemente le centinaia di migliaia di persone con disabilità e le loro famiglie, che contribuiscono quotidianamente al benessere collettivo, ad immaginare e realizzare una società basata sulla tolleranza e ad evitare impulsi estremi di autoghettizzazione” ha scritto Pietro Vittorio Barbieri, presidente della FISH (Federazione italiana per il superamento dell’handicap) al direttore di “Panorama”. “Questa non è informazione sociale, non è così che si colma la distanza tra ‘normali’ e ‘diversi’” aggiungono i giornalisti disabili dell’agenzia di stampa “Hpress” in un’altra lettera al direttore. Più che altro, aggiungiamo noi, si è creata anche confusione tra disabilità e diversità. Queste persone non hanno disabilità tradizionali, paradossalmente sono diverse anche tra i diversi. Eppure esistono, vivono, producono, consumano, hanno scambi sociali e hanno il sacro diritto ad essere visibili. Nello stesso tempo, la disabilità non è tutta lì e quindi sicuramente il servizio che vorrebbe essere rappresentativo dell’Anno Europeo è decisamente incompleto e inadeguato.

Di una cosa però sono quasi sicura: se il servizio di Stella Pende fosse stato solo un testo, senza l’accompagnamento di foto così insolite, non avrebbe probabilmente ricevuto le stesse critiche. Pur non essendo l’emblema della perfetta informazione sociale, sarebbe passato comunque più inosservato. Le immagini (e anche un certo modo di presentare le immagini da parte di “Panorama”) hanno invece focalizzato l’attenzione su tutti gli aspetti del contesto. E pensare che, sempre restando in tema di paradossi, le immagini non parlano da sole. L’immagine fotografica è di solito un’immagine senza codice, o comunque con un codice molto debole. Di conseguenza è un’immagine polisemica, cioè può avere più significati a seconda della soggettività di chi la osserva e la interpreta. L’immagine ha bisogno del contesto affinché la sua interpretazione vada nel senso voluto dall’autore. Una fotografia contiene in sé una vera e propria affermazione visuale di una scelta, di una cultura, di uno stato d’animo… ma da sola non può connotare un messaggio. Eppure in questo caso le immagini hanno parlato, ancora di più delle parole della Pende. Si pensi anche alla campagna pubblicitaria del 1998 intitolata “I girasoli” e realizzata dal fotografo Oliviero Toscani per l’azienda di vestiti Benetton: bambini down e ragazzi con deficit psichici furono ritratti con i loro operatori normodotati in un’esplosione di colori, sorrisi e allegria, griffati ovviamente Benetton. Scattarono subito le polemiche delle associazioni di categoria: lo scandalo era l’aver abusato della disabilità per vendere più magliette. Non si pose mai la questione di come furono realizzate le foto, se questi bambini e ragazzi si divertirono, se si instaurarono belle relazioni sociali. Le immagini (senza contesto) bastarono per scardinare certi stereotipi e per preoccuparsene. Personalmente, la campagna “I girasoli” mi piacque molto, così come mi piace – a questo punto posso anche ammetterlo – il servizio di “Panorama”. Con tutti i difetti e le imperfezioni giornalistiche che ha, mi piace nella misura in cui mi pare rispecchi ciò che questi soggetti fotografati da Rancinan vogliono: cioè essere guardati. Si tratta di persone così lontane da quella che comunemente è chiamata normalità, che sono comunque guardate sempre e da tutti, appena escono di casa. Anziché nascondersi, hanno scelto di mettersi in mostra in tutte le manifestazioni della loro vita, scegliendo mestieri che li portano a contatto col pubblico e con la visibilità. Pascal Kleiman, nato senza braccia, è uno dei dj più famosi di Francia e viene chiamato in parecchi locali e discoteche. Anne Cécile Lequien, che ha subito amputazioni alle braccia e a una gamba, nuota e vince davanti a tutti e in costume da bagno alle Paraolimpiadi. Deb Teighlor fa la modella nonostante i suoi 250 chili. Una delle due gemelle siamesi fa la cantante country. Jennifer Miller, la donna con la barba, oltre a insegnare all’Università, si è già mostrata nuda in diversi giornali. Alison Lapper, nata senza braccia e con le gambe più corte, è oggi un’artista di talento e basta una semplice ricerca in Internet per scovare il suo sito personale (www.alisonlapper.com) dove si trovano molte foto artistiche di lei nuda, alcune anche in compagnia di suo figlio. Sono persone abituate quindi a mostrarsi e che hanno fatto della visibilità la loro vittoria sui deficit. Guardiamo, allora, non c’è niente di male (almeno in questo caso). E intanto auguriamoci che l’Anno Europeo delle persone disabili non produca solo servizi poco esaustivi e polemiche circolari.

Parole chiave:
Comunicazione, Creatività, Cultura