La diversabilità che piace. O può piacere

29/06/2011 - Alessandra Pederzoli

Giunto ormai al terzo appuntamento lo Spazio Calamaio dedicato ai laboratori che hanno impegnato la mattina del 24 novembre, secondo dei due giorni di convegno “Storie di Calamai e di altre creature straordinarie: disabili come educatori nell’esperienza di integrazione a scuola”, in occasione del ventennale del Progetto Calamaio a Bologna. Tra gli altri uno di questi laboratori è stato dedicato al mondo dell’informazione e comunicazione con il titolo “Camerini, trucchi di scena: la diversabilità che piace”, condotto da Claudio Imprudente, Flavia Corradetti e Alessandra Pederzoli con la partecipazione di Nelson Bova, giornalista del Tg3 regionale, ideatore e curatore della rubrica “Abilhandicap” diventata poi “Società solidale”.
Sul filo dei contenuti che hanno accompagnato i momenti di animazione e riflessione su vent’anni di attività nella scuola e nelle realtà associative, anche il laboratorio sulla comunicazione, uno dei momenti di approfondimento tematico, ha guardato il rapporto tra mass media e disabilità sempre nell’ottica di favorire l’affermarsi di un atteggiamento culturale capace di vedere la persona disabile non come oggetto passivo di assistenza ma come soggetto attivo nella società e nella storia, promotore di cultura e cambiamenti.
Questo ha significato prendere in esame una situazione esistente e smembrarla non per coglierne le negatività e le carenze, ma piuttosto per mettere in atto una selezione e un approfondimento che invece andasse a vedere quegli esempi positivi, scoprirne i punti di forza e le strategie. Da qui la scelta di coinvolgere anche Nelson Bova che da anni lavora nel settore delle comunicazioni di massa, e che ha ideato la rubrica che fino a poco tempo fa aveva cadenza settimanale (prima il sabato poi il martedì), “Abilhandicap”, di cui oltre a essere ideatore è stato anche curatore. Una figura che ha aiutato nell’analisi di alcune dinamiche che hanno caratterizzato, e tuttora caratterizzano, questo difficile e ancora problematico rapporto tra media e disabilità.

Ma io sono bello o sono brutto?
Un inizio di laboratorio, se vogliamo, non tradizionale: la proiezione di uno spezzone video in cui i due comici di Zelig, Ale e Franz, seduti sul loro palcoscenico e non sulla solita panchina, discutono sul significato della parola diversabile, tentando ironiche definizioni per concludere rilanciando la palla a chi per primo l’ha lanciata, chiedendo a Claudio: “Ma… Claudio… per te noi siamo belli o siamo brutti?”.
Una battuta che provoca un rovesciamento di medaglia. Dopo aver condotto una gag in cui i contenuti ruotavano intorno al significato di un termine riservato a una categoria di persone, i due comici con una semplice domanda si includono nella categoria e probabilmente generano una confusione tra chi deve stare dentro e chi deve stare fuori: quel ribaltamento che provoca il sorriso.
Claudio Imprudente coglie la provocazione e, rispondendo, accoglie i partecipanti al laboratorio e introduce, in poche parole, i contenuti della mattinata. Un titolo enigmatico, da un lato, che non lascia bene intendere a quale obiettivo voglia tendere. E allora una domanda può aiutare per essere meglio introdotti nel vivo del laboratorio: come può piacere la diversabilità?
Già, perché se qualcosa diventa oggetto di una comunicazione di massa, deve essere interessante quindi, in modo più riduttivo, deve “piacere”; oppure deve fare notizia per rientrare in quei contenitori che fanno più specificatamente informazione. Ale e Franz hanno portato un esempio che rientra probabilmente più nel primo caso, Nelson Bova porta esempi della seconda specie, evidentemente.
Quindi questa disabilità per piacere, ed essere interessante, deve allargarsi per generare un ribaltamento di prospettiva. In modo un po’ diverso e con modalità certamente più giornalistiche, ma non troppo, anche il contributo portato da Bova va in questa direzione.

Mettersi nei panni di
Un altro video. Questa volta è Vito il protagonista della puntata di “Abilhandicap”: uno spazio non dedicato a raccontare grandi imprese di persone disabili o appuntamenti particolari che coinvolgono associazioni, istituzioni o quant’altro ci si aspetta sia oggetto di una rubrica di tipo giornalistico. È Vito che si siede su una carrozzina per entrare in un appartamento che finge essere casa della figlia studentessa universitaria. La ragazza saluta il padre e va a lezione, lasciando a lui in carrozzina il compito di preparare il pranzo. All’uscita della ragazza, Vito incontra tutte le difficoltà che questo ambiente domestico impone e vi si scontra. Altezza dei pensili della cucina, difficoltà a inserirsi al di sotto del piano di cottura, impossibilità di spostare la pentola dal fuoco al lavello… Insomma questo padre non riesce a cuocere nemmeno un piatto di pasta. E la puntata finisce su un primo piano dell’attore.
Non occorre aggiungere molte parole di commento e la “scenetta” di questo padre in carrozzina può bastare da sé a comunicare contenuti al largo pubblico che, in questo caso, è quello della televisione.
Un esempio di televisione certamente positiva perché mette in atto una delle strategie vincenti per parlare di disabilità: il “mettersi nei panni di”. Il vivere la condizione della disabilità e mostrarla con gli occhi di chi non la vive nella propria quotidianità: Vito solo sedendosi sulla carrozzina può riconoscere quegli ostacoli che invece fanno parte in pieno della vita di tutti i giorni della persona disabile e, così facendo li rimanda al pubblico. I telespettatori, per la maggioranza, si identificano con Vito che disabile non è e con lui vivono quel processo di immedesimazione. Probabilmente se a dover cucinare quel piatto di pasta fosse un disabile “vero”, il messaggio non passerebbe nello stesso modo e con la stessa efficacia.

Racconti di vita?
Bova va a avanti e sceglie espressamente di mostrare come anche questa strategia sia il frutto di anni di lavoro e di un percorso compiuto anche dai media per riscoprire un modo per comunicare la disabilità. Lo fa mostrando una delle prime puntate della sua rubrica e va indietro negli anni. È il racconto di una giornata trascorsa a casa di una persona disabile: una disabilità acquisita raccontata attraverso le immagini e il racconto del protagonista accompagnato dalla moglie. Il taglio assolutamente diverso, quello dell’intervista e del racconto di vita: certamente capace di mostrare una situazione al pubblico ma con tutti i limiti che il “racconto di vita” porta con sé. Quello che vediamo nella puntata, ben fatta e priva di toni pietistici o buonisti, è la condizione di questa persona. Quasi un “problema suo”. Non diventa interessante proprio perché manca la possibilità del pubblico di identificarsi con questo racconto. Rimane solo un racconto.
Un modo per facilitare questa identificazione del pubblico può essere anche il mostrare un problema non come un problema di pochi ma come una questione che riguarda tutti. Le barriere architettoniche, per esempio, se mostrate come un ostacolo per la persona disabile rimane un problema di una cerchia ristretta di persone, se mostrate invece come un potenziale appesantimento della vita di tutti, certamente diventano interessanti per tutti. Sempre nell’ottica che la vita facilitata alla persona disabile è una vita più facile e qualitativamente migliore per tutti.

Ostacoli fisici e ostacoli nella relazione
Un viaggio alla ricerca di barriere non di carattere materiale è quello mostrato con gli spezzoni tratti da una puntata di Screensaver, trasmissione di Rai3 ideata e condotta da Federico Taddia, andata in onda il 5 dicembre 2003 a chiusura dell’anno Europeo delle Persone con Disabilità. Anche qui non si racconta la vita di nessuno e non si denunciano diritti negati o barriere alla vita quotidiana. Ma si mostra una giornata vissuta a Bologna con le telecamere nascoste, in cui si è andati cercando l’incontro delle persone con la disabilità. L’incontro diretto: provare un paio di scarpe, prenotare un pranzo di nozze, comperare le fedi, intervistare adolescenti con domande provocatorie per stimolare la loro creatività. Le barriere eventualmente mostrate sono di tipo culturale e mostrano talvolta una difficoltà che, in tutti questi casi, non è della persona disabile ma di chi invece è chiamato a mettersi in relazione con lei.
Ancora una volta si mostra una prospettiva rovesciata: è l’imbarazzo della commessa che deve inginocchiarsi a mettere un paio di scarpe a Claudio in carrozzina, è la difficoltà del ragazzo che deve decidere se quella di Claudio sia una sfida o una “sfiga”, a essere oggetto di questa comunicazione che arriva sullo schermo.
Una chiusura di laboratorio che, guardando al lavoro compiuto e a quanto mostrato e commentato, riassume sinteticamente alcuni punti forti di una comunicazione sulla disabilità che sia vincente e soprattutto efficace. Nessun diritto da rivendicare, nessuna arrabbiatura o tristezza di una vita riservata a pochi. Una disabilità che non è da pensarsi sempre e necessariamente come un oggetto di comunicazione, non “un parlare di”, ma come un punto di vista da cui guardare il mondo, un “parlare attraverso”. E questo vale per le immagini, le parole, le musiche e i colori. Di qualunque comunicazione si parli, sia essa di massa ma anche no.
 

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Cultura