La disabilità è una brutta copia? - Superabile, giugno 2009 - 1

26/03/2010 - Claudio Imprudente

C’è una domanda che mi frulla in testa da tanto tempo: “ma i disabili sono belli o brutti?”. Per risolverla, una volta, per la trasmissione “Screensaver”, ho girato tutta Bologna con la telecamera nascosta, curioso di sapere cosa ne pensassero i ragazzi che incontravo.
Questa domanda non ha poi così tanto senso, perché: cosa vuol dire bellezza? E cosa abbiamo in mente quando pensiamo alla bruttezza? Siete sicuri che le idee a riguardo siano ben definite per tutti? Esistono una bellezza “vera” ed una “falsa”? Roberto Ghezzo, che lavora con me al Centro Documentazione Handicap ed è laureato in filosofia, ha detto più volte che l’uomo tende a considerare bello ciò che si caratterizza per originalità e integrità e brutto quello che a lui sembra una copia (imperfetta) dell’originale. E se il disabile è una “copia mal riuscita”…
La questione ruoterebbe, allora, attorno al concetto di vero (l’originale) e falso (la copia).
Ma a me è sempre sembrata vera, ed estremamente umana, una cosa, ovvero che, se ci è impossibile tradurre il “falso” nel “vero”, possiamo invece tradurre ciò che ci è estraneo in ciò che ci è proprio.
Perché su questo “terreno” umano è possibile lavorare: le estraneità alle cose sono in realtà apparenti, modificabili; alle cose estranee ci si può educare, si può convertirle in proprie. E’ ciò che si considera falso che difficilmente si può assumere partendo da un’idea di verità, è ad esso che ci è difficile riconoscere una parte di questa verità.
Il discorso sulla disabilità e le abilità diverse può essere affrontato come questione culturale proprio perché non riguarda un problema di verità e falsità, intraducibili l’una nell’altra, ma di ricerca di un terreno comune. Che poi in fondo non è che il riconoscere la diversità che caratterizza ogni manifestazione della vita, delle cose esistenti. Di più, riconoscere la necessità della diversità perché le cose siano vive e possano esistere.
Infatti il discorso sulla disabilità riguarda ciò che ci sembra estraneo, ma non lo è, riguarda l’apparente estraneità e la reale partecipazione attorno ad alcuni aspetti: i limiti, le abilità diverse, ecc…
Riguarda cioè argomenti su cui può avvenire uno scambio comunicativo.
La comunicazione, e la cultura più in generale e la bellezza, quindi, non sono il terreno dello scontro tra certezze, ma del confronto e dell’intreccio tra possibilità.
Senza negarle, dovremmo riconoscere la necessità e l’irriducibile presenza delle differenze e delle ambiguità come parte del tutto, come costituenti ogni cosa. Non possiamo scegliere tra luce e ombra, razionalità e irrazionalità, bellezza e bruttezza. L’ordine non nasce dall’esclusione e dalla selezione, a meno che non se ne voglia coltivare un’idea limitante e riduttiva.
Tornando alle interviste per “Screensaver”, alla domanda “ma io, secondo voi, sono bello o brutto?”, una ragazzina mi ha dato la risposta che mi è piaciuta di più: “ma sai…sei un tipo”. Niente male, no? E voi cosa ne pensate? I disabili sono belli o brutti? E soprattutto, esiste una bellezza più vera di un’altra? Argomentate, scrivendo, come sempre, a claudio@accaparlante.it o cercando il mio profilo su Facebook.
Claudio Imprudente

 

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Testimonianze-Esperienze