La cultura delle immagini

01/01/1995 - Cesare Padovani

Sessualità, affettività e comunicazione, tre termini che riguardano intimità vissute e non ripetibili. Rispetto alla "scelta sessuale" occorrono coordinate antropologiche oltre che psicologiche; senza conoscere ciò che ci precede infatti non possiamo essere in grado di comprendere la nostra cultura e la nostra "scelta sessuale".

La scrittura di un vissuto non è solo mettere in bella copia il proprio pensiero, ma rappresenta l'attività con cui ci si determina mentre ci si esprime, per quella capacità di soffermarsi a riflettere, istoriare un sentimento e fissarlo nel tempo, nella memoria. Le lettere di Eloisa e Abelardo e le innumerevoli sublimazioni della nostra cultura sessuale sono chiari esempi ora di libertà nella costrizione ora di costrizione nella apparente libertà.
Eloisa e Abelardo, entrambi religiosi chiusi in un convento di clausura, hanno avuto in passato un amore pieno e completo; una volta lontani, non potendo più vivere fisicamente il loro amore, ne parlano attraverso le lettere.
Avendo alle spalle questo vissuto rendono ancora più concrete, nell'amore, le loro espressioni. Si tratta di amore autentico e non di sublimazione perché c'è stato un antefatto, poi una scelta (forse più dura per Eloisa e meno per Abelardo però c'è stata), cosicché la lettera, sussurro d'amore, diventa la continuazione di quel dialogo e non già cosa sostitutiva. Sarebbe sublimazione se i "ti amo", "ti voglio bene" fossero frasi senza l'amplesso, senza quell'organizzazione affettiva (precedente) che ha portato due corpi a perdersi in una sintonia di piacere-esplosione di pulsioni.
Che la cultura sia sinteticamente una produzione di sublimazioni è anche vero, ma di varia natura: o come rinuncia al proprio essere o come mutamento di una qualità dell'essere, per cui può sussistere, in alcuni casi, una sessualità senza organo sessuale. La nostra è una cultura ancora manichea su questi temi, sia in campo religioso che in campo laico, per cui separa la sessualità dalla esperienza del sesso.
Essa identifica spesso l'atto sessuale col puro piacere fisico (aspetto "idraulico" lo definisce Cooper), escludendo il rapporto di comunicazione; oppure la sessualità diventa talmente sfumata da identificarsi con il puro affetto. La madre che teneramente stringe al seno il figlio è pulsione letta come mero affetto e non come sessualità. Queste forme di paravento non rappresentano una forma di pudore, bensì una "piega culturale" che trova le sue radici laddove alcuni comportamenti sono divenuti per certi aspetti teatro e per altri vita quotidiana.

Il sesso e la vista

Tra il VI e il V secolo a.C. c'è stata questa spaccatura filosofica, che è diventata spaccatura comportamentale, per cui nell'Olimpo gli dei potevano fare tutto ciò che volevano, mentre nella polis alcune cose erano lecite e altre no. E le pulsioni si sono tradotte in desiderio di mito.
Occorre riflettere anche su queste epoche che ci hanno segnati, per rivisitare quelle nostre capacità organizzative, perdute, ora non certo spoglie di incrostazioni culturali: ad esempio il tatto, l'udito, l'olfatto, o l'epidermide... dove sono andati a finire, ormai quasi assenti dalla nostra cultura sessuale? Il sesso, ora, si promuove in funzione soprattutto della vista, come se la nostra maggiore pulsione erotica fosse provocata tramite l'occhio.
Ci dirigiamo precipitosamente verso la cultura dell'occhio, dove l'estetica si sublima nell'immagine e non nella pulsione del piacere. Estetica, dalla radice greca, significa capacità di provare, quindi provare sensazioni di piacere totali. La cultura mediterranea dando prerogativa all'organo della vista esalta un modello consacrato di bella forma, la forma armonica o simmetrica, come bella copia di una parte della totalità dell'essere.
Da questa deformazione concettuale deriva paradossalmente la cosiddetta deformazione percettiva che diventa deformazione comportamentale. Questa deformazione in termini fotografici si chiama "occhio di pesce". Ciò significa che (come per il bambino quando si accorge del non io) l'adulto mette a fuoco col suo occhio, ingrandendolo, (sia fisico che mentale) un particolare aspetto della realtà, quello che più gli interessa.
In linguistica si chiama sineddoche percettiva, che un tempo ha fatto parte, naturalmente, del vissuto magico del bambino. Si tratta, una volta radicatasi, di una vera e propria stenografia del comportamento.

Una società che non capisce le differenze

La nostra società, quindi, così com'è non è crudele, è logica e coerente alla sua impostazione, non può capire l'handicap perché non comprende le differenze, perché la sua condizione amorfa le impedisce la capacità di lettura proprio come struttura costituzionale. Le gerarchie del sociale e l'uso del sociale hanno confermato altrettante gerarchie di valori con i concetti di estetica ed i relativi modelli, (basta pensare ai mass-media e alle soluzioni per gli handicappati e per le devianze) per cui non è realistico aspettarsi risposte adeguate da questo agglomerato statico che ingoia tutto senza modificarsi, appellandosi alla già pronta gamma dei diritti.
Il diritto all'uguaglianza è diventato ormai simbolo di ipocrisia, mentre il diritto alla diversità è un concetto più strategico che capovolge il primo: io sono uguale a te nel diritto di essere diverso.
L'infinita varietà delle scelte sessuali anche delle persone emarginate è riconducibile a quegli unici modelli vigenti, perché unico e totale è il modello di cultura dominante da cui raramente e isolatamente partono prove alternative.
Risalendo all'epoca classica della cultura greca è possibile rintracciare il bivio dell'estetica. In Occidente ha prevalso una canonica della forma dove il buono è l'accettabile e quindi il prescelto, mentre in Oriente ha prevalso il piacere come unica finalità dove appunto la bontà e la bellezza diventano legittime conseguenze.
Le forme di solitudine sessuale e di solitudine affettiva partono nella maggior parte dei casi da questi presupposti inconsci di scelte preintenzionali. Chi rompe con questo modello, rompe anche con un modo di vita e con certi modelli economici culturali e comportamentali.
Allora, più capisci e accetti la diversità del diverso e più assapori la bellezza delle sue diversità e la possibilità rinnovatrice nell'atto d'amore.
La non apertura all'altro è la chiusura anche nei confronti di se stessi. Molti corpi sono bloccati e rigidi perché hanno paura di sentirsi e si aprono come fiori al primo sole quando donano il loro affetto amoroso. Sono le diversità dell'altro che fanno da specchio alla conoscenza di sé, e più ricca è la diversità dell'altro e più possibilità di ricchezza offre il tuo corpo che si apre in questo dialogo.

Pubblicato su HP:
1995/41
Parole chiave:
Cultura, Sessualità