La creatività divergente, detergente e... salvagente

06/07/2011 - Roberto Ghezzo

Eccoci finalmente al quarto appuntamento dello Spazio Calamaio dedicato ai laboratori realizzati durante il convegno “Storie di Calamai e di altre creature straordinarie: disabili come educatori nell’esperienza di integrazione a scuola”, in occasione del ventennale del Progetto Calamaio a Bologna.
Il mio laboratorio era dedicato alla creatività e il pensiero divergente, partendo dalla constatazione che il primo atto creativo alla base degli incontri che svolgiamo in classe è quello di scollegare il termine handicap dall’universo abituale nel quale lo troviamo inserito, sia attraverso una sua ridefinizione con l’aiuto di contesti diversi (come la fiaba e il gioco), sia attraverso lo specifico del Progetto Calamaio, ovvero l’incontro diretto con la persona con deficit, che si sperimenta in quanto animatore con disabilità e diversabilità.
Un giochino all’uopo, del quale per intrisa cattiveria non daremo la soluzione ma che è abbastanza celebre e che potrete trovare ad esempio nel libro Change di Watzlawick (edizioni Astrolabio), è il seguente:

. . .
. . .
. . .

connettere tutti i 9 punti con solo 4 linee rette senza staccare la penna dal foglio.

La difficoltà principale in questo gioco deriva dal fatto che questi 9 punti ci appaiono come un quadrato. In effetti noi vediamo un quadrato formato da 9 punti, non vediamo i 9 punti presi singolarmente. La percezione del problema, l’immagine che ce ne facciamo già inficia profondamente il nostro tentativo di trovare una soluzione. Prendiamo questo quadrato di 9 punti come una metafora dell’handicap: se cercheremo di superare o risolvere questo problema tracciando linee all’interno del quadrato (come ci porta il nostro naturale modo di pensare) non riusciremo mai a trovare la soluzione. La parola handicap è una parola impoverita perché collegata troppo spesso solo a se stessa (ai disabili, ai loro famigliari, agli operatori del settore, all’insegnante di sostegno, ecc.). È una parola povera di vita perché collegata quasi esclusivamente a un sapere tecnico, scientifico, specifico (medico, pedagogico, psicologico, ecc.). L’unico modo di risolvere il problema dei 9 punti è di uscire dal quadrato, scoprire che in effetti non abbiamo di fronte un quadrato ma solo 9 punti, scoprire che il quadrato è solo un modo di vedere i 9 punti.
Una volta abbiamo proposto il problema dei 9 punti in una scuola media e una ragazza ha detto: “Forse per risolverlo bisogna fare perno sui punti immaginari!” e subito dopo ha risolto il problema. È proprio qui il segreto, fare perno su punti immaginari esterni al quadrato, sforzarsi di immaginare questi punti, produrre una nuova immagine di handicap. Fare cioè perno sulla nostra creatività, perché una caratteristica essenziale dell’atto creativo è proprio quella di uscire dagli schemi cui il pensiero abitudinario ci imbriglia.
La soluzione è data dal muovere le linee partendo dal quadrato ma uscendone, ad esempio scoprendo che la parola handicap ha molto a che fare con lo sport, anzi nasce proprio come parola sportiva (pare che la mano–hand sul berretto–cap fosse il modo di dare uno svantaggio a un fantino più vincente degli altri). Se facciamo attenzione, si scopre così che ogni gioco al suo interno ha un handicap, una difficoltà, che è conseguente al nostro rapporto con le regole del gioco.
La creatività quindi sta tutta nel definire nuove regole, adattandole ai limiti delle persone, che rendano possibile l’obiettivo-fine di ogni attività ludica, ovvero giocare divertendosi. Nei laboratori dove proponiamo il giochino dei 9 punti, quando dopo alcuni minuti tutti sono già alle prese con la ricerca spasmodica della soluzione, le scarabocchiature e lo stress, il conduttore dell’animazione propone: “Volete un aiutino?”. Molti dicono di sì ma molti dicono di no… Ragionare sul perché accade questo è molto importante. Molti non vogliono essere aiutati perché non sarebbe più divertente, vogliono farcela da soli, sentono cioè che possono farcela e che saranno ricompensati dalla soddisfazione di aver superato la difficoltà, cioè l’handicap, in cui consiste il sale di questo gioco, come quello di tutti i giochi. Non esistono infatti giochi che non abbiano una qualche difficoltà-handicap al loro interno. Nel calcio, ad esempio, la porta non è larga trenta metri (sarebbe troppo facile mettere la palla dentro, ci sarebbe troppo poco handicap) e nemmeno è di un metro, difesa magari da due portieri (sarebbe troppo difficile metterla dentro, ci sarebbe troppo handicap). L’handicap è come il sale per la minestra: senza non avrebbe sapore, troppo la renderebbe immangiabile. Il segreto è dosare il sale, dosare la difficoltà, dosare l’handicap: solo così possiamo giocare divertendoci. Il divertimento nasce da un equilibrio tra successi e insuccessi, tra difficoltà e superamento della difficoltà. Il divertimento nasce nello spazio compreso tra due momenti di un ipotetico segmento, in cui a un capo sta “troppo handicap” e dall’altro “pochissimo handicap”: nel primo caso non possiamo giocare, nel secondo non ha senso giocare. Nel primo caso, troppo handicap, la difficoltà impedisce lo scopo stesso del gioco (nel calcio è metter la palla dentro e quindi, con una porta larga un metro e due portieri, tutte le partite probabilmente finirebbero in parità!). Nel secondo caso, pochissimo handicap, sarebbe troppo facile raggiungere l’obiettivo del gioco e quindi non ci sarebbe divertimento (con una porta larga 30 metri, tutti farebbero gol a ogni tiro, e di conseguenza la partita sarebbe continuamente interrotta dalla ripresa del gioco a metà campo, non si potrebbe capire il valore né dei portieri né dei giocatori, e in definitiva il risultato finale della partita dipenderebbe più dalla casualità che dal valore delle due squadre in campo).
In questo senso la parola handicap ha due accezioni: una negativa e l’altra positiva. La negativa è quella per cui l’handicap è sostanzialmente lo svantaggio causato dalla presenza di un deficit che rende più difficile il rapporto con l’ambiente: in questo senso l’handicap va ridotto, bisogna lavorare per diminuirlo. Ad esempio, le barriere architettoniche vanno abbattute, il che tra l’altro, crea un mondo più a misura per tutti, perché le persone a ridotta mobilità che si troverebbero avvantaggiate da un ascensore largo o un bagno accessibile, non sono solo quelle con deficit, ma anche le persone anziane, le mamme con il passeggino, il manager con la valigia da viaggio, ecc.
Nella seconda accezione, invece, scopriamo che l’handicap ha anche una dimensione positiva se riusciamo a creare un sistema di regole di gioco per cui sia possibile divertirsi. Se si gioca e non ci si diverte, qualcosa non va… Magari basterebbe ridefinire le regole che non sono adeguate e non pensare che siamo noi a non essere adeguati.
Diversità e divertimento
hanno la stessa radice latina, devertere, cioè percorrere altre strade, volgere lo sguardo altrove: questa concezione di handicap, per cui lo consideriamo essenziale al divertimento, ci porta al centro quindi del pensiero divergente, ovvero del pensiero creativo. Ecco perché l’handicap in sé, come il sale in sé, non è il punto da mettere a fuoco, non è un alimento, non ci interessa, ma è invece essenziale nel suo essere in rapporto con le regole di ogni gioco. Condividiamo cioè la percezione dei più che non si interessano all’handicap in quanto tale. È giusto così. Ma invece di lamentarsi di questo e di operare con il pensiero convergente proponendo spazi dove si parla in termini medici e specialistici del mondo dell’handicap, invece di proporre l’ennesimo spazio chiuso, l’ennesima giornata del disabile, l’operazione più creativa che possiamo fare è smarcarci da questo ricadere nel quadrato (anche se qualche volta purtroppo sono i disabili, le famiglie stesse o gli specialisti a fare quadrato). Il senso dei nostri incontri nelle scuole è scoprire e svelare la creatività che viene liberata dall’interazione tra l’handicap e il grande gioco della vita (nella quale siamo sempre pedoni, come dice Mongo nel film Mezzogiorno e mezzo di fuoco di Mel Brooks, e chi non conosce la battuta si vada a vedere il film, essenziale a mio avviso nella formazione di qualsiasi persona si occupi di educazione e animazione).
La divergenza del Calamaio è anche quella degli occhi di Ben Turpin, lo strabismo che fa ridere, di chi sa considerarsi con autoironia, che è l’arma più vincente che abbiamo quando parliamo agli studenti. Ci possiamo ispirare ad esempi altissimi di autoironia come quelli che si trovano nella cultura yiddish (si veda al proposito il libro edito da Piemme e curato da Moni Ovadia Così giovane e già ebreo, una serie esilarante di storielline yiddish raccolte da M. A. Ouaknin e D. Roetnem). Attraverso un modo di porsi diretto, l’animatore con deficit si presenta come una persona che appunto anima, propone dei giochi, fa divertire… al di là del suo deficit stesso. In genere non si distingue tra la persona e il deficit di cui è portatrice. Il Progetto Calamaio invece nasce nell’incontro tra un animatore e gli studenti di una classe, nel quale il deficit, la carrozzina, la lavagnetta per comunicare sono sì presenti ma non sono il tema più importante dell’incontro. “Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito” dice un proverbio orientale. Il tema che più ci interessa non è il deficit (questo sì di una categoria di persone) ma è appunto l’handicap, gli strumenti creativi per ridurlo o per valorizzarlo attraverso una ridefinizione delle regole, il tema vero è l’handicap di tutti, anche quello dei normodotati gravi, ovvero l’imbarazzo e le incomprensioni che nascono dalla non conoscenza della diversità.
Quello che interessa non è quindi attirare l’attenzione degli studenti su una categoria protetta (il che farebbe pensare alla Lipu), ma quello di vedere come la crisi che il deficit produce in qualsiasi sistema di regole codificato e tendenzialmente statico, può essere rigenerativa, divertente, sana… Scoprire che Claudio non parla ma comunica lo stesso con il metodo della lavagnetta trasparente può far nascere una serie di pensieri che ci interessa molto limitatamente. Ad esempio: “Guarda che cosa si può fare (per i disabili) con gli ausili (per i disabili)! Che forza d’animo che ha avuto Claudio! Che sensibilità e intelligenza!”. Molto più significativo è scoprire assieme ai ragazzi che si può comunicare anche senza parlare, che ci vuole una buona dose di allenamento e di creatività, che non è notoriamente utile solo alle categorie protette, ma a tutti gli esseri umani.
Il Calamaio in questi vent’anni ha dunque scoperto di essere strabico, senza macchia e senza paura nelle tempeste della vita, utile a tutti, perché è creativo, divergente, detergente e salvagente.
 

Parole chiave:
Creatività