La comunità: un progetto di vita?

01/01/2005 - Francesca Campomori

Francesca Campomori*
*moglie di Luca Crisafulli e mamma di Ruth. Sono una delle ultime famiglie entrate a far parte della Comunità Maranà-tha

Vent’anni fa un gruppo di persone, dopo aver fatto una scoperta importante per la propria vita, diede corpo a un sogno. La scoperta era la buona notizia di Gesù di Nazareth, che ci fa conoscere un Padre accogliente, davanti al quale siamo preziosi, degni di stima e amati; la buona notizia dell’amore incondizionato e gratuito del Signore che per primo ci mette al centro della sua vita. Il sogno da incarnare era quello di una vita in cui l’aver toccato con mano il Signore che accoglie si traducesse in uno slancio verso l’accoglienza di persone in difficoltà. Si trattava anche di creare maggiore unità tra la dimensione del servizio e la vita “normale”: di far cioè convergere le due dimensioni per poterle vivere in armonia. Da qui è nata Maranà-tha, una comunità di famiglie aperta all’accoglienza di minori (attraverso l’affido), di donne sole con figli, di persone in crisi o in ricerca.
La comunità è allora un progetto di vita “allargato”? Forse si potrebbe meglio dire che scegliere di vivere a Maranà-tha stabilmente è un modo specifico per realizzare un progetto di vita più ampio che è il voler seguire Gesù e, contemporaneamente, il sentire di non poter essere autosufficienti in questa impresa, ma di aver bisogno della condivisione e del sostegno dei fratelli. È una scelta che nasce anche da una certa inquietudine esistenziale, dalla ricerca di un “di più” (magis) rispetto allo scenario di vita di famiglia che ognuno si poteva prospettare, al di fuori della comunità. Certo, molti di noi all’inizio coltivavano un progetto di servizio agli altri, sottolineando l’aspetto dell’accoglienza verso l’esterno; i primi tempi di vita insieme delle famiglie fondatrici hanno chiarito come il primo, e fondamentale passo, fosse l’accoglienza del fratello più vicino, quello che ti vive accanto e che ha “concordato” con te il progetto, non l’“accolto”, in quanto povero, di cui prendersi cura. Un passaggio particolarmente significativo. La vita concreta e quotidiana di comunità si è rivelata quindi “purificatrice” rispetto al semplice entusiasmo umano del “fare qualcosa di buono” senza mettersi in discussione in prima persona. La diversità e la specificità di ciascuno è una ricchezza, ma anche inevitabilmente una fatica da affrontare a occhi aperti, senza illudersi di cambiare l’altro, né che sia necessario un cambiamento dell’altro per poter stare bene insieme. Senza questo passaggio sarebbe molto difficile accettare che la propria vita, le proprie decisioni lavorative, o di educazione dei figli, siano condizionate dai fratelli di comunità, accettare di mettere insieme il denaro facendo cassa comune e sentire in tutto ciò non un vincolo a cui sottostare, ma uno strumento di maggiore libertà personale. Nelle fatiche relazionali della vita comunitaria ognuno si conosce, e conosce l’altro, per quello che è: imparare ad accogliersi fino ad affermare “è possibile vivere insieme” è la realizzazione, mai compiuta in maniera definitiva, del nocciolo del progetto di vita che Maranà-tha incarna.
Poi ci sono i cosiddetti “accolti”, le persone che non formano la comunità stabile, ma che la abitano per un periodo più o meno lungo, spinti il più delle volte da una situazione di necessità. Per queste persone, penso soprattutto agli adulti accolti, la comunità non è un progetto di vita, quanto piuttosto, almeno inizialmente, un’áncora di salvezza in un momento di tempesta della propria vita: un ambito in cui sentirsi protetti e sostenuti per poter rimarginare ferite profonde, fino ad avere le forze per ricominciare, o cominciare per la prima volta, a progettare e scegliere una propria vita. Come interagisce l’elemento comunità, vita comunitaria, nella costruzione di un progetto di vita per chi è accolto? Si tratta certamente di un’interazione diversa rispetto a chi ha scelto di vivere a Maranà-tha come risposta a una “vocazione”; c’è comunque un elemento comune a chi accoglie e a chi è accolto, un elemento quasi terapeutico per entrambi i gruppi: le relazioni.  Le relazioni costituiscono il quotidiano della vita comunitaria e sono una palestra in cui sperimentare la fiducia nell’altro, il sollievo nel condividere sofferenze pesanti, la scoperta dei propri limiti e di quelli degli altri e la possibilità di guardarli senza più angoscia ma con tenerezza. Si gode della vita relazionale nella misura in cui ci si gioca e ci si sbilancia verso l’altro. Il “successo” delle accoglienze dipende molto dalla disponibilità delle persone a entrare in relazione: una relazione attiva e dinamica, che è per molti versi relazione di aiuto, ma che non può risolversi in un semplice ricevere aiuto. La comunità allora diventa progetto di vita nella misura in cui si sceglie di utilizzare questo strumento e le occasioni che offre, soprattutto relazionali, in modo creativo e costruttivo, non limitandosi a esserne passivi consumatori. Non ci sono automatismi: abitare a Maranà-tha aiuta le persone accolte a costruire più consapevolmente il proprio progetto di vita solo se, alla base, si sceglie di “impastarsi” nella vita comunitaria, per viverla non come semplici spettatori.
E per un diversabile, uno come Claudio Imprudente, tra i fondatori della comunità, in che modo quest’ultima può collaborare alla costruzione del suo progetto di vita? Anche in questo caso è improprio ricorrere a categorie troppo ingessate; non credo ci sia una specificità precisa per una persona diversabile, per quanto riguarda la costruzione di un progetto di vita. Credo però che alcuni elementi siano accentuati: scegliere di vivere in comunità significa fare un investimento importante su legami che non sono di sangue, che non riguardano quindi la sfera più tradizionale del prendersi cura l’uno dell’altro. Questo è vero anche per i “normodotati”, ma è visibile e sperimentabile in misura decisamente più intensa in una persona diversabile, soprattutto quando i legami di sangue non possono più garantire un aiuto concreto e magari, a loro volta i genitori hanno necessità di essere presi in carico totalmente, come è accaduto alla mamma di Claudio.
Nell’ultima lettera di Natale della comunità, Margherita, una di noi, scriveva a proposito della malattia della mamma di Claudio: “Il trovarci a dover affrontare una malattia così impegnativa e drammatica che ha mandato in tilt tutti gli ambiti, da quello relazionale a quello delle autonomie, ci ha immesso in una situazione di forte interazione tra noi, ognuno di noi ha necessariamente tirato fuori dal suo zaino tutti i moschettoni e le corde che aveva, per affrontare questa impervia salita. Salita infattibile e pericolosa per uno, due… ma possibile se affrontata in cordata”. Al di là della situazione della malattia, credo che questa cordata, in cui ognuno tira fuori le proprie risorse, sia, da una parte, il senso della vita di comunità e, dall’altra, il modo in cui un diversabile sperimenta che il proprio progetto di vita, per quanto necessariamente meno autonomo dei normodotati, non è strettamente legato alle relazioni parentali e di sangue. Può essere anche altro, molto altro.

Informazioni sulla comunità

Maranà-tha, che significa “Vieni Signore” in aramaico, è una comunità di famiglie nata nel 1985. Attualmente cinque famiglie abitano insieme in una grande casa dalla quale si sono ricavati, oltre agli appartamenti per le famiglie stesse, degli spazi per le accoglienze, una cucina e un salone comuni per condividere i pranzi durante la settimana, una cappella e altri spazi per stare insieme.
Maranà-tha accoglie bambini attraverso l’affidamento familiare, donne sole con bambini, nuclei familiari in difficoltà, persone con disagi psichici e sociali, persone in discernimento vocazionale. È
anche un centro operativo della Caritas di Bologna dove poter svolgere il Servizio Civile Nazionale. Nel 1999 Maranà-tha si è costituita in associazione di volontariato e i beni immobiliari della struttura sono di proprietà dell’associazione. Nel 2002 la comunità è stata riconosciuta come opera dell’apostolato sociale della Compagnia di Gesù.
www.maranacom.it.