La comunità e le persone svantaggiate

01/01/2002 - Sunil Deepak

Gli ultimi cinquant’anni hanno visto un crescente interesse intorno al concetto di comunità e sul ruolo della comunità nel fornire servizi e sostegno alle persone bisognose al suo interno. Vi sono diverse ragioni che hanno spinto a questa riscoperta del valore della comunità:
a) La crescente urbanizzazione assieme ad altri fenomeni ad esso collegati, come famiglie mononucleari con pochi bambini, paure collegate all’inquinamento e alle nuove tecnologie come gli alimenti geneticamente modificati, il vivere autonomo e anonimo nelle città, tanto per fare alcuni esempi, hanno creato una visione romantica e nostalgica delle “comunità”, viste come luoghi ideali dove i rapporti interpersonali ed i rapporti con la natura sono armoniosi e senza conflitti. Lo sviluppo delle tecnologie collegate a internet aiutano la creazione di nuove comunità virtuali, dove gli abitanti delle metropoli affollate e le persone che si sentono isolate dalle barriere fisiche e sociali possono conoscersi virtualmente.
b) Il ventesimo secolo aveva visto lo sviluppo dei sistemi governativi, dove lo Stato assumeva un ruolo predominante per assicurare i servizi educativi, sanitari e sociali a tutti i cittadini, soprattutto quelli più vulnerabili e svantaggiati. Gli anni ottanta e novanta del ventesimo secolo hanno visto il graduale affermarsi delle politiche neo-liberali dove lo Stato non dovrebbe garantire niente se non la stabilità, all’interno della quale le forze private del mercato possono garantire tutti i servizi necessari. Ma questi cambiamenti, con la privatizzazione dei servizi sanitari e sociali, devono scontrarsi con resistenze popolari. Scoprire allora il ruolo delle comunità per prendere cura dei bisogni delle persone diventa un modo per camuffare e giustificare il taglio dei fondi governativi destinati alle spese sociali.
c) Il periodo dopo la seconda guerra mondiale ha visto la nascita dei grandi organismi internazionali delle Nazioni Unite e le grandi istituzioni finanziarie quali il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale. Nello stesso periodo sono nati grandi programmi di cooperazione bilaterali nei paesi più industrializzati. Alla base troviamo una concezione occidentale e neoliberale dello sviluppo, per cui si realizzano grandi opere per milioni di dollari. Piccole organizzazione popolari, soprattutto nei paesi in via di sviluppo, hanno denunciato i danni causati da questa concezione dello sviluppo e hanno proposto dei modelli alternativi di sviluppo partecipativo, radicati nella comunità e soprattutto tra i gruppi più emarginati e svantaggiati.

Lo sviluppo partecipativo

Le radici dello sviluppo partecipativo affondano nelle filosofie di Gandhi e di Paulo Freire. Gli esperimenti di Gandhi per la creazione di piccole comunità autosufficienti (Sarvodaya) e lo sviluppo della teologia della liberazione in America latina, fanno parte di questo processo che ha portato alla dichiarazione di Alma Ata nel 1978 e lo sviluppo delle strategie di salute comunitaria e di riabilitazione su base comunitaria.
Nell’ambito di un’iniziativa congiunta tra l’unità della riabilitazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e AIFO /Bologna, nel 1995 è stato deciso di avviare alcuni progetti sperimentali nelle bidonville di diversi paesi del sud del mondo per studiare se le comunità povere delle bidonville erano disponibili a prendersi cura delle persone più vulnerabili e svantaggiate tra di loro. Questi progetti prevedevano attività a sostegno delle persone disabili, dei tossicodipendenti e dei bambini di strada tramite la formazione dei volontari provenienti dalle bidonville. Quest’iniziativa si è conclusa alla fine del 2001. Le raccomandazioni dei progetti che hanno partecipato a questa iniziativa, comprendevano le seguenti considerazioni.
Nelle bidonville un gran numero di persone sono costrette a vivere affollate in piccoli spazi. Per la maggior parte dei poveri, lo spazio residenziale è una struttura precaria di fango o cartone o lamiere… Queste aree non hanno accesso ai servizi pubblici come luce, acqua potabile, centri sanitari, scuole. Le persone possono appartenere a diversi gruppi etnici, tribali e religiosi e spesso sono inconsapevoli del loro numero collettivo, della loro identità e dei loro diritti come cittadini.
Le comunità all’interno delle bidonville possono prendersi cura delle persone più svantaggiate tra di loro, se sostenute da servizi sociali e sanitari locali. I genitori e le organizzazioni di base locali possono iniziare programmi di riabilitazione per le persone disabili, se le comunità li conoscono e hanno fiducia in loro. I “leaders” delle comunità locali, sia quelli formali che informali possono avere un ruolo fondamentale in questo processo. E’ importante che i beneficiari delle attività abbiano la possibilità di esprimere i propri bisogni e influenzare le strategie adottate e le attività svolte.

La coscienza dei limiti della comunità

Spesso quando si parla di comunità si tende a vedere tutta la popolazione in una determinata area geografica e si pensa ad una partecipazione di tutte le persone della comunità alle attività. Di fatto, tutte le persone di una comunità raramente si lasciano coinvolgere in tutte le attività. Il coinvolgimento della persona è determinato dal suo diretto interesse ad una certa attività e da altri fattori culturali, sociali, familiari e personali. Per cui sarebbe più logico ragionare sulla partecipazione della comunità come gruppi dinamici di persone che cambiano a seconda dell’attività. Per esempio per le attività legate alle persone disabili si può prevedere che la comunità coinvolta sarà composta soprattutto da genitori, parenti e amici delle famiglie delle persone disabili, alcuni insegnanti, paramedici, studenti, ecc.
In ogni caso le comunità non possono sostituire il ruolo delle istituzioni e le strutture governative. D’altra parte le istituzioni e le strutture governative devono essere consapevoli dell’importanza del ruolo della comunità e dovrebbero organizzare il proprio lavoro in un modo da valorizzare questo ruolo della comunità.


* Del Dipartimento Medico-Scientifico AIFO