La comunità che cambia

01/01/2002 - Davide Rambaldi

Intervista a Teresa Marzocchi,
responsabile della comunità di accoglienza “La rupe” di Sasso Marconi (Bo)

Davide: L'occasione dell'intervista è la costruzione di un numero

di HP sull'intervento educativo nelle tossicodipendenze. Abbiamo pensato a te perché La Rupe rappresenta una istituzione comunitaria storica nel contesto bolognese e non solo e attualmente ancora molto attiva nel trattamento terapeutico delle persone con problemi di dipendenza.
La prima cosa che vorrei chiederti è se è cambiato, e se sì, come e perché, l’intervento comunitario nei confronti dei tossicodipendenti. Com’è il panorama delle comunità?

Teresa: Ci sono 2 filoni di cambiamento da quando abbiamo iniziato a lavorare in comunità. Adesso non si dice più comunità quanto trattamento residenziale. I cambiamenti sono avvenuti con una normale evoluzione: c'è stata un’evoluzione del fenomeno, un’evoluzione delle caratteristiche dell’utenza ed un’evoluzione propria di chi fa comunità, quindi educatori, operatori, responsabili, sia chi lo fa a livello politico che tecnico. E' un’evoluzione di crescita professionale, di saperi e conoscenze.
Le comunità sono iniziate con un trattamento molto semplice e i cambiamenti sono avvenuti perché si è cominciato a capire come incontrare e lavorare con queste persone, a riflettere su quello che si faceva; ci si è resi conto che gli interventi proposti non erano sufficienti, ci voleva dell’altro, per cui l’evoluzione è normale. Se anche non fosse cambiato il fenomeno, l’evoluzione ci sarebbe stata ugualmente, perché se ti impegni seriamente se sei comunque in un’ ottica di miglioramento…
Adesso, secondo me, il trattamento residenziale è un trattamento conosciuto, consolidato e sperimentato soprattutto perché si è in grado di conoscere e a leggere l’esperienza che si è fatta.
Ripensando a quello che si è fatto si può dire, a mio parere, che ci sono due tipi di trattamenti residenziali di base che sono:
1- Un trattamento con caratteristiche prevalentemente pedagogico-riabilitativo, noi le chiamiamo le comunità di vita, perché sono quelle più vicine al modo con cui abbiamo iniziato a fare comunità; all’utenza che va in queste strutture viene offerta la condivisione, l’ascolto, spesso l’esperienza lavorativa anche di formazione, con un approccio relazionale prevalentemente educativo.
2- Un trattamento con caratteristiche prevalentemente terapeutico-riabilitative dove serve, spesso oltre alle caratteristiche della precedente proposta, una preparazione professionale più approfondita, dove si possono fare interventi individualizzati; i contenuti della proposta comunitaria hanno anche carattere psicologico, tecnico, specializzato per le diverse necessità dell’utenza (doppia diagnosi, mamme con bambini, trattamenti farmacologici).
Il cambiamento avvenuto nell’esperienza è stato complessivo: consapevolezza della necessità di professionalità in aggiunta alla motivazione personale, consapevolezza di non poter risolvere tutti i problemi, accettazione di fallimento dell’intervento. Si è poi acquisita anche l’accettazione dell’evidenza che il tossicodipendente può anche non guarire, o che non tutti possono guarire allo stesso modo……e questo è stato un gran passo rispetto alla metodologia di lavoro.

Davide: Quindi, tu dici che le prime comunità coltivavano davvero l’idea assoluta della guarigione?

Teresa: Quando noi abbiamo iniziato nell’83, la nostra convinzione era che tutti dovevano guarire dalla tossicodipendenza e che tutti erano guariti se assumevano anche un certo stile di vita! Noi abbiamo impiegato degli anni a capire che il percorso di trattamento doveva essere sempre e comunque una proposta di miglioramento delle condizioni di vita della persona e che non potevamo pretendere però che si rispettassero i nostri tempi o gli stessi tempi per tutti. Abbiamo poi acquisito la capacità di rispettare le scelte delle persone rispetto alle diverse modalità del reinserimento sociale.

Davide: Visto che voi vi occupate anche di riduzione del danno, era impensabile anni fa che una comunità si occupasse non più di guarigione?

Teresa: Premetto che fare riduzione del danno non significa escludere la possibilità di “guarigione”. Quando abbiamo iniziato non pensavamo nemmeno lontanamente di andare ad incontrare le persone che ancora usavano le sostanze, ci sembrava di avvalorare la loro scelta! Il nostro atteggiamento era quello di aspettarli quando ritenevamo avessero la motivazione a smettere di drogarsi; il tempo, i fallimenti, le numerose vittime ci hanno poi fatto capire che questo atteggiamento non bastava, era selettivo e stavamo lasciando fuori, proprio noi con una certo tipo di motivazione, lo persone che maggiormente stavano male. Così abbiamo iniziato, sicuramente in ritardo rispetto ai servizi, ma bisogna tener conto che gli interventi di riduzione del danno erano prevalentemente non residenziali e noi allora ci occupavamo quasi esclusivamente di residenzialità.

Davide: Quante comunità ci sono adesso che si occupano di riduzione del danno?

Teresa: Le nostre al 70%.

Davide: Del CNCA, intendi.

Teresa: Sì. Le comunità del Cnca al 70% accettano di trattare pazienti anche con metadone. La maggior parte solo per il trattamento scalare, altre anche tempi più lunghi; il fatto però di accogliere insieme persone a trattamento metadonico ed altre no è diventata una condizione normale. Il cambiamento grosso ha riguardato sì l’uso del farmaco, ma soprattutto la convinzione che era meglio intervenire prima che le persone si rovinassero a volte irrimediabilmente. Ho ben presente che per nel periodo iniziale abbiamo consigliato alle famiglie, indifferentemente, di chiudere fuori di casa i figli.

Davide: Io mi ritrovo, in maniera analoga, nel sostenere la famiglia nel gesto di chiudere la porta in faccia al proprio figlio, ma soltanto a patto di una valutazione globale del soggetto e del contesto familiare. Non si possono correre certi rischi.

Teresa: Vi è nel nostro settore una grande diversità di vedute. L’approccio ideologico di alcune comunità è che tutti devono guarire per forza, altrimenti legittimi la tossicodipendenza, e il tossicodipendente viene visto come cattivo perché tossico; mentre altre dicono che non è cattivo, ma ha dei problemi e per questo deve ricevere aiuto.

Davide: Che è malato.

Teresa: Non ho detto malato perchè poi si dice che tutti i tossici sono malati e si sanitarizza la problematica. Dico che bisogna pensare a risposte diverse a seconda di chi si ha di fronte. Il nostro approccio prevede tempi anche molto lunghi, fare riduzione del danno è anche questo, bisognerebbe riuscire a trasmettere l’informazione che fare riduzione del danno non significa tout-court aderire o legittimare la dipendenza.

Davide: Non conniviamo con la dipendenza.

Teresa: Però stiamo con loro, nelle loro dipendenze fin che loro vogliono, rispettando la legalità, i principi di coerenza….

Davide: Nel rispetto civile

Teresa: E sempre con l’ottica del miglioramento, noi siamo per fare incessantemente proposte verso l’emancipazione dalla dipendenza, senza però fare violenza, rispettando i tempi delle persone, mirando nell’immediato al miglioramento delle condizioni di vita.

Davide: E’ quel concetto di attesa che mi piace molto, intanto tu stai nella relazione, ci sei, però non da connivente.

Teresa: Io sono io, tu sei tu, io ti dico come la penso, tu mi dici come la pensi, stiamo insieme, andiamo avanti, però non nella connivenza. Questo è un approccio che non è condivisibile da tutta l'area delle comunità, però questo è l’approccio delle comunità del CNCA, ma non solo. La cosa bellissima è che da tempo questo è l’approccio condiviso da tutte le realtà della provincia di Bologna sia private che pubbliche. Vorrei poi sottolineare il fatto che, purtroppo, molti non hanno accolto l’uso del metadone come strumento perché è stato purtroppo usato da diversi servizi pubblici non con un approccio soggettivo; spesso il metadone è stato dato più di quanto si doveva dare, per tanti motivi, alcuni di carattere ideologico ed altri no, a volte anche perché non c’erano nei servizi le forze necessarie per offrire e gestire altro. Quello che a noi dispiace è che spesso, anche quando si poteva fare altro, è stato fatto solo quello, senza accompagnare l’adeguato sostegno psicologico o sociale. Questa situazione ha svalorizzato complessivamente la proposta di utilizzo del farmaco.

Davide: E’ chiaro che è un bilico sottile, poiché le politiche della riduzione del danno rischiano di confermare la dipendenza. E’ vero anche che se il farmaco è ben utilizzato e se la differenziazione
tra l’universo psicologico-culturale esistenziale del soggetto e quello del terapeuta o educatore, è ribadita, nel sostegno e nell’accompagnamento ad un certo punto succede qualcosa, poiché le relazioni producono qualcosa. Quindi io sono d’accordo sul fatto che non bisogna essere conniventi alla dipendenza; che significa che io ti accompagno, non ti posso forzare, sono qui però ti dico che hai altre possibilità, dopodiché fai tu. A un certo punto, può anche darsi che tu mi chiedi qualcosa, e a quel punto io te la posso dare e può essere qualcosa che con il metadone e con la dipendenza c’entra meno. Ti posso fare delle altre offerte.

Teresa: Ti faccio un esempio. Dalla nostra esperienza ci sembra di poter dire, riferito al discorso fatto prima di evoluzione degli interventi, che si possono prevedere tre macroaree di intervento residenziale:
1- trattamento volto alle cure di riabilitazione, dove si mira all’emancipazione dalle sostanze;
2- trattamento di pausa, di riduzione del danno, dove una persona può prendere fiato;
3- comunità di accompagno, dove le persone vengono accolte in un percorso che può richiedere tempi molto lunghi e senza obiettivi specifici nell’immediato se non la condivisione, la vicinanza.
Il trattamento residenziale è da concepirsi sempre più individualizzato, ma ogni singolo deve essere coinvolto nella condivisione dei problemi della comunità. Ogni tossicodipendente ha il suo programma, ma deve essere inserito nel trattamento comunitario: ciò significa non perdere, nel trattamento individualizzato, la matrice di fondo dell’uscire dai problemi insieme ad altri, con l’aiuto e lo strumento del gruppo.

Davide: Che è la grossa complessità del trattamento, credo, nel vostro contesto e che riguarda il rapporto tra individuo e gruppo.

Teresa: In questa dimensione anche regole e tempi di permanenza sono cambiati, non sono più uguali per tutti, anche all’interno della stessa comunità. Questo è possibile soltanto se si mantiene il nocciolo duro del trattamento comunitario; quando questo non avviene, è bene fare un trattamento altrove, non residenziale altrimenti la comunità viene snaturata e diventa un contenitore e basta.
L’altra riflessione sul trattamento residenziale è che ormai l’offerta comunitaria è molto diversificata. Ci sono interventi diversi a seconda del target (mamma bambino, doppia diagnosi, coppie…), del numero di ospiti (appartamenti terapeutici, moduli specialistici in comunità “normali”…), del tempo di permanenza. La grande chance è questa! Poi di fianco alla comunità ci vuole anche altro: prima, dopo e a volte anche durante.

Davide: Una diversificazione della risposta

Teresa: Proprio così.

Davide: Com’è il rapporto con i SERT?

Teresa: E’ vario! Rispetto al passato è molto migliorato. Dire poi che l’esperienza emiliano-romagnola è particolare; non ci sono pregiudizi di fondo, c’è un idea generale di integrazione, ci sono provvedimenti normativi che sostengono questo da tempo, molto prima che le normative nazionali lo prevedessero. Nella maggior parte dei servizi Emiliano-Romagnoli c’ è, sia da parte del pubblico che del privato, una grande tensione all’ integrazione; ovviamente ci sono anche difficoltà spesso legate alle politiche del momento (negli corso degli anni ci si è avvicendati nel ruolo di protagonismo rispetto al fenomeno). Le possibilità di integrazione sono poi fortemente condizionate dalle persone che operano concretamente nei servizi. Penso però che si possa dire che nelle comunità c’è maggior senso di appartenenza, condivisione dello stile di intervento, l’operatore della Rupe si sente tale e porta la filosofia della Rupe; nei SERT questo è meno sentito. Ci sono SERT che sono anche “gruppo”, altri sembra lo siano molto meno, l’identità è meno forte forse anche a causa delle continue modifiche istituzionali a cui sono stati sottoposti in questi anni.

Davide: E’ valutabile l’esito degli interventi nelle comunità?

Teresa: Sì valutabilissimo

Davide: Quando si esce e si perdono i contatti, è possibile calcolare l’incidenza delle ricadute?

Teresa: Questo sarebbe un nostro grande desiderio, ma non è mai stato fatto seriamente, né per i privati, le comunità, nè per i SERT. Per i SERT poi mi sembra ancora più difficile perché è meno definito quando finisce il trattamento. L’intervento comunitario invece si sa quando inizia e quando termina, ci sono più possibilità di riferimenti.

Davide: Questo è un fatto, ma noi abbiamo un idea di chi torna, di chi è guarito, dell’ incidenza del trattamento.

Teresa: Nel progetto nazionale di valutazione, quello dei SERT si è concluso, in quello del privato nonostante tutto ci sono state più difficoltà per mancanza di disponibilità a farsi valutare, per scarsità di dati. Della nostra comunità abbiamo tutti i dati, dall’inizio a oggi, con un monitoraggio annuale sugli andamenti. Non li abbiamo mai comunicati ufficialmente perché non abbiamo avuto le risorse per farli validare da un esterno e garantirne così la veridicità.

Davide: Però è un lavoro che fate? Il problema dei dati, da questo punto di vista, è molto interessante, poiché lo stereotipo è: l’ intervento in comunità guarisce. Tutti i dati che riguardano la ricaduta e all’ esterno non ci sono. Noi, come SERT, raccogliamo tutti i fallimenti comunitari che, però, all’ opinione pubblica non arrivano.

Teresa: I dati dovrebbero essere letti sia dal punto di vista vostro che delle comunità. Il problema è che bisognerebbe farlo in fretta perché i trattamenti residenziali stanno cambiando e cambieranno anche i parametri di valutazione. Noi avevamo chiesto alla Regione di finanziare il nostro progetto, occorrevano risorse per avere la copertura di esperti, in proporzione questi interventi costano davvero tanto anche se fatti su piccoli numeri.

Davide: Immagino ci siano parecchie resistenze nella raccolta dei dati.

Teresa: Si, si sono state per il passato ma un investimento in questo senso sarebbe davvero necessario e credo che ora le comunità sarebbero più disponibili e più strutturate per sostenere lo sforzo che nella nostra esperienza è stato davvero utilissimo anche per adeguare la nostra modalità di lavorare.

Davide: Una domanda politica: gli attuali orientamenti sulle tossicodipendenze. Sembra si sia molto portati all’ investimento su progetti di comunità, piuttosto che ai trattamenti pubblici dei SERT. Vi sentite più garantiti oppure no? E che ricaduta ha sulle comunità?
Ho letto un articolo che parlava della grossa enfasi su poche comunità che non hanno a che fare con il pubblico, mentre c’è un ostile silenzio sul 90% delle altre comunità, che tra l'altro collaborano con i SERT. Tu come vivi questo momento?

Teresa: Aspetto che passi perché spesso il nostro settore è sottoposto alle molte parole della politica e dei media. Le politiche delle tossicodipendenze non hanno mai condizionato più di tanto chi operava ogni giorno nel settore. La cosa che mi fa paura è la valorizzazione che questo governo fa degli interventi comunitari che ghettizzano i tossicodipendenti. Mentre non valorizzano il sistema integrato che ormai è consolidato, valorizzano il privato che, ora come una volta, rinchiude i tossici, li toglie dalle strade dalla vista di tutti e così si può non affrontare veramente il problema.

Davide: La classica politica dell’ esclusione.

Teresa: Io sono molto preoccupata per tutto il nostro settore, non solo per gli ambiti della tossicodipendenza, in egual modo è affrontato il problema dell’ immigrazione, teniamo le colf perché fanno comodo, teniamo solo gli immigrati che lavorano e per quando lavorano . Il resto non ci interessa, la loro vita, le loro famiglie…. La scelta che si è fatta è di sostenere coloro che hanno la minima di pensione ma per quelli che non hanno nemmeno quella non c’è un pensiero…esistono solo se sono funzionali. Poi la sussidiarietà si propone non ci trova d’accordo: l’intento è quello di delegare completamente al privato, ed in particolare al terzo settore, tutto il mondo dell’emarginazione che quindi non è più un problema di chi ha la responsabilità politica di governo. Questa delega non ci piace, noi vorremmo interagire ognuno mantenendo il suo ruolo. La dichiarazione fatta circa le comunità che dovrebbero essere autonome ed autosostenersi con il lavoro degli ospiti fa molta paura: allora il trattamento si riduce a far lavorare i tossicodipendenti. Sembra quasi che il nostro ruolo di educatori si stia emancipando verso la managerialità, una managerialità tra l’altro molto particolare che prevede l’utilizzo di manodopera gratuita. Se andiamo avanti così dovremo di nuovo ricorrere alle beneficenze per poter aiutare chi è in situazione di difficoltà!

Davide: Sai, viviamo in una società fondata sul lavoro. Il vero e unico valore che in questa società non viene messo in discussione è il lavoro. Nel momento in cui qualcuno lavora è incluso, tutti quelli che non possono lavorare sono esclusi e sono a rischio di emarginazione. Questa è la norma di questa società. Il lavoro normalizza, riabilita, guarisce.

Teresa: Noi alla Rupe pensiamo che il lavoro sia importantissimo; non rifiutiamo il concetto di far lavorare gli ospiti anzi, ma questo deve essere orientato alla ergoterapia, alla formazione professionale e ci deve anche essere lo spazio per fare altro, molto altro. Il lavoro è uno strumento terapeutico, spesso è subito, vissuto dagli ospiti come punizione ma certamente si può uscire da questa situazione mortificante.

Davide: Ti faccio una domanda provocatoria. A volte, certi programmi classici delle comunità sembra lavorino per ristrutturare la personalità deviante del tossicodipendente secondo il modello normativo, valoriale dei gestori. Certamente questo può consentire al soggetto di uscire da una condizione che l’ ha portato a fare della sua vita qualcosa di rovinoso, ma a volte significa anche appiccicargli addosso un cappotto che non è suo. Tu come la vedi questa cosa? E’ un rischio che le comunità continuano a produrre oppure no? Oppure davvero in questa diversificazione di risposte, che è il tentativo di far trovare ad ognuno il suo vestito e la sua modalità di muoversi nel mondo, le comunità si sono un po’ affrancate anche da un modello valoriale che è : bisogna essere così per poter vivere nella società, per poter essere brave persone, per fare qualcosa di buono nella propria vita?

Teresa: Secondo me, la situazione politica attuale può farci tornare indietro rispetto al percorso che è stato fatto; 80% delle reti trattamento residenziale garantisce la ricerca del proprio vestito; l’ altro 20% costruisce il vestito e dice che il vestito è uno solo.
Io sono convinta che per alcune persone è indispensabile accompagnare anche ad una scelta particolare di vita ma la maggior parte dei nostri ospiti hanno la possibilità di scegliere il loro futuro di reinserirsi sociale.

Davide: Per certe persone che hanno un’ identità che li ha portati nel vuoto e nella disperazione ed hanno un’ identità così fragile, mettergli addosso un vestito che non sarà neanche il suo, ma almeno è uno gli consente di rifarsi una vita ..Ma non si può concepire un mondo in cui c’ è un vestito unico per tutti. Quello che noi vediamo è che a volte quel vestito va bene solo se sta in un determinato contesto, dove tutti rinforzano quell’ identità lì. Nel momento in cui tu esci fuori con l’ offerta della varietà di identità con cui tutti noi giochiamo, uno poi si spezza.

Teresa: Sono d’accordo.

Davide: Avevo un’ altra domanda sulle famiglie: quanto si riesce a prendere in carico le famiglie nei trattamenti residenziali?

Teresa: Innanzitutto bisogna dire che le famiglie, ora, non ci sono più. Le persone che arrivano in comunità hanno circa 30 anni, hanno vissuto ormai lontani dalla famiglia per del tempo, molti dei nostri alla Rupe sono loro stessi famiglia. Tieni conto che abbiamo lavorato tanti anni con le famiglie, investendo moltissimo e ci siamo accorti che non si può lavorare con tutte le famiglie, bisogna prevedere investimenti mirati, con quelle che ci vogliono o ci riescono a stare, in altri casi bisogna avere il coraggio di dire che si lavora a prescindere dalla famiglia. Chi fa trattamento comunitario difficilmente può assumersi completamente anche le problematiche della famiglia. Ci si riesce se c’è bisogno di poco, se sono sul territorio….; per gli interventi complessi bisogna fare l’invio ad altri (i loro Sert ad es). Io credo che oggi, per la maggior parte, convenga trattare il tossicodipendente, che è un adulto, e creargli una situazione di emancipazione e affrancamento dalla famiglia.

Davide: Si, al limite lavori sui vincoli interni, non tanto su quelli esterni

Teresa: C’è da tener conto che influisce anche il fatto che noi ora abbiamo meno chances con le famiglie, all’ inizio eravamo vissuti come dei salvatori, c’ era molto pathos da parte delle famiglie nei confronti di chi gestiva le comunità; adesso siamo vissuti come una casa di cura, siamo professionisti, si vive più distacco anche nelle situazioni in cui le situazioni iniziali non sono cambiate (alcuni responsabili vivono ancora in comunità con le loro famiglie ma l’immaginario è comunque cambiato).

Davide: C’ è meno senso di appartenenza?

Teresa: Sì. Noi adesso per molte famiglie siamo come un SERT. Ovviamente questo non è squalificante per il servizio pubblico ma, in molti casi, non tiene conto della scelta motivazionale e di condivisione che in alcune comunità è ancora ben presente.

Davide: Bene Teresa, ho finito le domande. E' stato un piacere questa chiacchierata. Ci vediamo la prossima settimana al CTT della riduzione del danno.

Teresa: Vieni a bere un caffè su in Comunità?

Come si fa a rinunciare a un classico dell'ospitalità comunitaria?