La comunicazione facilitata? Non facile da giudicare - Superabile, settembre 2009 - 1

26/03/2010 - Claudio Imprudente

Vi è mai capitato che qualcuno mettesse in dubbio l’autenticità di un vostro pensiero o di un vostro scritto?
A me spesso, fortunatamente non in tempi recenti.
Circa trent’anni fa, quando ancora andavo a scuola, era una delle obiezioni più frequenti, ogni volta che dovevo comporre un tema in classe. E dire che le idee non mi mancavano e che la scrittura mi è sempre piaciuta; ma allora, come adesso, non potevo tenere una penna in mano e mi servivo di una macchina da scrivere elettrica, i cui tasti digitavo con…il naso. Che ancora oggi, infatti, è estremamente tonico…
Riuscivo a lavorare in discreta autonomia, ma ero affiancato da un obiettore, e all’insegnante la sua sola presenza faceva sempre sospettare che non fossi io a comporre pensieri e ragionamenti e che venissi costantemente “imboccato”: “Sì, il tema è sufficiente, ma chissà se è farina del suo sacco?!”, insinuava, senza neanche rivolgersi a me. E via dicendo…
Perché vi ho raccontato questo ricordo? Pochi giorni fa ho ricevuto una lettera, davvero bella, da parte di una insegnante di sostegno ligure, Alessandra, che lavora con un bambino autistico, del quale mi ha anche spedito alcuni scritti. Riporto alcuni passi della lettera.

«Nell'autismo, oltre all'ipotesi dell'incompetenza cognitiva e del rifiuto volontario di relazionarsi col mondo esterno, esiste anche l'ipotesi dell'incompetenza espressiva, vale a dire l'esistenza di una disabilità a realizzare compiti a valenza comunicativa o interattiva implicanti il confronto con l'altro. (…) Sono stati pubblicati scritti di soggetti autistici non verbali che riescono però a comunicare tramite l'uso di un computer e di una tastiera, o con l'indicazione delle lettere su un cartellone: attraverso l'incoraggiamento, la vicinanza di una persona che gli dimostra fiducia e tramite l'effetto del "tocco" facilitante, riescono a superare le tante difficoltà sensoriali, emotive, di movimento, di propriocezione, che la loro situazione comporta. Via via la mano del facilitatore si sposta sempre più lontano dalla mano del soggetto che scrive, il suo tocco si fa sempre più lieve fino a poter essere eliminato senza che si verifichi la disintegrazione delle capacità acquisite percettive-motorie e cognitive, legate anche alla paura di fare da solo. (…) Ma, nel caso dei soggetti autistici, questa abilità si scontra con difficoltà comportamentali talmente evidenti e con tali difficoltà di interazione e di reciprocità sociale che portano a considerare queste capacità inesistenti e frutto esclusivamente della guida del facilitatore. (…) Però la mia esperienza personale mi porta a considerare la comunicazione facilitata (…) come una metodica dalla quale molti soggetti autistici possono ricavare vantaggi a livello comunicativo, cognitivo e relazionale. Di certo non riduce i loro sintomi, ma li aiuta a rendercene partecipi e a mostrarci quel mondo interiore che racchiudono, inaspettato per noi, perché nascosto. (…) Non con tutti in modo indistinto avviene la comunicazione da parte di alcuni soggetti autistici e questo avvalla la convinzione di chi non crede nella autenticità della comunicazione. Il facilitatore preferito è di norma una persona di cui la persona facilitata ha imparato a fidarsi. (…) Divisi tra "chi crede" e "chi non crede" nelle capacità comunicative del bambino che seguo, gli interventi si diversificano e non c'è confronto tra i vari terapisti che a parole si prendono cura della persona...
Però almeno lui ora ha un canale di comunicazione per chi lo vuole raggiungere e capire, anche se scrivere gli costa sforzo e concentrazione».

Come potete immaginare, spesso mi hanno chiesto cosa pensassi della comunicazione facilitata, e ammetto di avere dei dubbi riguardo alla sua efficacia ed alla sua “credibilità”. Ma non ho mai voluto dare un parere definitivo in senso negativo, preferendo una sorta di sospensione del giudizio, in attesa…di lettere come quella di Alessandra. Che, come avete capito, non è sostenitrice acritica del metodo utilizzato, ma che riporta un esempio, questo sì, credibile. Solo chi vive “qui ed ora” la relazione, a mio avviso, può dare un giudizio consapevole. La comunicazione facilitata, in sé, probabilmente non è giudicabile: è uno strumento che, in alcune situazioni e utilizzato da “mani” abili, può aprirci a mondi altrimenti non conoscibili e dare alla persona “facilitata” un opportunità di partecipazione. Se inteso così, allora, come metodo che non elimina un deficit, ma riduce un handicap e limita le distanze, offre possibilità di espressione e di cittadinanza, i miei dubbi si riducono, fino a svanire. Credo, insomma, nelle esperienze concrete, e ringrazio Alessandra per averci raccontato la sua.
Mi farebbe piacere ricevere altre lettere che raccontino di esperienze simili, anche meno felici: scrivete, come sempre, a claudio@accaparlante.it o cercate il mio profilo su Facebook.

Claudio Imprudente