La centralità del giocattolo nello sviluppo del bambino

01/01/2005 - Laura Pozzi

 Laura Pozzi*
*del Centro Internazionale Ludoteche di Firenze, che pubblica il periodico “La Ludoteca”

È opinione condivisa ritenere il giocattolo oggetto di fondamentale importanza per lo sviluppo integrale della persona, capace di offrire stimoli e di assumere molteplici configurazioni strettamente intrecciate con lo sviluppo delle risorse affettive, fisiche e cognitive del bambino; quindi i giocattoli devono possedere questa caratteristica fondamentale: dare la possibilità di fare nuove esperienze.
Si comprende, allora, come sia importante non trascurare elementi come le proporzioni, il colore, il realismo e la fantasia delle forme, a partire dalle quali il bambino costruisce un rapporto strettamente personale con il giocattolo, esprimendo la propria creatività e la propria corporeità.
Grazie alla versatilità e alle caratteristiche polisensoriali che lo contraddistinguono, il giocattolo riesce a stimolare la mente e il corpo del bambino il quale, a sua volta, gli conferisce significati e funzioni in base alle sue necessità; in primo luogo il bisogno di giocare ma anche necessità più profonde legate all’esplorazione di sé e del mondo circostante.
Ecco quindi che, al di là della prospettiva ludica, al giocattolo vanno  riconosciuti i compiti fondamentali di favorire l’acquisizione di conoscenze del proprio io e del mondo, di sviluppare capacità fisiche, psichiche, sociali, affettive, morali e di abituare a un comportamento autonomo attraverso l’affinamento, il coordinamento e lo sviluppo delle diverse funzioni; nonché, in una prospettiva terapeutica, di aiutare il bambino a liberarsi dalle proprie angosce e trovare una condizione di equilibrio e di sicurezza.
Il giocattolo esercita quindi un’importante influenza sullo sviluppo del bambino, uno sviluppo che viene delineato secondo standard di crescita “normali”, caratterizzati dal progressivo incremento dei gradi di complessità dell’attività ludica; già lo psicologo Piaget indicava nei suoi studi il passaggio dal gioco presimbolico a quello simbolico, in cui il bambino attribuisce un significato a un oggetto indipendentemente dal correlarlo a un’azione concreta, come una delle principali testimonianze della crescita.
Ma cosa succede quando il bambino è portatore di un deficit fisico o psichico che non gli permette di assorbire e rielaborare quelle stimolazioni provenienti dall’esterno?
Quale significato e quale ruolo può avere ora il giocattolo?
In questo caso il giocattolo deve essere in grado di rispondere a bisogni speciali all’interno di un progetto educativo e terapeutico specificamente indirizzato, dove l’obiettivo fondamentale della crescita sia raggiungibile colmando le carenze e superando gli ostacoli.

Giocattolo e autismo

Un caso di psicosi infantile che disturba lo sviluppo e incide negativamente sulla maturazione delle abilità sociali è l’autismo, che provoca specifiche disfunzioni dei processi cognitivi e del pensiero simbolico, con grave danno alla formazione delle capacità di rappresentazione e concettualizzazione.
Da qui derivano gravi carenze che si manifestano anche nella situazione ludica: il bambino presenta abitudini forzate, impegnandosi in giochi prolungati nel tempo ma ripetitivi e ossessivi; mostra predilezione per oggetti meccanici o a incastro, duri, con superfici lisce e che ruotano, come trottole, trenini, automobiline, con i quali il bambino sembra instaurare un profondo rapporto affettivo ma che in realtà usa per creare intorno a sé un ambiente in cui sentirsi sicuro. Questo “comportamento di frontiera” limita notevolmente il gioco sociodrammatico e di conseguenza influenza negativamente lo sviluppo delle capacità sociali e affettive.
In questo contesto, il gioco e i giocattoli possono essere impiegati per individuare strategie volte a rendere possibile lo sviluppo delle capacità deficitarie: infatti, attraverso attività  sociodrammatiche e di finzione come il “role playing”e  l’utilizzo di giocattoli “per essere qualcun altro”( bambole, vestiti per il travestimento…), il bambino autistico può acquisire le competenze per aprirsi al mondo esterno e interagire con gli altri.

Giocattolo e riduzione dell’handicap

Anche nel caso della cecità, studi svolti presso l’Università del Michigan hanno dimostrato che alcune tipologie di giocattoli possono prestarsi come valido supporto, stimolando i bambini all’esplorazione dell’ambiente e degli oggetti a loro circostanti.
Occorrere pensare e “adattare” materiali ludici alle esigenze speciali dei bambini ciechi, coinvolgendo e sfruttando gli altri sensi. Ad esempio, proponendo giocattoli con similarità olfattive alle persone e a oggetti conosciuti; oppure proponendo giocattoli in grado di produrre interessanti effetti tattili o sonori quando toccati: grazie a questi stimoli sensoriali, si aiuta il bambino ad avere controllo manuale sulle cause e sugli effetti delle proprie azioni e lo si motiva a giocare con una maggiore varietà di strumenti ludici, quindi, ad ampliare le esperienze funzionali alla crescita. Di conseguenza, a partire dalle condizioni specifiche di sviluppo, dalle reali differenze e necessità, il giocattolo si pone come strumento educativo-terapeutico all’interno di una prospettiva di riduzione dell’handicap.
Per comprendere e far emergere le abilità dei bambini con ritardo mentale ma anche in situazione di profondo deficit fisico o disabilità multipla, allo scopo di pianificare interventi educativi adeguati, si possono utilizzare giocattoli che producono feedback motori o sensoriali (fantocci a molla, aeroplanini, tamburelli…)  per stimolare l’azione corporea e le capacità cognitive, così come per incrementare l’attività di manipolazione e l’attenzione visiva, ma anche per ridurre la ripetizione di comportamenti impersonali e stereotipati: la presenza percettibile del giocattolo consente infatti al bambino di manifestare un comportamento diverso da quello tenuto abitualmente, mettendolo innanzi tutto a contatto con una realtà “altra” rispetto il proprio corpo, quindi di aprirsi all’ambiente esterno; ma anche di stabilire ritmi alle proprie azioni, quindi di imparare a controllarle.
L’utilizzo di giocattoli  che producono effetti visivi e uditivi  o che prevedono attività sensomotorie può svolgere una funzione stimolante e terapeutica anche nel caso della sindrome di Down.
Ad esempio, ampliare le impugnature di un giocattolo, come sonagli, palette per la sabbia…, è funzionale alla conformazione palmare della mano di un bambino con sindrome di Down, che ne limita notevolmente la gestualità; oppure se i bambini con sindrome di Down non si mostrano propensi ad animare un pupazzo si può proporre un giocattolo che, oltre a essere fabbricato con materiali particolarmente gradevoli, sia dotato di un dispositivo elettronico che rimandi al bambino un feedback sonoro, gratificante e stimolante.

Conclusioni

Nel contesto rassicurante della situazione ludica, i giocattoli possono essere strumenti educativi rivolti anche a bambini in situazione di deficit. Se si struttura un contesto di gioco attento alle difficoltà individuali, idoneo ai bisogni del bambino, quindi “facilitatore” delle sue azioni,  è possibile promuovere comportamenti inattesi e capacità altrimenti impedite: in questo senso i giocattoli e i materiali ludici devono corrispondere le richieste particolari del bambino, per porlo nelle condizioni di sperimentare, esplorare e giocare.
Quindi, pensare a giocattoli “adattati” vuol dire cercare gli strumenti necessari alla riuscita degli obiettivi pedagogici e di riduzione dell’handicap, nonché la tutela contro fissazioni o regressioni non auspicabili.

Parole chiave:
Gioco, Scuola ed educazione