La casa di Asterione

01/01/1999 - J.L. Borges

Il magico Alvermann - Raccontare la diversità

E la regina dette alla luce un figlio che si chiamò Asterione Apollodoro: Biblioteca, III, 1. So che mi accusano di superbia, e forse di misantropia, o di pazzia. Tali accuse (che punirò al momento giusto) sono ridicole. E' vero che non esco di casa, ma è anche vero che le porte (il cui numero è infinito) (1) restano aperte giorno e notte agli uomini e agli animali. Entri chi vuole. non troverà qui lussi donneschi né la splendida pompa dei palazzi, ma la quiete e la solitudine. E troverà una casa come non ce n'è altre sulla faccia della terra. (Mentre chi afferma che in Egitto ce n'è una simile). Perfino i miei calunniatori ammettono che nella casa non c'è un solo mobile. Un'altra menzogna ridicola è che io, Asterione, sia un prigioniero. Dovrò ripetere che non c'è una porta chiusa, e aggiungere che non c'era una sola serratura? D'altronde, una volta al calare del sole percorsi le strade; e se prima di notte tornai, fu per il timore che mi infondevano i volti della folla, volti scoloriti e spianati, come una mano aperta. Il sole era già tramontato, ma il pianto accorato d'un bambino e le rozze preghiere del gregge dissero che mi avevano riconosciuto. La gente pregava, fuggiva, si prosternava; alcuni si arrampicavano sullo stilobate del tempio delle Fiaccole, altri ammucchiavano pietre. Qualcuno, credo, cercò rifugio nel mare. Non per nulla mia madre fu una regina; non posso confondermi col volgo, anche se la mia modestia lo vuole. La verità è che sono unico. Non mi interessa ciò che un uomo può trasmettere ad altri uomini; come il filosofo, penso che nulla può essere comunicato attraverso l'arte della scrittura. Le fastidiose e volgari minuzie non hanno ricetto nel mio spirito, che è atto solo al grande; non ho mai potuto ricordare la differenza che distingue una lettera dall'altra. Un'impazienza generosa non ha consentito che imparassi a leggere. A volte me ne dolgo, perché le notti e giorni sono lunghi. Certo, non mi mancavano distrazioni. Come il montone che s'avventa, corro per corridoi di pietra fino a cadere al suolo in preda alla vertigine. Mi acquatto all'ombra di una cisterna e all'angolo d'un corridoio e giuoco rimpiattino. Ci sono terrazze dalle quali mi lascio cadere, finché resto insanguinato. In qualunque momento posso giocare a fare l'addormentato, con gli occhi chiusi e respiro pesante (a volte mi addormento davvero; a volte quando riapro gli occhi il colore del giorno è cambiato). Ma, fra tanti giuochi, preferisco quello di un altro Asterione. Immagino ch'egli venga a farmi visita e che io gli mostri la casa. Con grandi inchini, gli dico: "Adesso torniamo all'angolo di prima," o: "Lo dicevo io che ti sarebbe piaciuto io che sarebbe piaciuto il canale dell'acqua," oppure: "Ora ti faccio vedere una cisterna che s'è riempita di sabbia," o anche: "Vedrai come si biforca la cantina." A volte mi sbaglio, e ci mettiamo e ridere entrambi. Ma non ho soltanto immaginato giuochi; ho anche meditato sulla casa. Tutte le parti della casa si ripetono, qualunque luogo di essa è un altro luogo. Non ci sono una cisterna, un cortile, una fontana, una stalla; sono infinite le stalle, le fontane, i cortili, le cisterne. La casa è grande come il mondo. Tuttavia, a forza di percorrere cortili con una cisterna e polverosi corridoi di pietra grigia, raggiunsi la strada e vidi il tempio delle Fiaccole e il mare. Non compresi, finché una visione notturna non mi rivelò che anche i mari e i templi sono infiniti. Tutto esiste molte volte, infinite volte; soltanto due cose al mondo sembrano esistere una sola volta: in alto, l'intricato sole; in basso, Asterione. Forse fui io a creare le stelle e il sole e questa enorme casa, ma non me ne ricordo. Ogni nove anni entrano nella casa nove uomini, perché io li liberi da ogni male. Odo i loro passi o la loro voce in fondo ai corridoi di pietra e corro lietamente incontro ad essi. La cerimonia dura pochi minuti. Cadono uno dopo l'altro, senza che io mi macchi le mani di sangue. Dove sono caduti restano, e i cadaveri aiutano a distinguere un corridoio dagli altri. Ignoro che siano, ma so che uno di essi profetizzò, sul punto di morire, che un giorno sarebbe giunto il mio redentore. Da allora la solitudine non mi duole, perché so che il mio redentore vive e un giorno sorgerà dalla polvere. Se il mio udito potesse percepire tutti i rumori del mondo, io sentirei i suoi passi. Mi portasse a un luogo con meno corridoi e meno porte! Come sarà il mio redentore? Sarà forse un toro con volto d'uomo? O sarà come me? Il sole della mattina brillò sulla spada di bronzo. Non restava più traccia di sangue. "Lo crederesti Arianna" disse Teseo. "Il Minotauro non s'è quasi difeso".

 (1) L'originale dice quattordici, ma non mancano motivi per inferire che, in bocca di Asterione, questo aggettivo numerale vale infiniti.

 Il racconto è tratto dall'"Aleph" di J. L. Borges, Ed. Feltrinelli.

 

Genialità ed arroganza di Borges!
commento di Massimo Manferdini

Genialità nel mirabile capovolgimento del punto di vista. Arroganza nelle parole di Asterione, handicappato ante litteram della mitologia greca. Il deficit è, ancora una volta, maledizione divina, ma questa volta il mostro rovescia il guanto e ci racconta la ferocia di una società incapace di convivere con le differenze, capace solo di sopprimerle o di nasconderle. E' la paura della differenza che impedisce di comunicare con Asterione, la desuetudine a fare i conti con la propria diversità. E la sua ostentata ed arrogante misantropia non è altro che la risposta difensiva a questo rifiuto di entrare in contatto. L'unico rapporto col mostro è la fuga; o l'uccisione, se chi lo affronta è un "eroe". Ma il vero eroismo, quello di cui c'è bisogno, potrebbe essere un altro: accettare di avvicinarsi, di entrare in rapporto, o anche solo di stare in presenza della diversità, anche della propria, senza fuggire o senza uccidere. Perché solo la differenza produce conoscenza ulteriore, la variazione del dato, non la sua continuità. Ma siamo disperatamente attaccati alle nostre sicurezze, preferiamo la noia della ripetizione, l'incubo dell'omologazione. Chiuderci gli occhi ci rassicura. Ma Borges, che gli occhi aveva chiusi, ebbe il coraggio di guardare.

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Letteratura