La cameretta della diversabilità - Superabile

29/03/2010 - Claudio Imprudente

Chi di voi ricorda la sua cameretta, il suo lettino e il suo arredamento?
Quando si viene al mondo, appena dopo la culla dell’ospedale, più o meno anonima per ovvie necessità, di solito veniamo trasferiti in una stanza pensata per noi, ma che noi, per altrettanti ovvi motivi, non abbiamo potuto pensare. Si può giudicare in molti modi quello che si intende per arredamento della stanza di un infante, ma resta il fatto che la decisone viene presa da altri. A quanto pare alcuni oggetti non possono mancare per ragioni fisiche (magari per stimolare l’attenzione e il movimento di alcuni sensi), o per creare un’atmosfera particolare (un ambiente caldo, intimo, protetto), o per qualche teoria delle forme che non conosco. Proviamo ad elencarne alcuni: scene di cartoni animati alle pareti (spopolano Bambi e i Sette Nani che tornano felici dalla giornata in miniera…solo loro possono tornare felici da simili fatiche, il proletario di solito è di tutt’altro umore…); api o gabbiani che penzolano sopra la culla; un lettino colorato e armadi modello Ikea, peluche di animali in via di estinzione (panda, delfini, orsi polari…). Ormai gli stessi peluche rischiano la scomparsa sotto i vigorosi colpi (di mercato) di Goku e affini.
Ma prima o poi tutti sentiamo il bisogno di fare dei nostri spazi degli spazi nostri. Avvertiamo la necessità di rispecchiare noi stessi anche negli oggetti che usiamo e negli spazi che viviamo. Così la nostra identità può crescere e mettere delle radici. Giorni fa, parlando con un educatore di una residenza per disabili di Pordenone, ragionavamo proprio su questi aspetti e su quanto, in genere, vengano trascurati nella progettazione e realizzazione di quegli spazi. Di solito, infatti, si presentano come spazi anonimi, asettici, dove le singole identità non hanno modo di proiettarsi, esprimersi e riconoscersi. O, ancora, di mostrare i loro eventuali cambiamenti.
Con questo non si vuol riconoscere un’importanza eccessiva agli oggetti che ci circondano o di cui ci circondiamo. L’affermazione, la costruzione di un sé passa in primo luogo attraverso pratiche, relazioni, simboli, cioè “momenti” del tutto immateriali. Ma gli spazi, gli ambienti e gli oggetti solo raramente si mantengono come presenze morte, passive e neutre: gli oggetti raccontano e conservano ricordi.
La mancanza di spazi connotati individualmente si riscontra spesso laddove ad un pur necessario intervento di tipo assistenziale non si affianca un intervento, o, meglio, un processo mirato ad una progressiva autonomia della persona. Se il discorso sull’autonomia e sulla maturità di un soggetto riguarda tanti aspetti ed attività che si svolgono di necessità nel mondo esterno, quali l’ attività professionale, i momenti di condivisone con i propri amici, le attività del tempo libero, altri di uguale importanza riguardano quelle attività che una persona può o potrebbe svolgere in uno spazio che sente suo. Per cui, il passo successivo è quello di rendere possibile che gli spazi, i luoghi per disabili possano diventare spazi e luoghi dei disabili che li vivono. Questo passa anche attraverso un’autonomia nell’espressione dei propri gusti, delle proprie preferenze, delle proprie scelte di un arredamento. Appendere delle foto, mostrare, a se stessi e agli altri, la propria storia e il proprio presente è conquistare ed affermare un’identità.
E voi che arredamento preferite? Raccontatemi le vostre camerette cliccando su claudio@accaparlante.it
Buon arredamento a tutti.

 

Parole chiave:
Testimonianze-Esperienze